Disobbedienza civile: verso la legalizzazione o verso amare conseguenze?

4' di lettura

Durante lo scorso aprile, si è fatta spazio, tra le varie turbolenze che hanno contrassegnato quest’anno, un’iniziativa di disobbedienza civile e lotta contro gli schemi della politica odierna. L’iniziativa #IoColtivo, portata avanti da diverse associazioni, tra le quali l’associazione “Luca Coscioni”, nota per le battaglie di civiltà di cui si è fatta portavoce (si pensi, da ultimo, alle vicende che hanno interessato Marco Cappato e DJ Fabo), nasce dalla volontà di andare contro all’impossibilità di coltivare la Cannabis provocata dall’attuale dato normativo; il quale però, a ragione della propria lacunosità, allo stesso tempo sembrerebbe “consentirne” un utilizzo, creando dunque una sorta di cortocircuito nel sistema, che ha origine proprio dalle difficoltà d’interpretazione del testo di cui stiamo parlando, e che ha reso necessario un intervento della Cassazione. 

Ma quali sono, nel dettaglio, le leggi che l’iniziativa si propone di “scavalcare”? 

In Italia, la legge che si occupa della regolamentazione della coltivazione, detenzione e consumo della Cannabis è la Legge del 2 dicembre 2016 n.242, la quale prevede la libera coltivazione della marijuana light, modificazione genetica della Cannabis Sativa, in modo che presenti concentrazioni di THC (tetraidrocannabinolo) variabili dal 0,2% fino alla soglia massima tollerata dello 0,6%. Il coltivatore, tuttavia, è obbligato ad acquistare sementi certificate a livello europeo, e a conservarne l’etichetta per i successivi 12 mesi dall’acquisto, così da non poter essere ritenuto responsabile di eventuali anomalie. In caso di livelli di THC superiori alla norma, è sempre e comunque previsto il sequestro e la distruzione della coltura. La legge tuttavia, disciplina solo la produzione a scopo industriale, e non quella a scopo ricreativo; anzi, quest’ultimo non è affatto citato, nemmeno per essere vietato, creando così dubbi sulla possibilità di consumo di essa. Per fare dunque un po’ di chiarezza in questo ambito, il Senatore Benedetto Della Vedova scrisse una lettera l’8 marzo 2015, (ancor prima, dunque, della effettiva emanazione della legge di cui sopra, e con riferimento quindi al progetto della stessa), nella quale invitava tutti i parlamentari alla completa depenalizzazione e legalizzazione della marijuana, da considerare completamente innocua rispetto ad altre tipologie di droghe esistenti e, sfortunatamente, presenti sul mercato. La lettera ebbe la sua efficacia, ma con quattro anni di ritardo, e con effetti limitati, nel disegno di legge “Cannabis Legale”, non ancora approvato, ma che in caso di esito positivo concederà la possibilità di coltivare autonomamente fino a tre piante e di detenere fino ad un massimo di 5 grammi fuori casa e 15 gr. in casa. 

Nel frattempo, visto lo stato di sospensione in cui si trova questo disegno di legge, la Corte di Cassazione è intervenuta con la sentenza del 19 dicembre 2019, che stabilisce che la coltivazione di Cannabis, ad uso personale, non costituirà più un reato, quanto, piuttosto, un illecito amministrativo. Questa sentenza, sebbene rappresenti una totale rivoluzione di tutte le regole che hanno finora disciplinato questo ambito, non modifica di molto l’aspetto pratico della situazione. Infatti, la Cassazione specifica che: “Il reato di coltivazione di stupefacenti è configurabile indipendentemente dalla quantità di principio attivo ricavabile nell’immediatezza, essendo sufficienti la conformità della pianta al tipo botanico previsto e la sua attitudine, anche per le modalità di coltivazione, a giungere a maturazione e a produrre sostanza stupefacente. Devono però ritenersi escluse, in quanto non riconducibili all’ambito di applicazione della norma penale, le attività di coltivazione di minime dimensioni, svolte in forma domestica, che per le rudimentali tecniche utilizzate, lo scarso numero di piante, il modestissimo quantitativo di prodotto ricavabile, la mancanza di ulteriori indici di un loro inserimento nell’ambito del mercato degli stupefacenti, appaiono destinate in via esclusiva all’uso personale del coltivatore”. 
 
Da quanto sopra riportato, quindi, si evince che, a parere della Corte di Cassazione, la risposta punitiva del nostro ordinamento si articola, rispetto al fenomeno della coltivazione di piante stupefacenti, secondo una gerarchia, o, se vogliamo, una graduazione
Per cui, “devono considerarsi lecite la coltivazione domestica, a fine di autoconsumo, per mancanza di tipicità (vale a dire che la Legge n.242/2016 non dispone nulla di specifico rispetto a questo dato, non rendendolo così un’ipotesi tipica, ergo da non poter ritenere penalmente rilevante, N.d.A.), nonché la coltivazione industriale che, all’esito del completo processo di sviluppo delle piante, non produca  sostanza stupefacente”. Invece, continua la Corte“la detenzione di sostanza stupefacente esclusivamente destinata al consumo personale, anche se ottenuta attraverso una coltivazione domestica penalmente lecita, rimane soggetta al regime sanzionatorio amministrativo”.  
La sanzione quindi sarà di competenza di un organo amministrativo e non avrà la stessa funzione di una sanzione per violazione della legge penale (che solitamente tende a restaurare la legalità violata), ma avrà carattere punitivo e preventivo. 

In ultima analisi, dunque, sono lecite e non punibili, per mancanza di tipicità, le coltivazioni domestiche minime effettuate con strumenti e modalità rudimentali, da cui si ricava una quantità minima di sostanza destinata ad un uso esclusivamente personale; 
è invece soggetta al regime sanzionatorio di tipo amministrativo la detenzione di sostanza stupefacente destinata in via esclusiva al consumo personale, anche se ottenuta con una coltivazione domestica lecita. 
Si può quindi piantare la cannabis in casa?.Lo si può fare liberamente? Non esattamente. Dipenderà, infatti, dalla personale valutazione del giudice o dell’autorità che si occuperà della segnalazione, visti i parametri di riferimento piuttosto altalenanti. È infatti evidente che quanto sopra riportato e spiegato, in assenza di una legge chiarificatrice, induce facilmente in confusione sia il privato, e sia l’organo giudicante che si ritroverà a decidere su una questione apparentemente banale. 

Tornando, ora, all’iniziativa segnalata in apertura dell’articolo: cosa vogliono fare gli organizzatori? 

È stato proposto, ai soli maggiorenni consapevoli delle conseguenze provocate dalla disobbedienza civile, di piantare il 20 di aprile un seme di cannabis, in segno di protesta, così da creare un movimento importante e cercare di lanciare un segnale che faccia compiere allo Stato un passo avanti verso la legalizzazione. Inoltre, è stato ultimamente osservato che una eventuale legalizzazione della cannabis in questo particolare momento di crisi dello Stato, solleverebbe notevolmente l’economia nazionale, colmando quindi, almeno parzialmente, le perdite subite a causa della stasi dell’economia. Non resta dunque di augurarsi che il disegno di legge venga approvato, così da sottrarre fondi alle organizzazioni criminali ed eliminare le problematiche in cui incorrono numerose persone che coltivano e consumano cannabis, ad uso esclusivamente personale e ricreativo, non creando alcun danno; e ciò, al contrario di altri soggetti da ritenere davvero “colpevoli” di qualche reato. 

Mostra il tuo sostegno con un "Mi Piace"!
  •