Breve storia di un inconscio

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Vi racconto una storia. Non so da dove cominciare, però proseguo ugualmente perché questo è uno di quei racconti in cui ciò che conta è finire. Mi reputo, purtroppo, una persona con uno spiccato senso del dovere, talmente accentuato dall’averne fatto un difetto, il mio più grande difetto. Ho frequentato lo scientifico e sono iscritto al primo anno di filosofia, non tanto per mio volere, quanto piuttosto per volere inoppugnabile dei miei genitori. Quel timore reverenziale che mi incutevano sin da quando mi interrogavano a casa in geografia mi ha portato ad essere uno sterile studente modello. Mi decantavano come un’eccellenza, ma dentro di me c’era il vuoto, che nasceva dall’orribile sensazione di essere un semplice collezionista di definizioni e nozioni, piuttosto che un essere ricco di idee empiricamente trapiantabili. Un disagio incredibile, un odio verso la cultura che mi avrebbe spinto, e questo fino all’altro ieri, a dire ai miei che non avrei più voluto saperne.

Tuttavia, non ho mai parlato con loro, né ho più avuto intenzione di farlo. 

Perché non l’ho fatto, vi chiederete? Avrò fatto forse un esame di coscienza? Assolutamente no. 

Accesi la televisione, e sentì di una crisi che aveva investito tutto il mondo, bloccandolo a casa. Tutto questo per colpa di un virus, di un maledetto virus che mi costringeva chiuso in uno stanzino. Da notizia di cronaca, la diffusione del virus era divenuta una terribile realtà che riguardava anche me. Per intenderci, non sono un contagiato, grazie a Dio, ma l’idea di un’infinita solitudine e di una relegazione domiciliare prolungata sine die mi affliggeva comunque. 

Eppure ho potuto godere di un’ottima compagnia. Il primo che venne a trovarmi fu un tale con una barba lunghissima, che diceva di essere stato filosofo nell’antica Grecia. Non mi disse il suo nome, ma mi offrì da bere e mi raccontò una storia. Persi momento temporis la memoria, ero stordito. La mia camera divenne una caverna, accanto a me vi erano dei tizi incatenati. Non conoscevano la luce del sole, questo maledetto virus esisteva da sempre e non gli aveva mai permesso di mettere il naso fuori dalla caverna. Loro pensavano di essere gli unici uomini in questo pianeta, sapevano solo che esiste un virus e si reputavano degli eletti ad essere relegati in quella grotta. Il loro augurio era di rimanerci per sempre, nella speranza che il virus non corrodesse la caverna per poi ucciderli. Io, stordito e quasi privo di sensi com’ero, istintivamente avvertivo una sensazione opposta: la grotta era la mia prigione, il mondo esterno il mio posto di riparo. Ardeva il desiderio di dare degli stolti agli inconsapevoli uomini incatenati; quando, tutto ad un tratto, il vecchio filosofo sparì. 

Mi ritrovai catapultato all’improvviso in uno scenario del tutto diverso: una tavola enorme. Era il più grande convegno di fisici mai visto prima. Avrebbe dovuto essere un grande onore, probabilmente, se non fosse che venni usato come cavia. Uno scienziato con la barba ed i capelli bianchi, mi adoperò quale esempio per dimostrare la sua teoria: quella della relatività del tempo e dello spazio. Disse lui, se si prende come riferimento un soggetto annoiato e costretto a stare in casa a causa della diffusione su scala mondiale di un virus, un periodo relativamente breve (come quello che potrebbe essere, esemplificativamente, intercorrente tra il 15 marzo ed il 3 aprile), può essere percepito dal soggetto come l’eternità. Ero ancora più stordito, non riuscivo a capire il fondamento scientifico della teoria, eppure mi sentivo come l’uomo raffigurato nell’urlo di Munch. Probabilmente, quando dipinse il quadro pensò a me. Dovrò essere cavia di un esperimento che mi vedrà prigioniero per l’eternità?, pensai. Fortunatamente, non mi posi più di tanto il problema, perché mi svegliai improvvisamente. 

Affiorò in me una sensazione di sollievo, legata in piccola parte al fatto che quello della diffusione del virus era solo un brutto sogno, ed in massima parte all’acquisita consapevolezza che non ero solo un raccoglitore di definizioni e nozioni scolastiche. Non so se effettivamente ci avessi realmente capito qualcosa, ma avevo pensato e rielaborato, e mi bastò. Non avevo più intenzione di dire ai miei che volevo smettere. Difatti non ho smesso. Mi sono laureato in medicina col massimo dei voti. Perché cambiai?  Era forse il desiderio di trovare un rimedio contro il virus (anche se, fortunatamente, fui anticipato da altri bravissimi medici)? 

No, era la semplice volontà di non avere mai più nulla a che fare con Platone e con Einstein.

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Massimiliano Marletta

Massimiliano Marletta, nato a Catania il 24 Aprile 1997 è studente presso la facoltà di giurisprudenza di Catania. Sin da piccolo mostra una grande passione per il calcio e per la lettura. Oggi non è cambiato molto ed affianca a queste la passione per lo sport in generale e per tutto ciò che è legato al mondo della cultura (letteratura, moda, spettacolo). È anche amante dei cinepanettone.
I grandi risultati si ottengono col duro lavoro, con perseveranza e con la fede in Dio.