La “zattera” affonda, ma i naufraghi sono ciechi.

Géricault e la politica italiana

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Si dice spesso che nelle situazioni di emergenza, se messo alle strette, l’uomo diventa capace di concepire grandi idee per risolvere la situazione in cui versa. Forse, però, quella che stiamo vivendo in questi giorni può essere considerata l’eccezione che conferma la regola.

Perché le grandi idee latitano in un mare di banalità e vuota retorica, che in queste settimane certa politica avrebbe dovuto mettere da parte per rivestire i panni di una seria e valida opposizione, che potesse realmente compiere il dovere dialettico e critico che il nostro sistema le affida.

Ne abbiamo sentite tante, passando da marchiani errori matematici a proposte tanto strampalate da tendere alla parodia, fino ad arrivare ad una molteplicità di dichiarazioni che nel giro di poche settimane hanno sostenuto tutto e il contrario di tutto, in un notevole esubero di schizofrenia, con le attività che avrebbero dovuto aprire e chiudere ad intermittenza anche nel giro di poche ore, seguendo l’ordine dei tweet.

Se però Atene piange, Sparta non possiamo dire che possa permettersi il lusso di ridere, e la responsabilità in capo al centrosinistra è ben più grande di quella delle opposizioni.

L’attuale centrosinistra, già impegnato da tempo nella sfida di ritrovare se stesso, e con in prospettiva le prossime elezioni potenzialmente decisive, è stato coinvolto dal virus nell’ulteriore sfida di traghettare il Paese verso una nuova normalità. In tal senso, paradossalmente e cinicamente parlando, l’epidemia in corso potrebbe essere una inaspettata svolta favorevole alla coalizione di governo di cui fa parte, se saprà giocare bene le proprie carte.

Diverso è il grado di realizzazione dell’altro grande obiettivo del centrosinistra della ricostruzione post-renziana, e certe infelici dichiarazioni degli ultimi giorni ne hanno dato dimostrazione.

Accade così che il senatore Luigi Zanda, tesoriere del PD, ha dichiarato con nonchalance che “per far fronte al nostro fabbisogno straordinario senza far esplodere il debito pubblico potremmo dare in garanzia il patrimonio immobiliare di proprietà statale, almeno per la parte costituita dagli edifici che ospitano uffici, sedi delle grandi istituzioni, ministeri, teatri, musei… è una vecchia tesi che può tornare attuale”. Già, tesi proposta da Tremonti e nientemeno che da Marchino Carrai.

“Impegnare i gioielli di famiglia”, una pratica comune tra i disperati, l’anticamera del disastro legittimata da chi sembra strizzare l’occhio alla scellerata politica di privatizzazione dell’arte messa in atto dalla Grecia per salvarsi dalla Troika.

In pochi anni, Germania e Cina si sono impossessati delle infrastrutture strategiche greche: la prima, puntando sul turismo; la seconda, sul commercio. E solo un’enorme sommossa di cittadini ha impedito che il patrimonio culturale, con siti come il Palazzo di Cnosso e la Torre Bianca di Salonicco, finissero nelle mani dei creditori internazionali.

Ma se il governo greco, già nel 2008, negò indignato le indecenti richieste di alcuni paesi scandinavi di avere come garanzia della prima tranche di prestiti nientemeno che il Partenone, il nostro senatore non sembra porsi certi problemi, e apre alla possibilità di offrire in garanzia, oltre alle infrastrutture strategiche del paese, anche il patrimonio culturale, da usare ancora una volta come oggetto di politica ed economia (in tal senso, potrebbe chiedere consigli al direttore di Capodimonte che di certe pratiche si è rivelato esperto).

La Costituzione, però, mette i bastoni tra le ruote alla geniale idea di Zanda e di chissà quanti altri suoi “compagni”. L’articolo 9, infatti, impone allo Stato la tutela di questo patrimonio; pertanto, i guadagni della loro eventuale offerta in garanzia sarebbero irrisori. I creditori, (magari qualche ricca holding inglese, cinese o statunitense) in compenso, realizzerebbero finalmente il perverso sogno di tanti italiani, potendo svolgere nei palazzi storici del Paese eventi mondani e le tanto amate sfilate di moda delle grandi griffe, senza che tristi bacchettoni come il sottoscritto vadano a criticare la mercificazione della cultura a favore dei ricchi salotti della moda e dell’alta finanza, che la usano come status symbol. Niente di nuovo, si dirà: Palazzo Pitti, il Ponte Vecchio e la Reggia di Caserta conoscono già certe pratiche. Le kermesse di Gucci e gli esclusivi matrimoni miliardari si potranno organizzare liberamente; a “ripulire”, poi, ci penserà lo Stato, a spese di chi questi eventi li avrà seguiti al massimo sui social con gli occhi inebriati dai lustrini.

Ancora una volta a bloccare le pulsioni privatizzanti del “centrosinistra”(!) è il sistema costituzionale, e non stupisce dunque l’altra illuminante proposta del sindaco Sala di convocare una nuova Costituente “dopo la guerra”, per riscrivere questa Carta tanto avversata, magari facendo fuori qualche autonomia territoriale qua e là, e togliendo qualche potere al Parlamento che tanto rallenta questo Paese nella sua irrefrenabile corsa al “progresso”, ostacolata da certi lacciuoli.

In realtà, basterebbe attuarla davvero così com’è per trovare le soluzioni ai nostri drammi, e ricostruire mettendone al centro i nobili intenti programmatici di autentica giustizia sociale, che sono stati smantellati proprio con la complicità di quella sinistra che avrebbe dovuto perseguirli e che ha, invece, negato la sua natura geneticamente critica dello status quo per trasformarsi in un triste proselito del Blairismo, autoconvincendosi che non esiste strada alternativa (ricordate l’acronimo TINA?) a quella imboccata trent’anni fa, e che anzi bisogna difenderla strenuamente. 

Tornare ad essere sinistra significa, tra le tante cose, rimettere al centro la proprietà pubblica, facendone un simbolo di uguaglianza e non una merce da offrire in garanzia; significa tornare a parlare a chi ha bisogno dello Stato e dei suoi servizi, perché non può permettersi di acquistarli dai privati. Non proprio una minoranza, considerati i dati sulla distribuzione della ricchezza in Italia e le conseguenze disastrose sulla gestione dell’emergenza Coronavirus derivanti dalla sfrenata privatizzazione della sanità, promossa anche da certa “sinistra”.

Verrà a questo punto facile spiegare le ragioni dietro la scelta, come copertina di questi pensieri, della “Zattera della Medusa” con cui Géricault inaugurò la stagione romantica europea, e che non può non essere la miglior metafora della più stringente attualità, prima e durante l’emergenza in corso.

Il naufragio della Medusa avvenne a causa delle negligenze del suo comandante che, per risparmiare su tempi e costi (!) portò la fregata ad una velocità sconsiderata e all’inevitabile ed irreversibile incagliamento.

Le conseguenze furono devastanti e Géricault, fiero oppositore della restaurazione borbonica in atto nella sua Francia, le dipinse con dovizia di dettagli e con vena critica. La zattera è in balia delle correnti, in mezzo ad una tempesta. I morti, i più deboli, sono abbandonati a loro stessi all’estremità sinistra del quadro, in attesa che le onde li portino via, senza che nessuno se ne curi ad esclusione di un vecchio (quale miglior ribaltamento della situazione attuale?). La zattera è raffigurata nel momento della completa rovina, a breve affonderà. Inutile dire che il capitano si trovava al sicuro su un’altra imbarcazione, mentre sulla zattera furono abbandonati gli ultimi, i marinai semplici, tra cui (e potremmo riflettere anche su questo) alcuni uomini neri. Tuttavia, le linee di forza dell’opera tendono verso i sopravvissuti e verso il battello “Argus” venuto in loro soccorso. Géricault dipinge la salvezza, giunta un istante prima del tracollo.

“La tempesta” finirà, e lascerà dietro di sé un paese spogliato di ogni apparenza ed esposto in tutte le sue criticità. Un cambio di rotta sarà allora necessario. Ciò che potrebbe realmente cambiare le cose per un’intera ala politica (in crisi per l’aspirazione alla stessa irrefrenabile corsa che animava il capitano della Medusa) sarà la direzione da prendere: se tornare a guidare la zattera o, piuttosto, lasciare che affondi insieme agli ultimi lì abbandonati. Le parole di questi giorni, tuttavia, sono quelle di naufraghi ciechi. La zattera affonda, e ci si rifiuta di avvistare l’Argus, pur avendola davanti agli occhi già da oltre 70 anni.

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Davide Scalia

Nato a Catania nel non ancora troppo lontano 1998.
Nel 2016, conseguita la maturità classica presso il "Gulli e Pennisi" di Acireale, ho pensato bene di iscrivermi a giurisprudenza.
Patito di arte e De André, credo nel valore civico di una cultura non elitaria, accessibile a tutti e slegata da logiche di mercato. Oltre che nella "Buona Novella".
Dico cose di sinistra ma spesso mi danno del fascista, a quanto pare sono bipartisan.