Addio a Luis Sepúlveda, portato via dal Coronavirus

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Si è spento ieri a Oviedo, in Spagna, Luis Sepúlveda, a 70 anni, dopo più di un mese di lotta contro il coronavirus.

I primi sintomi erano comparsi il 25 febbraio, due giorni dopo il rientro dello scrittore e di sua moglie dal Portogallo, in occasione di un festival letterario a Póvoa de Varzim. Dopo la diagnosi di polmonite e il tampone positivo, Luis era stato trasferito al reparto malattie infettive dell’Ospedale Universitario delle Asturie, a Oviedo, dove per qualche giorno era stata ricoverata con sintomi più lievi anche la moglie, la poetessa Carmen Yáñez, per poi rientrare a casa ad attendere il suo amato che, purtroppo, dopo alti e bassi, non è riuscito a sconfiggere questo implacabile nemico.

Militante politico, anticapitalista, attivista ambientalista, Sepúlveda ha avuto una vita intensa, avventurosa e ricca di viaggi: la scrittura di racconti fin da adolescente, l’interesse per il teatro, la borsa di studio per l’università di Mosca, l’attivismo politico nelle organizzazioni giovanili e movimenti studenteschi; la militanza nella Gioventù Socialista cilena, che gli permise di far parte della scorta personale del presidente Allende, fino al momento del golpe di Pinochet nel 1973, e poi la persecuzione con due arresti e torture sotto la dittatura e persino l’esilio dal suo paese, la stessa sorte toccata anche a suo nonno e a suo padre (Luis ha poi ottenuto nuovamente la cittadinanza nel 2017).

Grazie agli interventi di Amnesty International, ONG con cui ha a lungo collaborato, venne rilasciato e si rifugiò prima in Uruguay, poi in Brasile e Paraguay.

 Da allora, ha continuato a spostarsi: in Nicaragua, lavorando come giornalista e appoggiando i rivoluzionari di Bolivar; ha partecipato a missioni dell’UNESCO in Ecuador, e di Greenpeace in Patagonia; ha viaggiato tra America Latina e Africa e anche in Europa, tra Germania, Francia e Spagna, per poi stabilirsi in quest’ultima, a Gijon, dal 1996.

Le sue travagliate vicende autobiografiche si trasformano in spunti per la vita dei personaggi dei suoi romanzi e racconti, tra i quali ricordiamo: “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore” (1989), “Il mondo alla fine del mondo” (1989), “Patagonia Express” (1995), “Diario di un killer sentimentale” (1996), “Ritratto di gruppo con assenza” (2010), “Le Rose di Atacama” (2016) e l’ultimo pubblicato nel nostro paese “La fine della storia” (2016).

L’hanno reso celebre anche le favole per grandi e piccoli, dai temi universali quali amicizia e lealtà, amore, rispetto per la natura, lotta tra bene e male. Tematiche già esplorate da molti, ma trattate in tutti i suoi lavori con uno stile semplice e leggero, in modo da arrivare a tutti.

“Delle mie favole sono sempre protagonisti animali e questo, come accadeva in quelle antiche, ti permette di vedere da lontano il comportamento umano per comprenderlo meglio”

(fonte ANSA)

In particolare, noi italiani siamo affezionati a “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare” (nella Trilogia dell’amicizia insieme a “Storia di un gatto e del topo che diventò suo amico”; “Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza”), da cui è stato tratto nel 1998 il noto film d’animazione diretto da Enzo D’Alò “La Gabbianella e il Gatto”, sulla crescita, sulle diverse individualità e il rapporto col gruppo e sui danni dell’uomo all’ambiente. Questo pomeriggio, dalle 16.20, il film andrà in onda su Italia 1 per ricordare  la scomparsa di colui che l’ha ispirato.

Numerosi e affollati sono stati gli incontri e le conferenze di Luis Sepúlveda in Italia, tra cui la presentazione di “La fine della storia” a Catania al Teatro Sangiorgi nel 2016, durante la quale ha ringraziato, anche a nome di Amnesty International e di Medici Senza Frontiere, i siciliani per «la dimostrazione di solidarietà e di umanità nei confronti dei migranti».

Preziosa l’esposizione del suo pensiero riguardo allo scopo della letteratura, come ponte che unisce realtà lontane e veicolo di interpretazione dei fatti storici, perché questa è stata per lui la difficoltà e la sfida di costruire un romanzo storico come “La fine della storia”: il trasformare numerose pagine di informazione storica in poche pagine di «buona letteratura», grazie alla capacità di sintesi della sua scrittura, che ha appreso leggendo il nostro Italo Calvino.

Soprattutto fanno da monito le sue considerazioni sulla situazione attuale dell’umanità e delle nuove generazioni, su «un vero discorso politico che oggi è scomparso in quasi tutto il mondo», e sulla possibilità di recuperarlo, di riuscire a cambiare concretamente il mondo con la tolleranza e la democrazia, e dunque la speranza ottimistica di una nuova etica fondata dai giovani.

Era atteso nel mese di marzo a Roma per la festa del libro “Libri Come” 2020, annullata a causa della pandemia. 

Il mondo non lo dimenticherà mai.

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Aurora Vannella

Studentessa di Scienze e Lingue per la Comunicazione all'Università di Catania. Appassionata di scrittura, cinema, musica, teatro e impegnata in diversi progetti in questi ambiti e nel Social Media Management.