Appunti sparsi (e deliri egualitari) della “Buona Novella” in Settimana Santa

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Riconosco che, per un laico, scrivere in questi giorni dovrebbe essere normalmente un fattore ininfluente nella scelta dell’argomento da trattare e nel modo in cui lo si tratta.

Ascoltare i 35 minuti della “Buona Novella” durante il Venerdì Santo costituisce però, per chi è cresciuto con Fabrizio De André come chi scrive, un rituale imprescindibile e un’opportunità di riflessione, da cui spesso scaturiscono pensieri come quelli che stanno tra queste righe. Si tratterà di una sorta di ordinato flusso di coscienza sui sostenitori di una certa visione “sociale” delle vicende evangeliche, che ritengo meritevoli di una considerazione più profonda del pensiero celato dietro le loro opere e le loro parole, costretti come siamo nell’epoca della superficialità e del politicamente corretto che le infetta, privandole del profondo e rivoluzionario messaggio da queste portato, e riducendole ad un’estetizzazione fine a sé stessa.

Viviamo, infatti, nell’epoca in cui il politicamente corretto spinge buona parte dei credenti stessi a criticare un papa che, leggendo il Vangelo, ne diffonde il messaggio di solidarietà universale e di sostegno agli ultimi. Lo tacciano di essere “comunista”, di “fare politica” laddove la sua posizione glielo vieterebbe, perché il papa “deve occuparsi solo delle cose di chiesa”, come mi capitò di sentire da un’anziana signora qualche mese fa durante una delle interminabili attese dal medico. 

È un pensiero oggi comune, che si fonda sull’idea che la politica sia qualcosa di lontano, sporco; che “si fa” nei soli palazzi del potere, ad opera di uomini falsi e opportunisti. Una visione da comprendere, ed effettivamente, per certi versi, più vicina di quanto dovrebbe alla triste realtà, ma che non deve farci dimenticare che la politica la facciamo anche noi tutti, ogni giorno, senza neanche accorgercene, quando discutiamo tra di noi o quando commentiamo una certa notizia.

C’è politica in ogni critica che facciamo allo stato attuale delle cose, finanche nelle più semplici, come la classica lite genitori-figli sull’orario di rientro a casa.

Come è possibile che, in un mondo in cui l’1% della popolazione detiene più del doppio della ricchezza netta posseduta da 6,9 miliardi di persone, e una persona su 10 vive in povertà assoluta, una delle figure più autorevoli al mondo come il pontefice venga tacciato di “fare politica” parlando di cose che non gli competono? Chi si può sentire tanto lontano da un simile dramma da non considerarlo una questione politica?

Francesco ha fondato il suo pontificato su una totale dedizione alla causa degli ultimi, ma non ha scelto la via pacifica. Nei suoi discorsi non si limita a combattere contro povertà e discriminazione, ma parla direttamente alla causa di queste, e lo fa con tono sprezzante verso chi, nel mondo, detiene il potere guadagnato sulla pelle di coloro ai quali la chiesa rivolge il suo sostegno. 

Sono i “Giuda istituzionalizzati”, “gli sfruttatori nascosti, socialmente impeccabili” adoratori del denaro e pronti alla vendita dei loro simili, allo “sfruttamento umano, al commercio di gente”. Logico che certe parole diano grattacapi a chi crede in una religione “facile” e pacifica, che però non può più avere cittadinanza in un mondo spietato come quello di oggi. Del resto per “innalzare gli umili” bisogna prima “rovesciare i potenti dai troni” e ridar loro la dignità perduta, come recita un celebre passo del Vangelo di Luca.

C’è chi, ai primi del ‘600, i reietti pensò addirittura di innalzarli sugli altari e farne oggetto di venerazione, nella convinzione che, per citare Giulio Carlo Argan, “il Divino si rivelasse agli umili”.

Caravaggio rende dignità umana ai santi, dando loro le fattezze di modelli veri fino all’esasperazione, sfidando l’estetica rinascimentale dominante che li raffigurava eterei ed insofferenti. Lo scandalo che colpiva i fedeli di allora, ritrovatisi a pregare dinanzi ad una pala d’altare in cui Maria ha le fattezze di una celebre prostituta e i santi quelle di ubriaconi dai vestiti logori e con mani e piedi insozzati, non è tanto diverso dallo scandalo suscitato dai discorsi di Francesco a favore di carcerati, poveri e diseredati. Dio è degli ultimi, e costoro salgono sugli altari di Caravaggio con onore, nonostante la loro condizione. Il risultato è sconcertante. Maria, nell’Adorazione dei Pastori messinese, è una donna vera, esausta per il parto, dotata di una fisicità che solo Piero della Francesca aveva saputo darle nel suo celebre affresco di Monterchi, prima che la Controriforma gliela negasse per diffondere la dottrina del parto indolore.

I corpi stravolti, sporchi e sofferenti sono l’architettura delle sue composizioni; la resurrezione della carne tribolata degli scarti della società l’unica dottrina cristiana in cui poter credere. La rivoluzione di Caravaggio sta nella sua attenzione all’umanità e alle sue debolezze fisiche e spirituali.

La potenzialità rivoluzionaria delle figure evangeliche umanizzate apparve chiara anche a De André, causa ed ispirazione primordiale, come ricordato in apertura, di tutto questo.

Ma questo percorso di umanizzazione lo portò avanti a modo suo, in piena coerenza con la sua vita “in direzione ostinata e contraria”. Lo fa scegliendo come soggetto, ancora una volta, degli “scarti”; i cosiddetti Vangeli Apocrifi, che erano stati esclusi dal Canone per la loro eterodossia, e restituisce così alle figure evangeliche la loro natura umana, che Caravaggio 350 anni prima aveva dato loro attirandosi feroci critiche.

Del resto neanche De André ne fu immune. Presto si trovò a scontrarsi con un certo ’68 di facciata (che fu poi puntualmente il primo a tradirne le idee vent’anni dopo), che andava alla ricerca spasmodica di simboli della propria ribellione in rottura con la tradizione, senza capire che la tradizione stessa è dotata di un’enorme portata rivoluzionaria, nascosta sotto la polvere di secoli di elaborazioni e dottrina.

Gesù diventa così un povero rivoluzionario, che parla di uguaglianza e pacifismo, sconvolgendo i contemporanei; “L’infanzia di Maria” trasforma Giuseppe in un vecchio falegname “stanco di essere stanco”, non tanto dissimile dal Giuseppe assonnato dipinto da Caravaggio nel suo “Riposo dalla fuga in Egitto” (così lontano dal poderoso scultoreo rinascimentale del “Tondo Doni”); mentre, ascoltando in “Tre Madri” il canto di lutto di Maria, che piange la crocifissione del suo “figlio nel sangue e nel cuore”, è impossibile non pensare alla carnalità profonda che lega madre e figlio nella recentemente riemersa “Sacra Famiglia” del Metropolitan di New York, o nella trafugata “Natività” palermitana.

Non c’è spazio per alcuna spiritualità nelle loro opere. De André e Caravaggio restituiscono la dignità dei corpi nella loro condizione di poveri emarginati, ultimi tra gli ultimi (come erano del resto nella realtà) e, in quanto tali, dotati di una monumentalità impossibile da trovare tra i potenti.

Esiste un chiaro messaggio politico in tutto ciò, impossibile da coprire dietro facili slogan o citazionismi che tentano invano di semplificarlo, adattarlo e piegarlo alle più svariate idee. Il rispetto delle minoranze, un ideale di uguaglianza ed emancipazione nella sua versione radicale e meno facile. Sta tutto qui il filo sottile, causa dello scandalo che lega le vicende di queste figure, così diverse eppure unite dalla loro idea di una misericordia di uomini per gli uomini, e con Dio più o meno lontano.

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Davide Scalia

Nato a Catania nel non ancora troppo lontano 1998.
Nel 2016, conseguita la maturità classica presso il "Gulli e Pennisi" di Acireale, ho pensato bene di iscrivermi a giurisprudenza.
Patito di arte e De André, credo nel valore civico di una cultura non elitaria, accessibile a tutti e slegata da logiche di mercato. Oltre che nella "Buona Novella".
Dico cose di sinistra ma spesso mi danno del fascista, a quanto pare sono bipartisan.