#diventeràbellissima, l’incubo leghista ed il cemento che avanza: a qualcuno frega davvero qualcosa della bellezza in Sicilia?

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In apertura di questa riflessione farò una semplice analisi grammaticale, perché la tanto oggi disprezzata grammatica può aiutarci a ben capire il mondo che ci circonda, mostrandoci la più disarmante delle realtà.
Questo è uno di quei casi.


Nello Musumeci cominciò la sua avventura alla Regione Siciliana con una scelta verbale incoraggiante: “diventerà” è, infatti, un verbo al futuro semplice del modo indicativo, il modo della realtà e della certezza che sarebbe arrivata nel futuro dei suoi anni al governo.
Il #diventeràbellissima con cui è stata cavalcata l’onda del potere suona come qualcosa in più di un semplice augurio, rasenta l’idea di una vera e propria promessa.
Da cosa passa il concetto di bellezza in una terra come la Sicilia? Come può diventare “bellissima”?


Senza avere la pretesa di fare di queste righe un trattato di estetica, senza volersi fondare su spigolosi ordini soggettivi di idee, è possibile guardare a ciò che, per gli italiani, universalmente può essere considerato “bello”, per poi chiedersi se a qualcuno, lì all’Ars, importi davvero qualcosa di questa bellezza.

Sono “belli” i nostri monumenti, sono “belli” i nostri paesaggi, sono “belle” le nostre iniziative culturali, le biblioteche, gli archivi, i teatri. I Costituenti hanno cercato di rendere tutto ciò non solo “bello” in un senso meramente estetizzante, ma hanno dato ad esso un nuovo valore civico, rendendola un attributo di sovranità popolare ed uguaglianza al pari del lavoro e degli altri diritti e libertà fondamentali. È un’innovazione decisiva che mai nessuna riforma o autonomia potrà mai intaccare nel suo valore.
In tal senso l’avventura di Musumeci alla Regione sembrava fosse partita con ottime intenzioni, la nomina di una figura autorevole del settore come Sebastiano Tusa aveva lasciato ben sperare, nonostante il compito non fosse assolutamente facile a causa di un’autonomia in tema culturale che, invece di portare benefici come nell’intento dello Statuto, finora ha rischiato di danneggiare il patrimonio siciliano.


I sogni si interruppero, purtroppo, bruscamente, dopo neanche un anno di assessorato, in quel maledetto incidente aereo del marzo 2019, e il fardello del defunto Tusa tornò nelle mani di Musumeci che, fino a qualche giorno fa, ha gestito l’assessorato ad interim.


Si arriva così al 12 maggio scorso in cui il governatore, dopo un lungo vertice di maggioranza, ha annunciato l’attribuzione dell’assessorato che fu di Tusa ad un uomo della Lega, scatenando una tempesta di critiche.
Sono critiche, tuttavia, sterili, fondate su un presunto identitarismo siciliano capace di svegliarsi, solo su provocazione di etichette partitiche ormai incredibilmente labili: se le indiscrezioni dovessero rivelarsi vere arriverà in Regione un ex alfaniano, che, neanche 3 anni fa, si candidò a sostegno di Fabrizio Micari e che oggi si ritrova ad essere uomo caldo della Lega per un assessorato.


Ed eccolo invece proprio qui lo scandalo di un assessorato ultratecnico come quello ai Beni Culturali, trattato come una delle tante “poltrone” oggetto di dispute e compromessi politici, totalmente disinteressati rispetto a quello che dovrebbe essere il fine della “poltrona” in questione. Eccolo qui il vero scandalo, coperto da critiche dettate principalmente da logiche di partito del tutto scollate dai reali problemi dei beni culturali in Sicilia, che rimangono uguali ed inascoltati tanto a destra quanto a sinistra.


Lo stesso Candiani, portavoce leghista in Sicilia, parlando ieri della delega ottenuta ai microfoni del TgR Sicilia, ha subito esordito affermando che la Lega interverrà anche sugli altri assessorati per imprimere una delle tante “svolte” gattopardiane alla Regione ed intervenire in risposta alla crisi economica.
Sui beni culturali oggetto dell’assessorato i siciliani proprio non hanno nulla da temere, perché i costumi rimarranno gli stessi degli ultimi anni. Candiani guarda infatti a questi come “una grande fonte di attrazione e quindi anche di economia”.
Dopo la breve parentesi Tusa, nei palazzi del potere siciliani ritornano ,dunque, a non aver più spazio la conoscenza, la ricerca, l’analisi critica e l’obiettivo di emancipare i siciliani, facendo loro conoscerne le radici. Non hanno più cittadinanza i problemi economici e strutturali di tanti siti archeologici parzialmente scavati ad inizio ‘900 da Paolo Orsi come Eloro, esposti ai saccheggi dei tombaroli, o delle opere dei musei regionali, esposte ai pericoli di strutture fatiscenti. Monumenti, teatri e musei regionali vengono, invece, ancora una volta, degradati a “fonti di attrazione” di pari valore rispetto ad un circo o un parco divertimenti. Tutto in ossequio all’idea economicista del “Petrolio d’Italia” lanciata da Gianni de Michelis nei vacui anni ’80, oggi fedelmente seguita da Franceschini e che in Sicilia trova i suoi proseliti nell’idea della “terra che potrebbe campare solo di turismo”.
Sono idee tanto perverse quanto trasversali nell’odierno scenario politico, viste le ormai famose idee renziane sulle finalità del nostro patrimonio culturale o quelle del già citato ministro o, per ultime, quelle del senatore Zanda. Figure non proprio vicine al Carroccio.


Alla luce di quanto esposto mi chiedo a cosa serva, quindi, se non a fare ancora una volta propaganda politica “tirando acqua al proprio mulino”, dare all’attribuzione leghista un valore “culturale”. Cosa sarebbe cambiato nella gestione se la “poltrona” fosse stata affidata ad un uomo della “sinistra”, laddove le risposte in tema di cultura sono ugualmente appiattite in ogni schieramento? Dove sta la reale alternativa sul tema che renda lecito affermare “noi avremmo fatto meglio”?
E mentre tanto rumore desta una scelta meramente “di facciata” e priva di potenziali risvolti pratici, che quest’isola non abbia già tristemente osservato, un silenzio assordante, dovuto alla notevole quantità di interessi in gioco ed al disinteresse dell’opinione pubblica per qualcosa che vada oltre la facile scaramuccia da tifosi per (flebili) colori diversi, cala sul vero impellente problema della Sicilia: l’abusivismo edilizio.


Ancora una volta aleggia tra le poltrone dell’Ars un progetto di condono edilizio, nascosto tra le parole del ddl edilizia attualmente in discussione. Questo provvedimento, potenzialmente, allargherebbe il novero degli abusi edilizi condonabili anche a quelli commessi ai danni di aree sottoposte a vincolo paesaggistico, archeologico ed idrogeologico.
Tutto in nome di una “velocizzazione” e “sburocratizzazione” che in questo Paese deve per forza far rima con un devastante “libera tutti” in cui le soprintendenze e la giustizia amministrativa vengono viste come “nemici del progresso”, mentre il cemento in Italia avanza di 8 mq al secondo coprendo siti archeologici e naturalistici, oltre al letto dei fiumi.


Poco importa se ormai ogni autunno ci tocca fare una cinica conta dei morti dopo ogni acquazzone, fingendo con ipocrisia che tutto sia dovuto ad una “disgrazia”, poco importa se i tombaroli entrano ormai nei siti archeologici con le ruspe per vendere la nostra memoria ai miliardari del mercato nero.
È tutto un grande “poco importa”: tuttavia, il dramma della cultura siciliana sembra stia tutto nella nuova poltrona leghista, o almeno così cerchiamo di dirci in un’ottica intrinsecamente deresponsabilizzante che fa solo del male alla Sicilia.
La stessa deresponsabilizzazione che, per cogliere la provocazione di Salvatore Settis, troviamo dietro la celebre frase dell’Idiota di Dostoevskij: “la bellezza salverà il mondo”. Ma se vogliamo permettere che la previsione attribuita al principe Miškin si avveri toccherà prima a noi fare lo stesso, proteggendola dalle mani di chi la aggredisce.


Il nuovo assessore leghista, chiunque sarà, avrà questo enorme incarico, ma chissà che non si riveli una piacevole sorpresa, nonostante i poco incoraggianti presupposti. Nel frattempo sarà il caso di strapparsi le vesti per l’abusivismo, che incalza col consenso trasversale di quasi tutta l’Ars, piuttosto che per le idee politiche di un assessore su un tema come quello culturale che di “politico”, teoricamente, dovrebbe avere ben poco. A chi frega, quindi, realmente della bellezza siciliana se si è pronti a combattere a spada tratta per mere “questioni di poltrona” e si sta in assenso (o peggio in disinteresse) sulle vere decisioni in grado di ucciderla?


#diventeràbellissima (?), o forse lo era già, prima che ci autodistruggessimo usando il colore dei partiti come scudo o sostegno per le critiche sulla base delle coalizioni governative.

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Davide Scalia

Nato a Catania nel non ancora troppo lontano 1998.
Nel 2016, conseguita la maturità classica presso il "Gulli e Pennisi" di Acireale, ho pensato bene di iscrivermi a giurisprudenza.
Patito di arte e De André, credo nel valore civico di una cultura non elitaria, accessibile a tutti e slegata da logiche di mercato. Oltre che nella "Buona Novella".
Dico cose di sinistra ma spesso mi danno del fascista, a quanto pare sono bipartisan.