Il rosso dell’alba

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l mare sussurrava piano il suo eco, in quel piccolo squarcio di pace, dentro la città gremita di vite, infinitamente lontano da ognuna di esse. Si poteva sentire ogni onda che si infrangeva contro gli scogli, e la sua schiuma frizzare libera, che le ricordava il suono dell’acqua tonica appena versata nel bicchiere.

Con gli occhi chiusi, amava sentire quel suono; il vento, ancora freddo, che soffiava leggero sul viso ed i raggi caldi del sole che mitigavano quella freddezza e le scaldavano il cuore. Sembrava un rituale, catartico ed equilibrato.

Solo in quel momento riusciva a mettere a tacere i suoi pensieri, che erano diametralmente opposti a quel meraviglioso rituale, caotici e confusi, discordanti e imponenti nella sua testa che a fatica riusciva a racchiuderli tutti insieme. Non riusciva mai a prendere una decisione netta, ogni singolo pensiero inciampava su un altro di natura opposta, perdendo la

certezza logica che con fatica era riuscito ad ottenere in quell’intricato crocevia della mente.

La risata dolce di un bambino che correva spezzò quel piccolo momento e la riportò alla realtà; guardandolo, gli sorrise.

Rimesse le cuffie diede un altro veloce sguardo a quel meraviglioso mare, come per salutarlo, e si rimise a camminare.

I suoi passi veloci e leggeri su quel marciapiede vicino al mare procedevano ritmici, seguendo la musica che pulsava nelle sue orecchie, e come a ritmo di musica anche i suoi capelli ondeggiavano, mossi dal vento. Le borse le pesavano un po’, non era certo facile attraversare la città con quel peso, ma a lei non importava, era il suo momento di pace, e persa ancora nel filo dei pensieri accennò un sorriso, tra sé e sé.

Era il suo primo giorno di pausa; dopo tanto, assaporava finalmente quella libertà come fosse il suo piatto preferito, dolcemente e lentamente. Camminava e ogni minuto si dilatava, la frenesia lasciava il posto alla calma, e nel frattempo davanti ai suoi occhi si innalzavano le stupende facciate dei palazzi del centro. Il suo sguardo si era automaticamente spostato verso l’alto, e scrutava curioso ogni piccolo dettaglio di quelle architetture tutte diverse; ogni giorno le vedeva sempre con uno sguardo nuovo, e scopriva qualcosa che in precedenza non aveva notato.

Trovò il suo angolo preferito, là come ad aspettarla, e posò le borse. Aveva sempre desiderato fare una cosa del genere, non perché ne avesse il bisogno, ma per un mero desiderio dell’anima che voleva soddisfare. Aprì una delle borse, le mani fremevano, tirò fuori il suo amato Sax e con un grande respiro di coraggio chiuse gli occhi ed iniziò a suonare.

Il sole si rifletteva sul metallo del sassofono; lei sembrava brillare, e con lei ogni nota. I passanti si fermavano ad ascoltare quelle dolci note, che cantavano di amore, di solitudine, di sogni. Passavano le ore e lei suonava.

Le si avvicinò un cagnolino, sul collare aveva un biglietto legato con un fiocco rosso, si sedette davanti a lei e aspettò che finisse la canzone; poi, si avvicinò ancora. Incuriosita lo accarezzò, sfilò il fiocco rosso e aprì il biglietto.

“Segui le mie note, quando le sentirai;  brilleranno come luci nella notte e finiranno con il rosso della prima alba”. Alzò lo sguardo dal foglio e il cagnolino era sparito.

Un po’ perplessa, dopo una piccola pausa riprese a suonare, decisa a non  voler spezzare quella magia che aveva creato attorno a sé e dentro di sé; e così continuò per tutto il pomeriggio. Scendeva la sera, e con il tramonto che illuminava quelle meravigliose facciate, i bambini lasciavano il posto agli innamorati, che da lontano si soffermavano abbracciati ad ascoltarla. Il pomeriggio lasciò il posto alla sera, con la stessa gentilezza con cui un innamorato lascia l’ultima fetta del dolce al suo amore. La raggiunse un amico con cui aveva appuntamento, non lo vedeva da settimane e abbracciarlo fu una gioia. Parlarono molto, davanti ad una bella cena e ad un bel bicchiere di vino. Alzandosi, le scivolò dalla tasca il biglietto ricevuto quel pomeriggio e gli raccontò dello strano episodio vissuto. Per un momento le era sembrato di essere come in un film. Lo rimise in tasca, e scettica cambiò discorso. Si avviarono così verso casa. A metà strada si salutarono e le loro strade si separarono. Camminando alzò di di nuovo lo sguardo su quelle facciate del centro che tanto amava scrutare; alla luce gialla e calda dei lampioni avevano un fascino molto romantico, e inconsciamente si mise a canticchiare.

Mentre canticchiava sentì delle note sovrapporsi in un’armonia perfetta e sincronica alle sue, un dolce sassofono suonava con passione in una di quelle piccole case della città vecchia. Le note facevano eco con il soffitto alto della stanza da cui provenivano, e lei continuava a camminare e cantare insieme a quelle, “Besame…besame mucho…”.

I suoi passi seguivano inconsciamente quella musica, i suoi occhi e le sue orecchie ne cercavano l’origine, il suo corpo fremeva con quella dolce melodia, “como si fuera esta noche la ultima vez…”.

Sentiva ogni nota sempre più forte, ogni fibra dentro di sé vibrava con esse, camminava e ascoltava come rapita, “Besame…besame mucho…”.

D’un tratto sentì di aver urtato leggermente qualcosa. Con lo sguardo rivolto in alto, aveva perso la percezione del suolo su cui stava camminando. Era il cane che quel pomeriggio le aveva recapitato quello strano biglietto, e la guardava quasi sorridente. Si ricordò delle parole scritte nel biglietto, alzò leggermente lo sguardo e vide un nastro rosso, identico a quello che chiudeva il biglietto, attaccato ad un portone, e lì attaccato un altro biglietto.

“Hai seguito le mie note, adesso cantale con me”. La musica continuava ancora; spinse leggermente il portone che si aprì davanti a lei, e le si pararono innanzi delle scale; continuando a seguire la musica e cantando, si mosse sui gradini lentamente, un po’ rapita da quella atmosfera sognante, un po’ perplessa e dubbiosa se fosse il caso di affidarsi così tanto all’incognito. Vide una luce provenire da una porta aperta, la musica si faceva sempre più forte, e la sua voce sempre più forte con essa. Davanti ai suoi occhi si scorgeva una parete rossa, una luce calda, e una porta aperta. Entrò lentamente, non voleva spezzare quell’armonia. Ed ecco là davanti ai suoi occhi, lui, inondato da un fascio di luce che lo faceva brillare insieme al suo sax, la sua perfetta armonia. Continuava a suonare e lei a cantare con lui finché non si fermarono entrambi, “que tengo a miedo tenerte y perderte despues…”.

Le prime luci rosse dell’alba affioravano da quella finestra aperta del centro, loro erano sempre là, insieme, travolti da quell’armonia che adesso era dentro la loro anima. 

Le loro vite ripresero, ricominciò la frenesia. Ma, ogni notte, con una melodia diversa, come per incanto si sente la stessa armonia perfetta riecheggiare nell’aria di quelle piccole vie.

Basta solo alzare un po’ lo sguardo, tendere l’orecchio nel verso giusto e, se si fa un po’ più d’attenzione, si può sentire vibrare anche la propria. Senti? Le fa eco anche il mare.

-Martina D’Assoro

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