Se la cultura (ri)diventa bene di consumo e diplomazia: il caso Capodimonte.

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Tenterò, in queste righe, di riavvolgere il nastro fino alla fine di febbraio, quando i giornali, già saturi del virus che nel giro di 15 giorni ci avrebbe portati sulle soglie del collasso, affidavano a poche righe la notizia della partenza per il Texas di qualcosa come 40 opere provenienti dal museo napoletano di Capodimonte. Opere di Giambologna, Annibale Carracci, Artemisia Gentileschi, Tiziano, Sebastiano del Piombo, Guido Reni, De Ribera, Parmigianino, Lorenzo Lotto, Caravaggio, nomi da urlo che costituiscono il nucleo fondamentale della collezione.

La questione nodale che può portare alla legittimazione o meno di certe pratiche sta nel capire realmente a chi si ritiene che appartengano queste opere e a quali logiche debbano rispondere.
Perché la direzione che si sta prendendo, ed episodi come Capodimonte lo testimoniano, va verso uno sfrenato sfruttamento dell’arte per interessi ben diversi da quelli che, con un velo di ipocrisia puntualmente tradito dai fatti, ancora si finge di perseguire istituzionalmente.
L’Italia è uno dei pochissimi paesi al mondo ad aver incluso tra i principi fondamentali della propria Costituzione la tutela del patrimonio culturale, attribuendo a quest’ultimo un riconoscimento ufficiale come attributo di sovranità, che contribuisce a realizzare ”il pieno sviluppo della persona umana” e la sua “effettiva partecipazione all’organizzazione del paese”(art.3) per creare così un “cittadino che concorre al progresso della società”(art.4). I fautori della svolta dell’articolo 9 sono Piero Calamandrei, un giurista, e Concetto Marchesi, un latinista (a dimostrazione del fatto che il diritto forma un buon giurista se non viene studiato in maniera avulsa da ogni legame con la conoscenza storico/artistica), e agiscono tenendo a mente l’uso che Mussolini ne aveva fatto durante il Ventennio.

È la fine degli anni ’20 quando il Duce, nel tentativo di legittimare il proprio potere dinanzi alle altre potenze, pensa di aprire un canale privilegiato con il Regno Unito. Per mesi è un susseguirsi di ambasciate finché, nel 1930, non decide di usare il patrimonio italiano come Cavallo di Troia diplomatico ed esportare in massa alla Royal Academy di Londra il meglio dell’arte italiana- di tutti i tempi -in una supermostra nata con l’unico fine di “esaltare la magnificenza italiana”, in barba ad ogni velleità scientifica. La cultura scese allora al limite più basso della propria considerazione, con i più grandi artisti della nostra storia degradati a semplici strumenti di diplomazia da sfruttare per ottenere vantaggi economici e politici.

Si potrebbe controbattere che, in fondo, è questa la visione che per secoli si è avuta di questo mondo, Bernini era pagato profumatamente e la sua arte fu oggetto di contesa diplomatica tra la Francia e il Papato.

Tuttavia, è impossibile omettere la funzione spartiacque che ha avuto la Costituzione nello strappare la cultura ai “potenti”, per renderla manifestazione di uguaglianza e attribuendole l’unico obiettivo di formare “cittadini” degni della pregnanza, che porta dietro di sé questa parola, all’indomani della Liberazione.

Non si tratta di un discorso nazionalista, la vera cultura deve ovviamente essere appannaggio di tutti, ma è difficile trovare certi intenti in una mostra da 18 dollari a biglietto, palesemente priva di finalità scientifiche e creata sulla base di uno sterile “best of Italy” molto simile alle playlist che troviamo su Spotify. Per capirlo, è sufficiente osservare la presentazione hollywoodiana che ne fa il Kimbell Art Museum di Fort Worth. ( https://www.kimbellart.org/exhibition/flesh-and-blood ).
Diventa adesso facile capire che ad essere stati derubati delle opere di Capodimonte, spedite in Texas per 4 mesi come pacchi postali, siamo stati noi tutti (la comunità napoletana in primis) che di quelle opere, dal 1948 , abbiamo l’attribuzione esclusiva, il tutto per cedere alla logica del mercato, che adesso si espande fino al mondo della cultura, proprio per mano di chi dovrebbe difenderlo e renderlo l’ultimo baluardo di un’idea, ormai tristemente minoritaria, per cui non tutto è ridotto a merce in vendita da pubblicizzare con un’immagine accattivante (notori i casi di affitto di palazzi e rovine per l’organizzazione di eventi mondani), e per cui il patrimonio non ha come finalità il profitto, quantificabile nell’odierno feticcio del numero di ingressi, al pari di una qualsiasi impresa.

Siamo così tornati alla mentalità del 1930,con alte cariche governative che parlano della cultura come strumento di valorizzazione del “brand Italia” nel mondo e con i consoli italiani che presenziano ufficialmente all’apertura della mostra di Fort Worth trasformandola in evento diplomatico. Le analogie con le idee di Mussolini sono tanto evidenti quanto sconvolgenti, e si scoprono anche le carte sulle reali finalità (economiche e politiche) di prestiti così scellerati.
Arrivando infine alla più cocente attualità, rimane un’incognita il destino di queste opere. ora che l’emergenza sanitaria ha costretto il Kimbell alla chiusura. Pochissimi giorni dopo l’inaugurazione, le prospettive sono preoccupanti e vanno nella direzione di una proroga del prestito ulteriormente dannosa.
Rivendicare a noi stessi la vera cultura ed opporsi con senso critico a chi vuole ridurla a bene di consumo oggetto di un estetismo fine a se stesso è necessario oltre che possibile: ce lo chiedono il futuro e un passato che nella Costituzione ci ha indicato la strada da intraprendere, provando di essere stata talmente innovativa per il suo tempo che, ancora 72 anni dopo, seguirne le idee può essere considerato un atto rivoluzionario.

Davide Scalia

Copertina di Quentin Metsys, “Gli esattori”


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