Tutto e Nulla

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Quei due erano così tanto diversi che al solo guardarli la donna che li aveva partoriti scelse i loro nomi: Tutto e Nulla.

Tutto nacque piangendo e non smise quasi mai di farlo. Fermava i suoi lamenti, tuttavia, quando concentrava la sua attenzione sui pasti del fratello, che, com’era prevedibile, neanche reagiva al furto. Nulla era infatti così placido e silenzioso da risultare invisibile; passava le giornate incantato a fissare quelle farfalle di pezza che gravitavano sul suo testone dall’alto della culla. Non chiedeva nulla. Non chiedeva, Nulla.

Crebbero insieme: Tutto in fondo all’aula, esiliato dalla maestra perché pretendeva di saltare e far capriole anche durante l’ora di geografia; Nulla anche lui seduto lontano, ma perché lì, inosservato, stava meglio a suo agio.

Tutto provò presto la sua prima sigaretta, ma non gli piacque, perché del fumo sapeva tutto; Nulla non fumò mai, e fece bene: non si perse nulla. Non si perse, Nulla.

Tutto avrebbe divorato il mondo a morsi, se avesse potuto. Aveva gambe forti, pensieri folli. Un giorno voleva essere un presidente, l’altro un allenatore di hockey, l’altro ancora un panettiere; una volta visitò un acquario e decise che da grande avrebbe fatto la foca. Era talmente perso nel suo desiderio di appartenenza a qualsiasi cosa gli stuzzicasse l’animo che arrivava, infine, ad una conclusione che portava un nome familiare: Nulla.

Nulla non era, come si potrebbe credere, un ragazzo svogliato. La sua era una saggezza stoica: aveva capito molto prima la banalissima vanità della vita. Così, quando gli dissero che sarebbe stato costretto a casa per lungo tempo a causa di una pandemia, fece spallucce, disse “D’accordo”. Tutto invece era distrutto, non capiva più nulla. Non capiva più Nulla.

Mai convivenza forzata fu più difficile: Tutto con la smania del fare, Nulla con quella sua religiosa solitudine, entrambi incapaci di consolarsi, di dirsi una parola utile.

– Ma come fai a startene lì immobile! Non sai quanto stiamo perdendo?

– Nulla.

– E certo, che altro sai dire!

– Sai cosa apprezzo di te, fratello?

– Dì il tuo nome di nuovo, simpaticone.

– Tutto.

– Eh?

– Di te apprezzo tutto. La tua energia, quella felicità così ingenua e così autocosciente. Mi piacerebbe essere come te, Tutto. Guardare con rabbia fuori dai vetri, quasi spaccarli per la foga di uscire. Invece guardami, riesco solo a fare silenzio. Forse dovremmo un po’ più somigliarci, io e te.

Smezzarono così le giornate: la mattina Tutto dava lezioni di tutto a Nulla. Gli spiegava lo sport, lo studio di qualsiasi fenomeno naturale e non, i suoi settecentocinquantacinque passatempi preferiti, e la progettazione dei suoi trentotto piani B per i suoi diciannove diversi piani A per le sue quindici vite future.

Nel pomeriggio toccava a Nulla: la parte più dura fu quando costrinse Tutto a stare fermo per più di dieci minuti. Quello non resisteva un attimo, gli veniva subito d’alzarsi ed andare a costruire un palazzo con gli stuzzicadenti avanzati dagli spiedini. “No, devi restare immobile, fisso”.

Con estremo sforzo, Tutto restò seduto. Guardò fuori dal balcone e all’inizio gli sembrò che quella vista avesse gli stessi caratteri amorfi di suo fratello.

Poi fece una cosa che mai aveva trovato il tempo di fare: osservò. Vide le minute figure dei suoi vicini di casa apprestarsi a minuscole, tenere azioni rivolte agli altri, alla biancheria, alle piante.

Le piccolezze così delicate ed insignificanti che sembrano di contorno alla vita, ma chissà che non siano il piatto principale.

Vide, lontanissimo, un pezzo di mare. Vide tutto. Vide, Tutto.

E scoprì che, dopoTutto, non era così dissimile da quel suo amatissimo nemico Nulla.

Se solo avessero entrambi saputo

avrebbero detto: Che scherzo bello! 

ma a Tutto e Nulla è stato taciuto 

d’essere le due metà del mio cervello.

Sabrina Sapienza

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