App Immuni: a cosa andiamo incontro?

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Avviata la fase 2, tra il rammarico per la fine delle dirette di Conte e la gioia di poter uscire di nuovo da casa, nel rispetto delle nuove misure di contenimento del Covid-19 promosse dal Governo, ci si interroga su una delle scelte di quest’ultimo nella gestione del contact tracing, che ha mosso gli animi e le tastiere degli Italiani e delle Italiane: l’App Immuni.

“Immuni” è un’applicazione per iOS e Android ideata e realizzata dal Bending Spoons, software house milanese impegnata nella creazione e distribuzione di app mobili, divenuta in questo campo la figura numero uno in Europa, che, con uno sguardo volto costantemente alla ricerca e allo sviluppo nel settore tecnologico, si piazza tra le prime dieci imprese al mondo per downloads. L’impresa, fondata nel 2013 da cinque soci allora under30, nonostante l’immediato successo, ha deciso di non spostarsi all’estero “per dare ai tanti talenti in fuga dal nostro Paese un motivo per restare”. Scelta dal ministero dell’Innovazione per sviluppare l’app di tracciamento dei contatti che conosciamo con il nome di “Immuni”, Luca Ferrari, amministratore delegato, ha dichiarato che fiducia e privacy sono elementi necessari e contingenti all’impegno preso, sottolineando la gratuità assoluta del progetto da cui, appunto, non ricaveranno guadagni; e per cui perderanno, al contrario, qualcosa, per via degli ingenti costi che si troveranno a sostenere. Alla domanda “Quali sono le vostre motivazioni?” risponde così: «Quando qualcuno si sente male in aereo, se sei un medico, la cosa giusta da fare è farti avanti per dare una mano, anche se avresti preferito finire di gustarti un film. Allo stesso modo, se pensi che il tuo Paese abbia bisogno di un’app e tu sei specializzato nel fare app, la cosa giusta da fare è proporti, anche se può costarti economicamente ed esporti a critiche di ogni genere. Io penso che lo spirito di solidarietà sia un valore fondante della società civile in cui viviamo e dalla quale traiamo così tanti benefici. È importante che cerchiamo tutti di contribuire, ognuno con i propri mezzi ma sempre con molta ambizione». Fiducia, privacy e gratuità. 

Ancora sul settore privacy, è bene specificare che l’app è dotata di due sezioni, una relativa al contact tracing che avverrà via Bluetooth; e una relativa ad una “cartella clinica” da compilare periodicamente, indicando solo eventuali sintomi che possano allarmare in merito all’avvenuta contrazione del virus. Non verranno dunque richiesti altri dati di carattere personale come nome, cognome, età e così via, tant’è vero che i dati convergeranno in un ID temporaneo e anonimo e verranno conservati in memoria dal proprio cellulare e dai cellulari con cui si è entrati in contatto; procedura, questa, che si realizzerà sotto forma di codici anonimi crittografati. Il “rischio contagio” verrà calcolato sulla base di metadati come la durata dell’incontro e la forza del segnale percepito, e qualora si risultasse positivi al virus, all’ID in questione (che sappiamo essere anonimo) verrà fornito, dagli operatori sanitari, un codice di autorizzazione per scaricare su un server ministeriale il proprio codice, altrettanto anonimo, che verrà memorizzato tra i risultati positivi.

I codici dei contagiati presenti sul server verranno presi in considerazione dalle varie app che, qualora riconoscessero nella loro memoria (che vi ricordo essere composta dai codici anonimi crittografati dei cellulari di soggetti con i quali si è entrati in contatto) uno di questi codici, invieranno una notifica all’utente, con il fine di invitarlo a porre maggiore attenzione in merito al proprio stato di salute, data la vicinanza con un soggetto X che è risultato essere positivo al virus. 

In merito ai server, è stato elaborato un nuovo modello che prevede la sostituzione di questi con dei “dispositivi utente” sui quali avverrebbe direttamente la crittografia-generazione delle chiavi. Così, ogni volta che due cellulari si “incontrano”, si scambiano il proprio identificativo anonimo generato localmente con crittografia, trattandosi, dunque, soltanto di una lista di numeri privi di qualsiasi elemento identificativo della persona. Non c’è quindi più un server che contenga sia i codici dei cellulari sia le chiavi crittografiche. Viene così meno una possibilità di re-identificare i soggetti. Il trattamento dei dati, in ogni caso, dovrà essere autorizzato in ogni sua parte, assicurando così che il singolo sia pienamente consapevole degli strumenti e dei metodi utilizzati per la loro memorizzazione, conservazione e per il loro utilizzo. 

Le app, poi, non possono chiedere l’accesso al GPS. Non si farà dunque ricorso a nessuna forma di geolocalizzazione degli individui. 

Si è dibattuto, inoltre, sulla volontarietà o obbligatorietà del download dell’app, e si è deciso che si farà pieno affidamento sulla volontà e sulla coscienza dei singoli, senza nessuna forma di imposizione. Un sondaggio condotto dalla Ipsos, un’azienda che si occupa di analisi e ricerche di mercato anche sul piano internazionale, ha rilevato che il 19% degli intervistati scaricherà l’app sicuramente; il 31% probabilmente lo farà; il 15% sicuramente non lo farà; il 12% probabilmente no, mentre il restante 23% non lo sa ancora o non utilizza uno smartphone. 

Siamo di fronte ad una svolta in ambito tecnologico, che gioverà alla risoluzione dei problemi legati alla fase di convivenza con il virus? O il tentativo sarà fallimentare e ci saremo messi in gioco per un risultato scadente? Tra dubbi e incertezze, ci apprestiamo a vivere la fase più difficile di questa emergenza. Saremo in grado di affrontarla?

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Rebecca Leonardi

Nata a Catania il 10/03/2001.
Diplomata con lode presso il liceo classico Nicola Spedalieri di Catania.
Studentessa di Giurisprudenza all'Università degli Studi di Catania.
Amante della cultura in tutte le sue declinazioni.