Di Priscilla Calendula e di certe sue bizzarre incontinenze

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Una camminata un po’ claudicante, che lei chiamava ˗ faceta com’era e ghiotta di burle ˗ la zampettata.

Un naso sempre rosso di un raffreddore che a chiamarlo stagionale gli si sarebbe inflitta una grave umiliazione.

Una risata squillante e contagiosa di milioni di file di denti bianchi bianchi, moltiplicati per la natura frenetica e agitata del movimento del riso.

Uno sguardo tanto affascinante e profondo quanto cupo nei giorni peggiori, ma soprattutto in quelli migliori, quando mostrar depressione era più una forma temporanea di lussuria che una necessità interiore dovuta a un avvenimento reale.

Tali e molti altri (almeno il doppio) erano i segni particolari di Priscilla Calendula, un piacevole ibrido tra una tuttofare e una nullafacente, tra un’esplosione di generosità e il più becero egoismo, tra l’amore sconfinato per il prossimo e il disamore iperlacerato per se stessa. Un personaggio da storia.

Nei giorni in cui le sue occupazioni più o meno consapevolmente scelte le lasciavano un po’ di tempo per sé, Priscilla zampettava in riva al mare, non importa quale fosse la stagione: occasione di moto e di svago e di sguardi languidi ˗ a chi? ˗ ai pochi svegli giovanotti girovaghi che meritavano la sua attenzione. Ciò non toglieva che una passeggiata al mare potesse costituire occasione di disbrigo di faccende quotidiane, e la Calendula così faceva, era una raccomandabile ottimizzatrice del tempo che scorre.

Ci fu un periodo storico, nel proprio percorso di vita su questo pianeta, in cui alla Nostra sovveniva un casuale desiderio, indipendentemente dal contesto sociopolitico in cui si trovasse, indipendentemente dalla natura opportuna o inopportuna del momento, indipendentemente in assoluto da qualsiasi coordinata spaziotemporale: le sovveniva appunto, per così dire in soliloquio, o in monologo, o in dialogo, di emettere certi gemiti interessanti, per nulla sconosciuti all’orecchio di noi scimmioni evoluti, di quelli che si odono emettere alle donne nel momento del piacere. Solo che Priscilla no, di piacere in sé e per sé non ne provava, il suo era più un esperimento, una provocazione, un modo diverso per divertire se stessa e chi le stava intorno.

Mai avrebbe immaginato, da Calendula burlona quale ella era, che un tale innocente capriccio le sarebbe costato più del dovuto.

Nel giorno che il nostro racconto rimescola, il disbrigo di Priscilla prima di approdare al suo eremo prediletto era una comune fila alle poste. Faccenda tanto necessaria quanto ansiogena e noiosa. E la noia, essenza aromatica invisibile e al contempo manifesta, tanto diluita, abusata e scotennata dagli intellettuali di oggi e di ieri, per la Nostra non era altro che noia. L’energia senza fine di quella Calendula di cui ci occupiamo le permetteva di trovare i rimedi più immediati a questo male del mondo, a prescindere dalle circostanze funeste, come ad esempio quella in cui ella stessa si trovava.

L’intrattenimento incominciò sommesso, discreto: piccoli spifferi di vocalizzi opportunamente modulati, di mugolii da gattina e da gattona, picchi e scioglimenti, scioglimenti e picchi, scalate da professionista.

Nessuno se ne avvide, al principio. Ci riconfermiamo sempre, negli ultimi tempi più che mai, dei pessimi ascoltatori.

Il fatto che la calca non desse segno di reazione dispiacque a Priscilla, la quale non voleva solo intrattenere se stessa, come abbiamo già opportunamente puntualizzato. La noia crebbe più che mai, unita a un intimo cordoglio. Si decise di rincarare la dose.

L’esplosione di gemiti che ne seguì, a intervalli di tempo regolari, lasciando dei vuoti di silenzio significativi e studiati, alternando volumi e ritmi e aiutandosi furbamente con l’inserimento di espressioni idiomatiche tipiche dei momenti di piacere, permisealla Nostra di fare giustizia al suo operato. Iniziarono le facce stupite, vi si sommarono le espressioni compiaciute di certi attempati spettatori, vi si accorparono bisbigli convulsi, chiari segnali di shock, espressioni ambigue, come se i molti e le molte avessero scoperto solo in quel momento di essere in fila per il Giudizio Universale. La tensione era palpabile; l’evento, agli occhi di un osservatore che sapesse straniarsi al punto giusto, sarebbe parso unico al mondo.

Qualche sfacciato ascoltatore, però, vide nel trambusto una crescente opportunità: si avvicinarono a Priscilla, dapprima senza destare i sospetti di quella creatura che oramai rideva e gemeva e rideva fino alle lacrime, felice degli sviluppi della sua missione, e poi sempre più pretenziosi di intessere una sottospecie di falso e malintenzionato dialogo con lei. Ma Priscilla no, lo abbiamo già detto, non aveva intenzioni legate agli istinti primordiali, il divertimento era il fine ultimo, il divertimento e nulla di più!

Il suo destino volle che ella risultasse, in questi momenti in cui la si pensava fuori controllo, più intelligente e reattiva del previsto: scattò come un fulmine, in una corsa che, seppure claudicante o zampettante che dir si voglia, avrebbe fatto invidia a un maratoneta, scattò dimenandosi come una menade, i capelli al vento, certa che mai avrebbe permesso ad individuo alcuno di sbandierare il fraintendimento del suo asso nella manica contro le sventure quotidiane. La sua impulsività non le permise di accorgersi che nessuno dei cosiddetti gentiluomini che le si erano accostati aveva avuto il coraggio di inseguirla, si erano sentiti meschini, inutili e dannati, si erano sentiti incapaci anche di commettere il principio di un oltraggio. Tali e insulse, per la fortuna di Priscilla, erano le nature di quegli indegni parassiti.

La sua impulsività non le permise di accorgersene e continuò a correre e claudicare, fino alla sua destinazione ultima di quella giornata, senza guardarsi indietro, senza verificare nemmeno per un attimo che ci fosse qualcuno alle sue calcagna. Si gettò in mare come un’eroina mitologica, come una Venere sfortunata e ritornata alle origini, si gettò in mare senza pensare a niente, nell’intento di annullarsi, di finirsi, di salvare almeno la propria memoria agli occhi e alle orecchie dei suoi cari. L’ultimo gemito, in barba a tutte le mollezze dell’umanità, fu quello del fatidico salto.

Sebbene il nostro racconto sia ormai giunto al termine, vorremmo permetterci una postilla conclusiva a tutti coloro i quali stanno spargendo lacrime amare per la triste fine di Priscilla Calendula: 

Gemete anche voi come lei, lasciatevi contaminare dalle sue doti di estirpatrice della noia, e pensatela amorevolmente arresa al suo destino, con un raffreddore più intenso del solito, a casa nel suo lettuccio tiepido, per essersi gettata in mare, seppure da esperta nuotatrice, vestita di tutto punto in una cupa giornata d’inverno.

Flavia Monfrini

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