Lo sfogo catartico dei ratti di Banksy, tra permissività e speranza

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L’imperante sfera d’influenza del lockdown ha voracemente inglobato in sé anche Banksy, ignoto ma celeberrimo artista britannico: i suoi iconici ratti, più volte liberati sulle mura delle nostre città, hanno messo a soqquadro l’angusto spazio di un servizio domestico, srotolando carta igienica, imbrattando le pareti, schizzando sapone e dentifricio.

La foto della sua opera, realizzata in “smart working”, è stata postata su Instagram, e ha subito raggiunto, in sole due ore, oltre il milione di likes, insieme ad alcuni commenti curiosi che hanno riposto il loro interesse non sul bagno, ormai quotato oltre 5 milioni di sterline, ma sui frammenti di realtà domestica che timidamente emergono dallo scatto: un rossetto, due spazzolini da denti, schiuma da barba, rasoio e un blister di pillole. Il famoso street artist, dall’identità ancora parzialmente sconosciuta, potrebbe aver rivelato quella che può agevolmente considerarsi come la rappresentazione – seppur minuta e striminzita – della sua intima concretezza coniugale: “Mia moglie odia quando lavoro da casa”, recita difatti la didascalia.

Il circoscritto e claustrofobico spazio che fa da sfondo al dramma satiresco messo in scena da Banksy, non è di certo una semplice “narrazione” architettata al solo scopo di un euforico intrattenimento: la pandemia mondiale che tormenta la nostra quotidianità è, senza ombra di dubbio, il fenomeno epocale della nostra era, e Banksy ne mostra perfetta coscienza. Il procedimento artistico dell’ironia, utilizzato dall’artista, richiede, infatti, per essere compreso, un necessario rimando a ciò che dilaga esternamente all’opera stessa. La precarietà dell’esistenza tutta, prepotente, ha sferzato le nostre intorpidite coscienze in confino, costringendoci ad un lavoro definito “agile”, ma paradossalmente compiuto nella staticità della nostre mura domestiche; costringendoci a mutare radicalmente il nostro stile di vita, dirigendoci verso “lo stress per le cose da non fare”, com’è stato definito da Gianluca Castelnuovo, professore ordinario di Psicologia Clinica dell’Università Cattolica di Milano.

Muovendosi disordinatamente ed irrazionalmente, i ratti sembrano preda di uno sfogo catartico di tensioni sociali, in una sorta di fremente carnevale della permissività, in cui si rintracciano quegli elementi stessi che la tensione l’hanno plasmata: in cima, sulla destra, un ratto è intento a spruzzare del sapone, oggetto-emblema delle norme igieniche vigenti; simbolo della nuova cattività domestica è il ratto visibile dallo specchio che, frustrato, prende nota dei giorni trascorsi in gabbia, come fosse un vero e proprio carcerato; la carta igienica srotolata dalla corsa inconcludente di un altro ratto è un chiaro rimando al panico che la pandemia ha generato in merito ai beni di consumo più basilari. Notissimo, al riguardo, il video che mostra tre donne nella corsia di un supermercato di Sydney che si strappano i capelli, urlano e lottano, soltanto per un grosso pacchetto di carta igienica.

La psicosi di massa che il virus, insieme con le prassi mediatiche, ha creato è perfettamente codificata, in forma artistica, dai riconoscibili stencil del britannico: mostrando topi disperati che si aggrappano alla cordicella dell’allarme della doccia, quasi a chiedere aiuto (in alto, sulla sinistra), gli alter-ego di Banksy ci mettono di fronte alle nostre contraddizioni e ai nostri limiti. Si tratta dunque di un doppio evento, sia narrato che vissuto.

 La mancanza di chiarezza in merito al reale tasso di pericolosità del virus, lo stigma economico e sociale a cui saremo soggetti una volta che tutto questo sarà finito, sono affievoliti dal velato messaggio di speranza che, forse troppo azzardatamente, può leggersi tra le righe dell’opera: i topi hanno una forte capacità di adattamento, una volta percepito scampato il pericolo. Con cautela, escono di nuovo fuori dalle loro tane.

In ultima analisi, ciò che Banksy ha tradotto con estro artistico, è stato dichiarato anche in termini speculativi: si mostra, infatti, dello stesso avviso il filosofo Umberto Galimberti, asserendo che “l’umanità ha sempre saputo gestire le difficoltà, ce lo insegna la storia e i conflitti mondiali che hanno caratterizzato il Novecento. Adesso siamo in una fase di cambiamento epocale; da circa un secolo, infatti, l’umanità non ha subito cambiamenti significativi e ora si trova ad affrontare qualcosa di epocale. Che prima o poi arrivasse era prevedibile, anche se nessuno immaginava che sarebbe stata un’epidemia a cambiare le nostre vite per sempre”.

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