Muore Lucho, ma non muoia la sua militanza

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Nell’affranta scrittura dei dovuti tributi alla memoria di un personaggio di enorme statura intellettuale, ci si confronta sempre con una molteplicità di pericoli che possono inquinare la genuinità della ricostruzione offerta dal testo, estromettendo certi aspetti controversi della personalità della figura in oggetto, per consegnarne un’immagine accessibile, edulcorata e di largo apprezzamento.

Capita così che il compianto Luis Sepúlveda venga ricordato come uno scrittore di racconti commoventi, con i quali molti, me compreso, hanno avuto la fortuna di approcciarsi da bambini, mutuando da questi uno smisurato amore per la letteratura.

L’elogio alla sua figura non può, però, fermarsi a questa versione “facile”, se la strada che si vuol seguire è quella di una reale riflessione sulla sua complessa figura, e non una sterile ricerca di facile consenso.

Lucho non era un semplice scrittore, un intellettuale da scrivania, ma un appassionato socialista che ha combattuto per la sua causa nei movimenti guerriglieri in Bolivia e nel Nicaragua sandinista, ma che soprattutto fu parte attiva dei Mille Giorni di Salvador Allende, che cambiarono il volto del Cile.

Nel Grupo de Amigos Personales, un pool di fidati consiglieri prima ancora che guardia personale del Compañero Presidente, Sepúlveda vivrà l’esperienza di una rivoluzione socialista nonviolenta e, soprattutto, figlia della democratica volontà del popolo cileno di libertà ed emancipazione. Mille giorni di volontariato, propaganda e soprattutto di studio e riflessione sulla via da prendere per esaudire le volontà che i cileni avevano affidato ai rivoluzionari nel settembre del 1970.

La Via Cilena al Socialismo fu costruita sulle basi di una politica culturale di enorme impatto sul paese, nella convinzione che la libertà di un popolo potesse passare soltanto da una capillare influenza di una cultura reale in ogni ambito della vita quotidiana. Per Allende, la cultura doveva orgogliosamente essere appannaggio di tutti, e per questo massicciamente finanziata dallo Stato, che investì una fortuna con l’unico obiettivo di formare cittadini liberi, partecipi e consapevoli, in una logica totalmente estranea a quella del mercato che pretende esigenze di monetizzazione anche dietro certe iniziative (vedi https://www.controverso.cloud/6099/ )

Nacque così un’università cilena totalmente gratuita e aperta a tutti, e nacque anche il sogno della Quimantu Editoriale, una casa editrice gestita dal Governo, che disseminò per il Cile milioni di libri a prezzi irrisori e finanziò la costruzione di biblioteche, sparse su tutto il territorio, anche grazie alla passione di migliaia di attivisti come Sepúlveda. Da privilegio elitario, il libro divenne strumento di uguaglianza, e i lavoratori cileni iniziarono a divorarne praticamente ovunque e in ogni momento della giornata.

Tutto questo finirà già nel 1973, in uno dei tanti colpi di stato orchestrati dagli Stati Uniti, con il Palacio de La Moneda bombardato dagli uomini di Pinochet, e la fiera morte di Allende al suo interno. Sepúlveda venne incarcerato e torturato per mesi, ma soprattutto condannato a vivere da esule per anni.

Qui sta il più grande problema che ho riscontrato negli articoli a lui dedicati in queste ore, ossia aver focalizzato eccessivamente l’attenzione sugli anni di Pinochet (di cui risulta facile parlare in un mondo in cui ormai quasi tutti ne riconoscono la crudeltà) trascurando volontariamente o trattando con pressappochismo, invece, l’enorme impatto culturale che i tre anni al fianco di Allende hanno avuto sulla sua forma mentis. Un inaccettabile oblio dovuto alle idee che animarono quell’esperienza e che oggi paradossalmente appaiono tinte di uno sconveniente politically incorrect, in quell’imperante sistema di pensiero contro il quale lo stesso Lucho si è scagliato per tutta la sua vita.

Bisogna conoscere l’esperienza del governo Allende per capire Sepúlveda e la sua visione lucidamente e sfrontatamente critica del mondo in cui è vissuto.

In una delle sue ultime interviste rilasciate a Left, come sempre, non si risparmiò, parlando senza mezzi termini del neoliberismo che “convince le persone ad accettare la negazione dei diritti, il saccheggio delle risorse e i crimini ambientali come l’unica normalità possibile”, incolpando di questa crisi in primis una sinistra che da tempo “ha smesso di pensare che ci possano essere alternative visibili e possibili al neoliberismo”.

Insomma, una figura tutt’altro che accomodante.

La scrittura semplice e diretta dei suoi libri, che lo rende così limpido e chiaro di fronte a ogni genere di lettore, è lo specchio delle sue esperienze di militanza radicale e convinta nel sostegno alle sue idee, per le quali ha imbracciato fucili e subìto mesi di immani torture. La sua non è una semplice scelta stilistica, dettata da una tecnica non elaborata, ma una precisa scelta ideologica, nella direzione di una letteratura e di una conoscenza realmente accessibile a tutti, capace di veicolare messaggi complessi con estrema semplicità, in piena continuità con il pensiero del suo Presidente.

La “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare”, che ha impropriamente invaso i social nelle ultime ore, non è soltanto una bella storia dal bel finale. Nelle sue poche pagine c’è l’ambientalismo degli anni di Greenpeace e del sostegno alla causa Shuar; c’è la critica al sistema capitalistico e al suo egoistico atomismo, che nega la natura solidale dell’uomo al di là di ogni differenza; e c’è, soprattutto, un inno a quella libertà che Fortunata non sapeva di avere fino a quando non ha rischiato tutto, saltando dal campanile di Amburgo, in un atto di coraggio che non è mai mancato a chi, come lui, ne ha assaporato il valore nel Cile dei primi anni ’70.

È questo il grande insegnamento di Sepúlveda e della sua “Rivoluzione con empanadas e vino rosso”, in un Paese in cui gli investimenti in cultura vengono ridimensionati di anno in anno causando la chiusura di teatri e biblioteche, e in cui si inaspriscono i prezzi dei musei, costretti in un circolo vizioso di bilanci da sistemare e che porta ad abbassare la media della produzione culturale a livelli infimi, e dove l’istruzione universitaria diventa sempre più costosa ed inaccessibile a larghe fasce di popolazione.

Non possiamo lasciare che la cultura torni ad essere simbolo di una élite di ricchi, capaci di reperirla privatamente, in barba ad ogni aspirazione democratica ed egualitaria.

La vera uguaglianza nasce dalla capillare distribuzione della conoscenza: Lucho lo imparò da Allende, e a noi toccherà il compito di conservarne il messaggio senza semplificazioni o distorsioni, ed imparare da questo.

E quanto alla Editoria Quimantu, è emblematico il fatto che, appena insediatosi, Pinochet si affrettò a chiuderla e a bruciarne i libri.

Le analogie sono preoccupanti, ma del resto si dice che “a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si indovina”.

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Davide Scalia

Nato a Catania nel non ancora troppo lontano 1998.
Nel 2016, conseguita la maturità classica presso il "Gulli e Pennisi" di Acireale, ho pensato bene di iscrivermi a giurisprudenza.
Patito di arte e De André, credo nel valore civico di una cultura non elitaria, accessibile a tutti e slegata da logiche di mercato. Oltre che nella "Buona Novella".
Dico cose di sinistra ma spesso mi danno del fascista, a quanto pare sono bipartisan.