Paolo Reitano tra letteratura e politica

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Paolo Francesco Reitano autore di due libri in meno di un anno, il romanzo “Tra Dublino e Piazza Maggiore” pubblicato da “Nulla Die” nel 2016 e la raccolta di poesie  Torno a cercarti” anch’essa pubblicata da “Nulla Die” e venuta alla luce nel 2017, ci racconta alcune parti di sé nonché il perché di ciò che scrive e che vive quando compone. Una straordinaria fusione di sensazioni emerge dalle pagine dei suoi libri: ogni luogo, fisico o puro effluvio di emozioni, animo, diventa per lui oggetto di ricerca e indagine, libero di essere così come si manifesta. 

Paolo è uno studente di economia,  ma prima di tutto un ragazzo, che continua a dimostrare attraverso le sue opere letterarie una nitidissima percezione dell’io umano, le sue sfumature più contorte, silenziose e illuminate come una falena in piena notte, anche lassiste, talvolta, svestendo completamente quella cortina rigida che troppo spesso gli uomini usano come mero riparo ai loro sentimenti, per farsi meno male.

A che età hai iniziato a sviluppare questa passione per la scrittura? Inoltre, nel corso del tempo l’hai mai abbandonata per poi riprenderla successivamente o te la sei sempre tenuta ben stretta? 

Io ero uno di quei bambini che amavano il “giorno del tema” alle elementari; gli altri bambini erano tristissimi, pensavano che fosse qualcosa di ingestibile, invece io lo aspettavo con trepidazione, poiché rappresentava comunque un piccolo spazietto dove potevo scrivere liberamente ciò che mi scorreva dentro. Poi nella realtà dei fatti, quando sei bambino nessuno ti chiede mai come la pensi, ti vogliono solo vedere attivo fisicamente e allegro esteriormente.  Per la seconda parte della domanda, secondo me, è un percorso complesso da definire. Molti mi chiedono se vedessi la scrittura come un lavoro e io ho sempre risposto NO; se io dovessi scrivere per lavoro sarebbe quasi una violenza nei miei confronti. La scrittura, secondo me, come tante altre arti deriva da un bisogno personale, quindi anche dalla necessità che hai, da un tuo momento emotivo. Io potrei benissimo scrivere ora due libri di fila e poi non scrivere più per vent’anni, perché emotivamente non sentirei il bisogno di scrivere, dunque reputo una violenza nei miei confronti il fatto di forzare la penna. Noi scriviamo perché fondamentalmente viviamo. Se noi anteponiamo la scrittura al nostro sentire diventiamo macchine, robot.

Adesso che viviamo in una società particolarmente incline alla bellezza “estetica” e in molti casi  basata sull’apparenza, senti ciò che scrivi come realmente una parte di te,vera?

Sono consapevole del fatto che una parte di me può essere intesa anche come l’influenza che ricevo dall’esterno, quindi non solo qualcosa che deriva dal mio lato intrinseco, ma percepito anche come influenza, intesa come un incontro con qualcuno o una ben determinata esperienza, sia positiva che negativa. Quello che scrivo mi rispecchia molto perché attraverso la scrittura posso anche fare un’analisi di me stesso, cioè posso capire cosa stavo pensando in un determinato periodo, cosa mi ha spinto a scrivere certe cose anziché altre. Se teniamo conto di questo punto di vista, sono molto autobiografico. Metto tanto nei miei personaggi di me, come se avessi X sfaccettature e le mettessi in X personaggi, io potrei nel momento in cui scrivo, comandare dall’alto le loro azioni, un po’ come se giocassi a fare Dio con parti di me che, nella vita quotidiana, reale,non riesco a controllare. Per quanto riguarda il discorso delle apparenze: la sento poco questa cosa. Secondo me, il mondo è sempre stato comandato dall’apparenza o finzione, all’uomo fondamentalmente piace mentire, gli piace tantissimo, come d’altronde può piacere credersi o far credere qualcosa che non si è. In questo senso la poesia è senza dubbio più vera della prosa e più immediata, un romanzo ha tempi di gestazione molto lunghi, anche solo a causa del fitto lavoro di revisione successivo alla scrittura. Sulla poesia io mi do una regola: non devo toccare quello che ho fatto perché quello che ho scritto in quel preciso istante sarà diverso da quello che avrei potuto scrivere un secondo prima o dopo. Per questo, a mio parere, la poesia è più vera di qualunque altra produzione letteraria, perché è una finestra su quel momento.

Da un romanzo “Tra Dublino a piazza maggiore” ad una raccolta di poesie “torno a cercarti” come mai questo “folle” volo?

Devo dirti la verità, io mi sono approcciato alla poesia tardissimo.. quando generalmente si tende a fare un po’ il passaggio inverso. La poesia, per mio errore, l’ho sottovalutata tanto da ragazzino. Sono ancora convinto, come ho detto prima, che un romanzo sia molto più complesso da portare alla luce, soprattutto appunto per il lavoro di revisione, rispetto ad una poesia. In verità, si tratta anche di due percorsi profondamente diversi da un punto di vista letterario, di editing e di molto altro. Mi sono avvicinato all’età di vent’anni alla poesia grazie ad un libro di Pablo Neruda “ Venti poesie d’amore e una canzone disperata” , lo lessi in spagnolo e poi in italiano e da lì un po’ iniziai a scrivere questi componimenti, meglio chiamarli pensieri istantanei su cui poi si accavallavano versi, anche senza volerlo. Infatti, da un punto di vista metrico sono assolutamente sciolto da ogni vincolo, anche se in alcune c’è una metrica molto stretta, ma nella maggior parte dei miei componimenti non esiste. Mi ricordo che quando ero più piccolo, utilizzavo un linguaggio molto complesso, difficile; mi ricordo mio padre che diceva “Paolo usi un linguaggio elitario” perché non davo possibilità a chi leggeva di capire il vero messaggio che stavano leggendo. Ho rivisto il mio modo di scrivere, il mio linguaggio complicato volevo estirparlo. Io credo, inoltre, che tutto quello che si scriva o che si pensa anche intimo non debba essere lasciato in un cassetto per sempre, decidere di condividerla a mio avviso è un gesto altruistico quanto rivoluzionario. L’arte deve essere accessibile a tutti. 

Per quanto concerne la mia raccolta di poesie, Torno a cercarti” ha un filo rosso per quanto sia nata in maniera del tutto casuale. La raccolta comprende quaranta poesie che ho scritto nell’arco di due anni. Sono in prevalenza poesie d’amore, anche se per certi aspetti si ritrovano molti temi come il piacere della scoperta, l’impatto della lontananza. In aggiunta c’è anche una canzone di un mio amico, Mattia Spanò che è un musicista e uno scrittore. Mi ha voluto regalare come ultimo componimento di questa raccolta un testo di una sua canzone, che si riallaccia ad alcune poesie presenti nel libro. Paradossalmente credo sia piaciuta più la raccolta che il romanzo.

Scrittore e studente di economia, due interessi apparentemente antitetici: come li concilii? 

In realtà, Giulia, sono due cose nate spontaneamente in due momenti diversi della mia vita. Io in verità ho sempre avuto questi due amori, ossia, la politica e la letteratura. Tuttavia, ho scelto economia piuttosto che giurisprudenza e scienze politiche poiché necessitavo di un ambito in cui fossi totalmente ignorante. Inoltre sono convinto che ora come ora in Italia si necessiti di tecnici della politica piuttosto che di teorici della politica. Per farti un esempio, il concetto più ripetuto in questa campagna elettorale che si è conclusa a breve è stato “coperture finanziarie” ma ti posso assicurare che nessuno dei politici che ne parlava sapeva esattamente di cosa stesse parlando, tutti possono parlare di economia, ma pochi sanno davvero cosa sia. È difficile, ad esempio, che chiunque si metta a parlare di fisica nucleare, ma tutti si riempiono la bocca di concetti economici che sconoscono. Io non volevo essere l’ennesimo esempio dei tanti che ci sono. L’economia, secondo me, è uno studio bellissimo perché parte innanzitutto da un problema sociale, da un fattore X. L’economista deve essere in grado di avere un occhio molto attento alla società, l’economia pura poi si basa su questo, sui fenomeni sociali che scaturiscono dalla circolazione di denaro, inteso come benessere sociale. Tutto ciò io l’ho riportato nel mio primo libro, dove metto in luce un forte interesse nelle dinamiche sociali. Infatti, è ambientato a Bologna e in alcune città europee nel 1998, un’epoca che non ho vissuto a livello di consapevolezza sociale ma a cui mi sono appassionato con gli studi. I protagonisti sono due ragazzi che vivono in questo periodo e riprendono dunque certe icone popolari o meno di quel momento storico. Mi sono basato, in verità, molto sui racconti delle persone all’interno del mio nucleo familiare come mio zio Claudio che, essendo del ’74, ha ovviamente vissuto a pieno quell’epoca. Secondo me, le storie hanno bisogno di un occhio sulla società, che possa caratterizzare anche i personaggi stessi. Ritornando alla domanda, a mio parere, comunque l’una paradossalmente aiuta l’altra, in modo del tutto sconnesso.

 

La sua passione è e continua ad essere una dimostrazione lampante per tutti coloro che si nascondono dietro agli  “avrei potuto farlo se solo….”; “avrei voluto farlo ma adesso…” come se fosse quasi doveroso motivare, giustificare ciò che si sta facendo, senza realmente capire che siamo solo noi in centomila modi, simili, dissimili, imprevedibili, ma VERI. 

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Giulia Giardina

Nata a Catania, il 23/09/1998 si é diplomata presso il Liceo Classico statale "M. Cutelli". Studentessa di Lettere presso L'università degli studi di Catania.

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