Coronavirus, adesso anche l’Eurozona necessita di una terapia intensiva

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Dal momento in cui ci si accinge a trattare tematiche di carattere eminentemente tecnico è pacifico che non si possa prescindere da un elemento fondamentale: la consapevolezza.

“Historia magistra vitae”: nulla è più vero che questa ci ha insegnato che eventi catastrofici, quale quello che sta caratterizzando il nostro presente, scardinano i punti di riferimento di tutti i “comparti” della vita, tanto nella dimensione singola, quanto in quella relazionale. Sotto quest’ultimo profilo ha fatto vivacemente discutere la questione relativa alla posizione, in materia economico-finanziaria, del nostro paese all’interno del contesto relazionale con l’ Unione Europea.

L’epidemia di coronavirus ha avuto un impatto assolutamente determinante in riferimento non solo al futuro modus procedendi in termini di politica economica, ma anche e soprattutto per quel che riguarda il congelamento di princìpi che stanno a monte del nucleo cooperativo europeo. L’emergenza ha, innanzitutto, determinato la sospensione del c.d. “macrovincolo”, posto dal Patto di Stabilità, la cui disciplina nasce dall’esigenza di assicurare una situazione di bilancio, caratterizzata da un disavanzo ed un debito non eccessivi rispetto al Prodotto Interno Lordo. Al fine di misurare l’entità del debito e di qualificare il disavanzo come eccessivo, un Protocollo allegato al TUE stabilisce che il rapporto tra deficit ed il PIL non debba superare il 3%, mentre quello tra il debito pubblico ed il Pil debba attestarsi sotto il 60%. Si può agevolmente comprendere che dinnanzi ad un’emergenza di tali dimensioni, la mancata sospensione di questi vincoli  avrebbe limitato notevolmente la capacità degli stati membri di sostenere spese ai fini sanitari o di sostegno a imprese, famiglia ed economia. Si pone la necessità di procedere secondo altra via, discutendo a livello europeo sulle diverse linee da attuare per far fronte ad una potenziale quanto realistica recessione globale, con riguardo ad uno shock sul piano economico reale e finanziario.

Condizione posta dalle autorità governative, in seguito all’emergenza sanitaria, fino ad oggi è stata dunque la sospensione di tutte le attività produttive che non riguardano la produzione di beni e/o prestazioni di servizi di prima necessità. Uno shock mai visto prima nella misura in cui si prevede, a livello italiano, un range di perdita di fatturato tra i 270 mld, considerando uno scenario con conclusione dell’emergenza sino a fine maggio 2020 e 650 miliardi nell’ipotesi in cui l’emergenza sussista sino a fine anno 2020 (fonte: Cerved Industry Forecast). Il problema principale concerne le eventuali misure di sostegno, nel senso di adottare un sistema comune che possa garantire liquidità alle imprese ed ai lavoratori che subiscono una netta riduzione dei flussi finanziari in entrata. 

Questione assai rilevante è quale tipo di strumento “comune” sia più idoneo nel gestire la crisi.

Da ciò deriva un’evidente spaccatura all’interno dell’Eurozona; per quel che concerne l’utilizzo del Fondo salva- Stati (MES) e l’attivazione di titoli di debito europei (Recovery bond). 

Il MES offre sostegno agli Stati Membri attraverso prestiti o con l’attivazione di linee di credito che sono garantite dal capitale sottoscritto dai paesi membri. Il capitale sottoscritto (704 miliardi di euro) differisce dal capitale effettivamente versato (80,5 miliardi di euro), in quanto il primo attiene all’ammontare massimo che potrebbe essere richiesto agli Stati Membri in caso di insolvenza di uno Stato debitore. Analogamente a quanto avviene nelle società per azioni, gli Stati azionisti del Fondo hanno una responsabilità limitata, che è definita dal capitale sottoscritto. Il capitale è suddiviso in quote distribuite sulla base del modello delle quote di capitale detenute nella BCE da parte delle banche centrali nazionali. L’Italia possiede il 17,79 per cento delle quote ed è il terzo paese per dimensione, dopo Germania e Francia. Come già accade per il FMI ( Fondo Monetario Internazionale), il MES si pone come un creditore “privilegiato”, rispetto al quale gli altri creditori sono subordinati. Alla luce dei principi generali definiti nell’articolo 12 del Trattato, il MES può intervenire attraverso diversi strumenti, quando ciò è necessario per salvaguardare la stabilità finanziaria della Zona Euro nel suo complesso e dei singoli Stati membri. Il MES si attiva solo su richiesta dello Stato interessato che, nel formulare la richiesta, indica lo strumento finanziario o gli strumenti finanziari da considerare per tale intervento. Una volta ricevuta la domanda di assistenza, il presidente del Consiglio dei Governatori del MES autorizza la Commissione Europea e la BCE a fare una valutazione di tre variabili principali:

– l’esistenza di un rischio per il Paese o per la stabilità dell’intera Zona Euro;

– la sostenibilità del debito pubblico del paese che ha formulato la richiesta di aiuto;

– le esigenze economiche di tale paese.

Una volta terminate le valutazioni, in caso di accettazione della richiesta, il Consiglio dei Governatori affida alla Commissione Europea, alla BCE e, laddove possibile, al FMI, il compito di negoziare con il membro del MES interessato un protocollo d’intesa (Memorandum of Understanding, MoU), nel quale sono indicate le condizioni per fornire l’assistenza finanziaria, la gravità della situazione economica e il tipo di strumento necessario per l’intervento di assistenza finanziaria. Come per qualunque istituzione che eroga prestiti e analogamente a quanto avviene per il FMI, tutti gli strumenti di sostegno offerti dal MES sono caratterizzati da un certo grado di condizionalità, ossia dall’obbligo di rispettare alcune condizioni affinché si possa accedere allo strumento di sostegno e lo si possa mantenere nel corso del tempo. Queste condizioni non sono standardizzate, ma possono spaziare da un programma di correzione macroeconomica, al rispetto di condizioni di ammissibilità predefinite, secondo le necessità di un paese. Il compito di monitorare il rispetto delle condizioni prestabilite è affidato alla Commissione Europea, alla BCE e al FMI.

L’idea potrebbe essere quella di utilizzare il MES per emettere i cosiddetti Recovery Bond, titoli di debito garantiti dal bilancio Ue. Si tratterebbe in sostanza di titoli che rappresentano un debito comune ai paesi europei, non debiti dei singoli Stati.

L’uso di titoli di debito europei era stato in passato invocato per sostituire il debito pubblico esistente accumulato dai singoli paesi, magari per effetto di politiche poco responsabili, cosa che era sempre stata ritenuta inaccettabile dai paesi del Nord Europa. Questi Recovery bond sarebbero, invece, volti a finanziare nuove iniziative di spesa ritenute legittime a livello europeo. Data questa differenza, e le circostanze eccezionali che l’Europa sta affrontando, si può ipotizzare che entro limiti da definirsi e con utilizzi limitati, uno strumento del genere possa essere attivato. Gli utilizzi dei proventi delle emissioni non potrebbero che essere circoscritti e ben definiti ex-ante, dal momento che il MES o l’Unione Europea sarebbero i debitori, ma avrebbero un controllo limitato su come i singoli Stati spenderebbero i soldi. Queste limitazioni potrebbero essere attenuate nel caso in cui tali proventi venissero destinati per intraprendere politiche di bilancio a livello comunitario, di cui tutti i paesi membri potrebbero beneficiare, come un sussidio di disoccupazione o un programma di investimenti europeo.

Detto questo, tali politiche potrebbero essere viste da alcuni come un primo salto qualitativo verso un assetto federale che al momento non sembra negli auspici di nessun governo, e men che mai di quei paesi ad alto debito che invocavano gli Eurobond, ma sono avversati da pulsioni sovraniste che si oppongono a cessioni di sovranità a favore dell’Unione.

Va anche considerato che i paesi con basso debito non hanno problemi ad affrontare l’emergenza con mezzi propri e non è chiaro se siano in grado di far accettare al loro elettorato proposte di mutualizzazione anche parziale del debito, che andrebbero principalmente a beneficio dei paesi con alto debito. Nel corso dell’ultimo confronto avvenuto tra gli economisti dell’Eurozona è stata intrapresa in via ufficiosa la linea di credito MES priva di determinate condizioni. I prestiti erogati sarebbero a lunga scadenza e le spese coperte prive di condizionalità dovrebbero essere esclusivamente quelle sanitarie collegate all’emergenza Covid-19. Sebbene in una situazione straordinaria come quella attuale tutto possa apparire possibile, non si può sottacere che proposte di questa natura non sono coerenti con la predefinita natura del MES e comporterebbero una radicale modifica del Trattato in seguito alla revisione delle condizionalità. Quest’ultima ipotesi, tutt’ora, richiederebbe l’unanimità degli Stati Membri dell’Eurozona, e si tradurrebbe in elevati tempi di coordinamento tra paesi e tempi molto lunghi per la ratifica da parte dei Parlamenti nazionali. Tuttavia, situazioni di emergenza comportano anche misure politiche emergenziali, con forza di deroga rispetto a quanto precedentemente stabilito in via legislativa.

Quel che risalta è che con riguardo ad uno scenario come questo non si possa prescindere da un ripensamento dell’Europa, dovendosi altresì accettare che sotto la veste formale di un’Unione Europea, si nasconde un’aggregazione di popoli che barattano pezzi di sovranità in cambio di ciò che impone l’opportunità. Ma ci basterà questo?

Giorgio Marletta, Mattia Marletta

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