Ungheria, Orbán: quando l’eccezione dell’emergenza si trasforma in regola

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Il 30 Marzo dell’anno corrente, mentre eravamo impegnatissimi a realizzare qualche nuova ricetta, a studiare, a videochiamare i nostri amici, a guardare la decima puntata su Netflix, probabilmente dal nostro comodo divano; mentre nelle corsie degli ospedali c’era chi correva incessantemente contro un nemico invisibile; mentre la vita dei cittadini del mondo proseguiva nel proprio stravolgimento, in Ungheria si svolgeva un’importante riunione, che ha assegnato tutti i poteri nelle mani di una sola persona. 

Una pandemia come quella che stiamo vivendo ha un impatto devastante non solo sulla quotidianità dei cittadini, ma anche sui loro diritti democratici. Inevitabilmente c’è chi ne approfitta, nascondendosi dietro il coronavirus per rafforzare il proprio potere in modo inquietante. 

È il caso dell’Ungheria, dove il primo ministro Viktor Orbán si è attribuito il 30 marzo pieni poteri, ufficialmente per combattere meglio l’epidemia.

È evidente che il COVID rende necessarie misure eccezionali e limitazioni della libertà come il confinamento, la quarantena, la sospensione del parlamento o il divieto di circolare. Oggi accettiamo queste imposizioni perché pensiamo (e sappiamo) che sono solo temporanee, anche se qualcuno le osserva con preoccupazione. Ma sono misure adottate dal nostro governo (quale stato sociale) per poter ridurre e provare a contenere l’epidemia. La nostra stessa Costituzione prevede la limitazione di tali libertà in caso di emergenza.

In Francia, lo “stato d’urgenza” votato la settimana scorsa dal parlamento avrà una durata limitata a due mesi. 

Nel Regno Unito, i poteri eccezionali concessi al governo avranno una valenza massima di due anni, e in più dovranno essere rinnovati dalla camera dei comuni ogni sei mesi.

In Ungheria, invece, Viktor Orbán si è fatto attribuire pieni poteri dal parlamento, senza specificare alcun limite temporale. Orbán potrà governare per decreti fino a quando vorrà, e potrebbe addirittura abrogare leggi votate dal parlamento. Il primo ministro sarà l’unico a poter stabilire quando queste prerogative non saranno più necessarie.

Orbán giustifica questa azione con il pretesto della lotta contro l’epidemia, come accade in altri stati europei. Ma i poteri di cui godrà sono talmente vasti che l’opposizione, minoritaria, grida al “colpo di stato”, volgendo lo sguardo verso l’Europa. È stata inoltre respinta la mozione dell’opposizione che chiedeva di inserire nel testo di legge almeno un limite temporale di 90 giorni allo stato di emergenza. La paura è, ovviamente, che il governo non revochi le misure neppure quando la pandemia sarà sconfitta, e che la sospensione della normale pratica costituzionale in Ungheria sarà sine die.

Le nuove disposizioni prevedono in particolare che il premier possa prolungare indefinitamente lo stato di emergenza in vigore dall’11 marzo scorso, a sua discrezione e senza chiedere il voto del parlamento: questo rende possibile la sospensione per decreto di alcune leggi e l’introduzione di misure straordinarie se queste garantiscono la salute, la sicurezza personale e materiale e l’economia. Inoltre, chi diffonderà «notizie false» sul virus o sulle decisioni del governo rischia fino a 5 anni di prigione: negli ultimi giorni, sono stati i pochi giornali indipendenti rimasti ad essere accusati dal governo di diffondere informazioni fallaci, che potrebbero provocare «disordini sociali» e «impedire la protezione della popolazione».

Il governo ungherese e lo stesso primo ministro smentiscono qualunque accusa, sostenendo  che queste ultime siano infondate.

Si contano già, peraltro, le prime “vittime” della nuova politica di Budapest: i transgender. È infatti passata la legge che il vice primo ministro, Zsolt Semjen, aveva preparato.

Da questo momento, dunque, in Ungheria non sarà più possibile, per le autorità, registrare sui documenti di identità il nuovo gender di qualsiasi persona che abbia cambiato sesso. Le discriminazioni così introdotte sono pesanti, e portano a delle conseguenze fortemente limitanti della libertà del singolo: ad esempio, chi ha cambiato sesso e vuole unirsi in matrimonio, o accedere ad una convivenza con una persona di sesso diverso, non sarà più considerato dallo Stato come parte di un’unione etero. Conseguentemente, verrà schedato ed escluso da quei benefici pensati ad hoc per le famiglie. 

Ma la storia ci è maestra, e le azioni compiute non passano inosservate: i timori sembrano fondati, dato che uno stato d’emergenza legato alla crisi dei migranti, voluto da Orbán nel 2015, è tuttora in vigore.

L’Unione europea ha avviato una procedura contro Budapest, sulla base di un rapporto secondo cui “in Ungheria i normali strumenti democratici non funzionano più”. La procedura può provocare la sospensione del versamento di quegli aiuti che l’Ungheria incassa di buon grado. Orbán, in ogni caso, sa di poter contare sul sostegno della Polonia per impedire l’unanimità necessaria per far scattare le sanzioni contro il suo paese.

Ma, una volta superata l’epidemia, il primo ministro sarà disposto a rinunciare ai poteri di cui è momentaneamente titolare? Una volta così fortemente limitato, potrà nuovamente essere ripristinato uno stato di diritto?

In questo momento emergenziale dovremo sicuramente accettare la limitazione delle nostre libertà, ma mai consegnarle ad altri.

Poiché è più difficile mantenere l’equilibrio della libertà, che sopportare il peso della tirannia.

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