Generazione Zero, ovvero La Rinascita

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L’anziana signora si sedette sulla sedia a dondolo che, a sua volta, era appartenuta a sua nonna. E adesso che anche lei era diventata madre e nonna, si era resa conto di quanto si potesse amare così tanto qualcuno.  Guardò dolcemente quella bambina che le somigliava davvero moltissimo, le accarezzò il viso, sorrise e cominciò a pettinarle i capelli. Era cresciuta ormai, stava quasi per diventare una donna, ma lei l’avrebbe vista sempre come una bambina. Si ricordò della sua gioventù, di quando aveva la sua età e pensò che sarebbe stato bello raccontarglielo.

«È passato molto tempo, ma ricordo ancora quei mesi. Non furono elettrizzanti come quelli che mi raccontava mia nonna, quelli delle rivoluzioni del ‘68. Noi non eravamo quelli che lottavano, eravamo sottovalutati.

Ci chiamavano ‘‘generazione zero’’.

Avevamo zero ambizioni, spesso zero emozioni. Tutto quello che avevamo a disposizione ci aveva resi vuoti. Pochi di noi avevano patito la fame davvero; si cominciava a lavorare a trent’anni, spesso. Non facevamo il militare e potevamo manifestare senza trovarci una pallottola nello stomaco. Non ci fidavamo dello Stato, della politica. ‘‘Sono tutti corrotti’’, dicevamo. Eravamo noi il nostro dio, gli unici in cui credere. Ci riempivano continuamente la testa parlandoci di invecchiamento della classe dirigente, dando tutta la colpa agli anziani signorotti attaccati alla poltrona e ai “poteri forti”, che tenevano tutte le ricchezze per loro. E questa era più che una mezza verità.

Dall’altro lato, però, c’era una generazione che avrebbe avuto tutti gli strumenti per ribaltare la partita, ma che stava troppo comoda per alzarsi e combattere; non aveva un obiettivo per cui lottare perché aveva in mano tutto quello che gli serviva; i comfort delle società occidentali erano i palliativi per il malessere sociale che stavamo vivendo e che stavamo sistematicamente rifiutando di combattere. Stavamo lasciando in mano il futuro a chi il futuro non lo avrebbe visto.

Perché a furia di scegliere tra il bianco e il nero, eravamo finiti per diventare il grigio. Oramai era così, era un mondo interamente grigio. Avevamo dimenticato di amarci.

Accontentarsi era il mantra che si ripeteva nelle nostre menti, in loop, come una preghiera. Eravamo una generazione mediocre.

Vivevamo in un mondo egoista, del resto. Ci facevamo la guerra, ammazzavamo popoli interi, lasciavamo che i polmoni del mondo bruciassero senza sosta e non ci preoccupavamo di spegnerli. Sapete, stavamo regredendo anziché evolverci. Ci rovinavamo con le nostre stesse mani, stavamo distruggendo il pianeta, i ghiacciai si scioglievano, non c’erano più le mezze stagioni. Non ci guardavamo più negli occhi, non amavamo noi stessi e nemmeno gli altri. Eravamo pieni di pregiudizi e non riuscivamo a distaccarcene. Eravamo invidiosi, avidi e ipocriti, egoisti. Non avevamo più tempo da dedicare a noi stessi e ai nostri cari. Vivevamo in un vortice in balìa di un’ossessiva e affannata ricerca continua del vestito più bello, dell’ultimo modello di cellulare, una macchina più costosa solo per suscitare invidia o ammirazione negli altri. Credevamo a tutto, eravamo continuamente disinformati e non avevamo un pensiero nostro. Non avevamo più tempo di comunicare, di rapportarci con gli amici, di avere una relazione vera. Si tradiva per il semplice gusto di trasgredire, non si credeva nell’amore e non credevamo più nel presente. Fino a quando non arrivò il Covid-19.

Chiamato così nei vostri libri di storia, ma noi lo conoscemmo meglio come ‘‘Coronavirus’’. E tutto ciò che ci rendeva felici davvero ci venne tolto.

Era il 22 febbraio quando si spargeva la voce del primo caso a Codogno (e chi la conosceva prima?). Fummo chiusi in casa. Ci trovammo fermi, immobili, spaesati. Noi che non riuscivamo più a stare fermi, che avevamo la necessità di essere sempre impegnati. Dopo mesi e due, tre, quattro, non mi ricordo nemmeno quanti diversi e complementari decreti sempre più restringenti; dopo la chiusura delle scuole a data da destinarsi e l’#iorestoacasa; dopo i Rosari e le messe in streaming; dopo i canti dai balconi, gli applausi a forze dell’ordine, a medici, infermieri e operatori, protezione civile e persino ai politici; dopo i camion militari e i tanti contagi e i troppi morti, e dopo tanto altro che ci ha cambiato la vita, la quotidianità. Dopo migliaia e migliaia di morti, dopo mesi di paura di ammalarci o di perdere qualcuno che amavamo, ci dissero che tutto era finito.

Non ci credevamo, davvero, ci sembrava pazzesco poter uscire di casa. Il coronavirus aveva evidenziato tutti i limiti della società in cui vivevamo, perché avremmo potuto eliminarli. Tutto si era fermato perché potessimo capire che l’unica cosa importante a cui dovevamo indirizzare tutte le nostre energie, le nostre forze, era una ed una sola: la vita.

Ed avendola persa, ne capimmo il valore. La nostra e quella dei nostri figli, ciò che era veramente necessario per proteggerla e condividerla.

Eravamo rinchiusi e isolati nelle nostre case, lontano dai nostri genitori, dai nostri nonni, dai nostri figli o nipoti e capimmo quanto fosse importante un abbraccio, il contatto umano, il dialogo, una stretta di mano, una serata tra amici, una passeggiata in centro, una cena in qualche locale o una corsa al parco all’aria aperta, una pizza fuori, una risata, una notte passata svegli con chi davvero conta; abbiamo capito il valore di passare il nostro tempo, che è limitato, con le persone che amiamo. Siamo andati in discoteca, abbiamo bevuto fino ad ubriacarci, abbiamo cantato fino a perdere la voce, ci siamo buttati in mare a mezzanotte, siamo stati svegli ad aspettare l’alba, siamo stati insieme nottate intere, abbiamo corso come pazzi sotto il temporale.

Ma, soprattutto, capimmo che eravamo tutti uguali. Che non c’erano distinzioni tra noi, capimmo l’importanza dei sentimenti di vicinanza e di collaborazione per il bene della collettività. Camminammo all’aria aperta, facendo lunghe passeggiate, e respirando aria fresca. Finalmente potevamo fare respiri profondi e puliti, e il cielo era tornato azzurro. Eravamo tornati a guardare il cielo, avevamo alzato la testa dai cellulari, adesso parlavamo davvero, senza bisogno di una tastiera. Cambiammo prospettiva. Non potevamo più rincorrere l’ombra codarda di un’alternativa, ma capimmo che dovevamo combattere per ciò in cui credevamo. Tornammo a baciarci e finalmente capimmo che un abbraccio, una parola, un bacio e persino guardare la luna poteva bastarci. Eravamo tornati a vivere. A vivere davvero.

«Nonna, ma è una storia incredibile! E poi? Poi cos’è successo?»

«Beh, piccola mia, quei mesi ci cambiarono. Ci resero diversi. Ci era stato dato in mano il potere di cambiare, di migliorare, di riscrivere il nostro futuro. Ma questa è un’altra storia.»

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