Conversazione in quarantena

7' di lettura

Il coronavirus: estinzione dell’Italia, piano dei poteri forti per sopprimere gli anziani e risparmiare sulle pensioni? Psicosi?

Ognuno reagisce a modo suo. Esco, vado in paese a comprare da mangiare al coniglio. E se mi dicono qualcosa: pure lui deve campare.

Arrivo in anticipo, aspetto di fronte l’entrata che aprano. Una Mercedes si accosta al marciapiede davanti a me, e un uomo sulla cinquantina, antipatico, brizzolato, fa per tirare fuori la testa:

“Scusi, sa se aprirà?”. Rispondo che sì, dovrebbe aprire alle quattro e mezza. Lui parcheggia, ma non scende dall’auto. Ha paura del contagio. O non gli piace come mi vesto.

Qualcuno da dentro apre il negozio. Io entro e ad accogliermi c’è il proprietario in mascherina, stanco di questa storia, forse pure di quella prima. Mi avvio verso il bancone e un cartello proprio al centro del corridoio mi blocca. Dice “MANTENERE 1 METRO DI DISTANZA. NON OLTREPASSARE LA LINEA GRIGIA”. Chiedo quello che mi serve usando un tono di voce che non mi appartiene, pago ed esco incrociando il cliente dopo di me, che con una doppia contorsione schiva la mia sfilata veloce verso l’esterno. Sono fuori: è vestito in tuta pure il brizzolato antipatico di prima, che adesso è appoggiato alla sua Mercedes.

Vorrei un caffè.

Il mio chiosco preferito è chiuso. Maledetto decreto ministeriale. C’è un altro cartello. Stavolta dice che è tutto inserrato, tutti a casa.

Orribile: scoppieranno i matrimoni; i depressi saranno ancora più depressi, l’idea del suicidio non sarà più un’ipotesi così lontana; le giovani coppie non potranno più amarsi: qualcuno occuperà il bagno per un sacco di tempo, per la disperazione delle madri. Quelle madri, che in tutti i modi speravano di non avere più i figli tra i piedi, se li ritroveranno in casa ventiquattr’ore al giorno. Ma ci saranno pure madri contente di averceli sempre attaccati; madri a lavoro abbrutite perché “tutti a casa, ma a noi chi ci pensa?”

Questa è l’Apocalissi. Ne è segno inconfutabile la sospensione della Serie A. Moriremo di noia, non di virus.

“Si comunica alla spettabile clientela che in ottemperanza al decreto ministeriale il chiosco rimarrà chiuso fino a data da destinarsi. Si rende noto inoltre che non potremo salutarci più come siamo soliti fare e cioè con baci e abbracci”. È nostro dovere inoltre dirvi che puliremo più del solito tutte le superfici con molti detergenti e Amuchina [l’amuchina, ormai divinità pagana, effettivamente si merita la maiuscola].

Un’immagine: Daniele il barista che pulisce alacremente -e con una certa voluttà- il suo bancone. Mai lavato in dieci anni, che io sappia. “Tutti noi italiani torneremo più forti di prima”. Lo slancio patriottico quasi mi commuove. L’amor patrio dev’essere un effetto collaterale del virus. Sono sicuro che prima non c’era.

Le campane della chiesa ogni tanto suonacchiano. Ma sono attutite, sembrano lontane. C’è un bel cielo, limpido, nell’aria un non so che di caldo, di invitante. La montagna si staglia netta all’orizzonte, qualche uccello svolazza obliquo.

In piazza non c’è uno spirito. Solo Alfio, zoppicante come al solito, che non sa a chi chiedere le sigarette. Sconsolato, si accascia su una panchina a braccia aperte e gambe stese. Si prende il sole, ma sembra più una crocifissione.  Io cammino, penso male, e mi viene da punirmi per tutte quelle volte in cui ho maledetto la gente e implorato la solitudine, il silenzio.

Basta, torno a casa. Provo con la realtà virtuale. Il gruppo whatsapp degli amici.

Ma proprio quando non la vuoi, la realtà reale ti richiama. Messaggio nel gruppo.

“Carusi, stasera ni viremu?”. È Mauro, militare a Taranto, appena tornato.

Rispondo subito di sì, celando l’entusiasmo: “ma non ho la macchina, è senza assicurazione. Se vuoi passare da me hai voglia”.

Melospone (Melo-spone? Melospone è il cognome? o il soprannome? Tanti anni di frequentazione e solo ora il dubbio: sarà la quarantena) convalida la tesi per cui l’uomo è un animale sociale, e decide che due giorni a casa sono stati più che sufficienti. L’argomento è persuasivo.

“Carusi ni viremu tutti a Pirara. Viniti tutti a Pirara! Nun ci nné vaddia, nun c’è nenti.”

Mi convince subito. “Per me si può fare, ma qualcuno dovrebbe passare a prendermi”.

È come stappare lo champagne. Si apre il dibattito.

Emanuele [uomo d’ordine]: “se vi beccano vi fanno il culo”.

Mauro si dimostra troppo arrendevole: “Non salgo”

“Perché?”

Emanuele incalza, diplomatico: “Io me ne sto fottendo del virus, però se fermano uccidono.”

L’argomento “Sbirri” fa sempre effetto.

Mauro: “Fra, ma a te i vaddia ti hanno fermato?”.

Intermezzo. Intervento di Fabrizio, nel ruolo del demone -un demone legalitario e prudente- che si è impossessato della grande maggioranza degli italiani:

“Carusi, non si scherza! Finitela! Anche a me non piace stare a casa, sono la persona meno asociale del mondo [momento concessivo], m’at’astari ‘e casi, picchì annunca nun ne niscemu cchiù [momento della fermezza].”

Le sue parole ci riportano all’ordine, ma la discussione si è accesa. Lo segnala il passaggio ai messaggi vocali.

A spegnere ogni velleità di aggregazione sociale clandestina, Fabrizio aggiunge, tono grave e un poco strascicato: “Se fermano non è solo la multa, è mora! Di duecento e passa euro! Mora vuol dire che poi ti va a intaccare la fedina penale. Non scherziamo, cazzo!”

Mauro si ricorda di essere anche lui vaddia: “Mbare iu sugnu militare, mi fanno un malo rapporto.”

Emanuele [conciliante]:

“Mauro, fra, iu stasira ci sugnu ma n’avissimu a viriri n’ampuntu tipu cca a SXXXX. Picchì mbare ci su i carrabbineri ogni sira, capito? Fra [rispondendo alla domanda precedente] a me si, mi hanno fermato, ma io stavo lavorando [trasporta mozzarelle su un furgone per un noto caseificio: dettaglio in seguito importante]. Firmaruno a ddui, du carusi, ca erano ddui, ieri sira, mbare i mmazzarunu ndo sonnu. I mmazzarunu, ci ficiru macari u vebbali. Te lo giuro, fra, a me mi hanno lasciato andare perché stavo lavorando. Ma a quelli, mbare, li hanno ammazzati.”

[Incredulità, spavento generale] 

“Ma serio?”

Emanuele ha in mano l’uditorio:

“In questo momento devi valutare se uscire [momento ponderativo], e te lo dico io [il valore dell’esperienza] che sono uscito fino a ieri e fino a prima. Sulu che rischi, fra, è come mbare se si cu l’arresti domiciliari [momento comparativo] na stu mumentu. Si ti pigghianu fora, è [momento ammonitivo] comu su t’attaccanu mbare, ti spaccanu!”

“Ma serio.”

Si è inserito Giuseppe, accodandosi alla rettitudine di Fabrizio. E, a scanso di equivoci su quale sia la sua posizione: “statevi a casa, porco dxx.”

Lo sconforto è generale, ma monta una sotterranea eccitazione per il pericolo (del virus? dei carabinieri?), o forse per questo stato di reclusione forzata.

Mauro riassume il sentimento comune:

“Carusi, semu pessi. Io lunedì torno a travagghiari.”

Giuseppe si accoda, pedante: “L’OMS se dichiara lo stato d’emergenza manco il cane possiamo portare fuori.”

Grido di dolore [non c’è destinatario: all’universo]: “Figghisucaminchi”.

Giuseppe, ormai calato nel ruolo di chi ripete quello che è già stato detto: “Ragazzi, non avete capito la situazione.”

Rispondo, candido: “No, no, io ho capito. Solo che mi scoccio a stare a casa”.

La mia ammissione incanala il dibattito verso posizioni più concilianti.

Fabrizio, fedele alla filosofia per cui le cose è meglio farle e poi pentirsene, o pentirsene mentre le si fa:

“Io ieri sono uscito, sono stato in un’altra casa, ah, ma ero col culo preso a motore [ardita immagine]. Cioè [recuperando il buon senso smarrito] è successo ieri e non succederà più!

Perché, carusi, am’appinsari a cu ni voli beni e a cu vulemu beni [notevole trama fonica].

Picchì si u pigghiu ppi casa casa, pigghia macari me papà, me soru… e onestamente no…

Sono arrivati prima i sensi di colpa familiari o il virus?

Giuseppe, ancora non richiesto: “io manco a casa della mia zita sto andando.”

Mauro, perfido: -Giuseppe, a tia a to zita ti trasmette un cornavirus se non vi vedete per un mese [allega immagine di un unicorno al trotto].

Giuseppe non raccoglie: “Vabbè un po’ di stacco da lei dici a posto [o forse il commento di Mauro l’ha turbato], ma dopodiché è normale che pesa pure a me. Cioè io ci sto bene a casa, ma già oggi mi sta venendo pesante, mi stanno venendo tutti gli stinnicchi del mondo.”

Si scivola sempre sul tema donne. È una legge.

Emanuele, uomo di fatica, riporta la discussione al suo focus:

-Minchia, carusi, io tipo voglio uscire per svariare la sera, ppi farini n’tubu, ma oltre questo picchì mi fanu travagghiari. Quindi si nun chiurunu puru sti spacchi i pizzerie che ora penso [spero] che chiuderanno puru l’asporto, così chiudunu tutto e si ferma l’economia. Perché tanto stanno chiudendo tutte cose e ancora ci ‘a stannu sucannu [nota filologica: periodo di difficile trascrizione, ma il senso dovrebbe essere questo: E. si esprime a favore di una totale chiusura dei locali].

Mauro, di sponda, lo aizza: “fra, ma falli chiuriri tutti pari.”

Ora, Emanuele, e non rende la trascrizione scritta, manifesta tutto il suo disprezzo per il mondo della ristorazione:

“Fra, le pizzerie per farle chiudere gli devi dire proprio: “mbare: il presidente ha uscito l’edizione speciale: domani dovete chiudere”. Annunca nun chiurunu, mbare, ti pare ca iu nun ci l’ha dittu ca su sciamuniti ca su apetti? Picchì, mbare, m’ammalu iu, t’ammali tu, s’ammalunu tutti… Si chiude! Mbare, invece si escono tutte le scuse che mbare fanno solo techeuei [tono polemico e derisorio]… Pensu ca oggi domani chiurunu, sicuru!”

Il dibattito si inclina sul versante “ristorazione ed economia”. I due termini qui in Sicilia si equivalgono. E mi ritrovo a pensare che questa serrata generale a Catania non ha portato grandi cambiamenti. Restano aperti “gli esercizi commerciali di generi alimentari”, cioè il 90% dei negozi della provincia. Ha chiuso l’altro 10%, che sono i bar.

Giuseppe conferma: “Già alcune stanno chiudendo, tipo dove lavora la mia zita.”

Mauro invia altra immagine di unicorno.

Emanuele, interessatissimo: “Vero??? dove lavora, fra?”

“Il sabato sera lavora al TXXXX”

Butto l’occhio su Repubblica. Foto di un signore incravattato, scuro di carnagione, perplesso davanti a uno sfondo blu. La didascalia propone il suo nome impronunciabile. Qualcuno che si occupa di salute. Invio: “annunciata pandemia”.

Un Fabrizio insofferente: “Mbare, s’an’ammentiri d’accoddu, picchì dissuru ca non è pandemia, e poi è pandemia, cazzu.”

Emanuele, indifferente alla Grande Storia:

“Mbare, buono! allora mi pare che TXXXX è una pizzeria d’asporto, buono! Che se comincianu a chiudire quacche asporto, chiudunu tutti [un abbozzo di psicologia di massa delle pizzerie, pare!]. Mbare invece se le persone cominciano a rimanere aperte, bene o male, fra, trenta, quaranta, anche cento pizze aggionno, perché le fanno, ah [qui E. è bravissimo a restituirci l’immagine di pizzaioli d’asporto, luridi e avidi, indaffarati come scarafaggi, indifferenti al dolore del mondo]! Invece dobbiamo starci a casa, è giusto! Se no non si fermerà mai l’economia!”.

Del perché voglia fermare l’economia, non lo so. Forse s’è reso conto delle brutture del capitalismo. C’ha del suo bello, questa pandemia.

Prosegue la perorazione: “Pare na minchiata, ma nella ristorazione ci lavorano un sacco di persone! Sì, magari scadono i prodotti, ma chi se ne fotte! Glieli diamo all’esercito! Prima a saluti do travagghiu!”

Fabrizio, a concludere: “Poi comu finisci si cunta”.

Finisce sempre così. Silenzio, si dorme, ormai è tardi.

-C.V. 

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