Il peso della forza: i governi femminili e la loro emersione

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Da mesi, ormai, il Covid-19 sta paralizzando il mondo in un modo che nessuno si sarebbe mai aspettato. Ogni Paese sta cercando le proprie risposte, ma ce ne sono alcuni che le hanno già trovate. 

Si è notato, ultimamente, che in alcune parti del mondo vi sono state (fortunatamente) meno vittime, e che in ognuna di queste, al governo, ci siano delle donne. Dalla Germania alla Finlandia, dall’Islanda al Taiwan, in ognuno di questi Paesi le donne hanno dimostrato di essere dei grandi esempi di leadership che, grazie alle disparate misure attuate, hanno fronteggiato il problema in maniera davvero ammirevole. Ma le donne in questione, in che modo hanno sfruttato il loro potere governativo, per affrontare l’imminente pericolo? 

Amore, acume e forza. Caratteristiche comuni a tutti, ma che sono sono state adattate, in maniera eccellente, alle necessità del proprio Paese; e ciò, talvolta, con metodi molto innovativi. I due provvedimenti che hanno fatto più scalpore per la loro originalità sono quello di Sanna Marin, capo di stato della Finlandia; e quelli di Mette Frederiksen, primo ministro della Danimarca, ed Erna Solberg, primo ministro norvegese. La prima, guidata dalla voglia di informare il suo popolo sui procedimenti attuati dallo stato e sulla serietà del problema, ha deciso di mettersi in contatto con gli influencer più giovani del paese, così da diffondere nel modo migliore e più rapido possibile tutte le informazioni importanti. Le leader di Danimarca e Norvegia, invece, si sono lasciate trasportare dall’amore verso il loro popolo e, in particolare, verso le nuove generazioni. Hanno indetto, dunque, delle conferenze stampa in cui si rivolgevano direttamente ai bambini, nel tentativo di rispondere e tutte le loro domande e dare loro delle spiegazioni in merito a ciò che sta accadendo nel mondo che li circonda. 

Altri esempi di leadership brillanti ci vengono mostrati da: Angela Merkel, cancelliera della Germania, che ha deciso fin dall’inizio di attivare tutte le misure necessarie al contenimento del problema, andando oltre tutti i compromessi da fare con la produzione, per favorire la protezione. Ancora, Tsai Ing-wen, capo di stato in Taiwan, ha disposto 124 misure per bloccare la diffusione e il contagio già a Gennaio, quando apparvero le prime notizie di una nuova malattia, così da non dover ricorrere alla paralisi totale dello Stato. La CNN ha definito questo intervento una tra le “migliori risposte al mondo”. La presidentessa, inoltre, sta adesso mandando 10 milioni di mascherine negli Stati Uniti e in Europa. Anche in Nuova Zelanda, con un isolamento imposto fin da subito e luoghi di quarantena designati, Jacinda Arden ha tentato l’impossibile per salvare il suo paese. In Islanda, infine, il primo ministro Katrín Jakobsdóttir ha fornito test gratuiti fin dal principio, ed eseguito uno screening continuo al fine di un monitoraggio che non ha reso necessaria la chiusura totale della nazione. 

La gestione impeccabile segna certamente un cambiamento importante nella considerazione che il mondo ha delle donne. La parità tanto agognata nel corso degli anni è certamente evidente; tutte le idee sulla volubilità che rende le donne incapaci di governare, finalmente crollate. Non vi è quindi una superiorità da ricercare, non esiste una gara all’interno della quale trovare il migliore. Vi sono solo delle barriere che è necessario rimuovere. Barriere che hanno accecato per millenni le società, facendo così instaurare la convinzione, all’interno di ciascuno, che tutti gli uomini si trovino in una condizione di indistruttibilità che le donne non possono certo comprendere. 

Ma cosa significa, in realtà, questo termine “indistruttibilità”? E che cosa comporta, nella psiche e nell’emotività di un uomo, essere talvolta cresciuto ed educato secondo questo ideale, di fatti irraggiungibile e da sempre travisato? 

Significa, banalmente, portare il peso di una sorta di responsabilità atavica, legata al preconcetto di uomo come colonna portante del nucleo familiare e, portandolo alle estreme conseguenze, della società nel suo complesso. E da ciò deriva anche la pericolosa idea dell’impossibilità del fallimento, nonostante questo sia un componente fisiologico ed eventuale di ogni essere umano, e il suo conseguente rifiuto ad ogni costo. E questa idea malsana dell’indistruttibilità viene ricondotta, in modo morboso, anche al concetto di “leader”, al punto da andarne a costituire lo stesso nucleo di significato agli occhi dell’opinione pubblica più ottusa. Conseguenza di una tale linea di pensiero non può che essere l’esclusione del binomio “donna-leader”, visto che l’ideale dell’indistruttibilità sarebbe qualcosa di non contemplato all’interno del mondo femminile. 

Quale, dunque, la chiave di volta finale di un simile problema? Evidentemente, ciò che andrebbe fatto, è tentare di sdoganare l’idea di leader quale condottiero senza macchia, armato di spada, scudo e cimiero; piuttosto, il leader deve essere colui il quale sfrutta al massimo quanto vi è di buono nella sua condizione di essere umano, così da poterlo proiettare nella società, e da rendersi guida di quest’ultima. Non più, quindi, una gara tra sessi, nella quale individuare finalmente quale dei due sia il genere più capace e più forte; ma piuttosto, una rimodulazione e diversa distribuzione dei pesi tra esseri umani.

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