I 50 anni dello Statuto dei Lavoratori, quando la Costituzione entrò nelle fabbriche. E che oggi si cerca di far uscire.

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Scrivere adeguatamente sullo Statuto dei Lavoratori a cinquant’anni dalla sua approvazione e alla luce del contesto economico che ha legittimato agli occhi dell’opinione pubblica le riforme subite nell’ultimo decennio, non è sicuramente prova facile. In queste righe cercherò, nel modo più semplice possibile, di spiegarne ai “profani” del mondo del diritto le origini, le finalità, il contenuto e la sua attualità, al netto delle riforme degli ultimi anni. Con un breve focus sul tanto discusso articolo 18. 


Lo Statuto (legge n.300/1970), rappresenta ancora oggi la spina dorsale del nostro diritto del lavoro ed il frutto più maturo della legislazione “operaia” che andava ad intaccare i principi “borghesi” del diritto privato classico, di matrice liberale, per realizzare un parziale “riequilibrio” di quella asimmetria di potere contrattuale tra datore e lavoratore, che costituiva una delle cause del conflitto di classe dilagante in quegli anni.
Sono gli anni della Contestazione, che nasce nelle università, si diffonde nelle fabbriche ed arriva dunque ad investire gli equilibri politici di quegli anni. Contestazione contro ogni istituzione “totalizzante”; non solo contro i “padroni” delle fabbriche e lo Stato, ma anche contro i sindacati di allora, accusati di essere ormai burocratizzati, oligarchici ed incapaci di rappresentare gli interessi dei lavoratori.
Si contestava inoltre la condizione attuale dei valori di libertà, sicurezza e dignità umana enunciati in una Costituzione che tristemente “si era fermata davanti alle fabbriche”, luoghi in cui i lavoratori continuavano ad essere quasi del tutto succubi di un datore onnipotente.


Le radici di questo dibattito affondano già nel 1952,quando il segretario CGIL, Giuseppe Di Vittorio, sostenne al Terzo Congresso di Napoli la necessità di promuovere uno Statuto dei Lavoratori, sostenendo che “il lavoratore, anche sul luogo del lavoro, non diventa una cosa, una macchina acquistata o affittata dal padrone, e di cui questo possa disporre a proprio compiacimento. Anche sul luogo del lavoro, l’operaio conserva intatta la sua dignità umana.”

Con il classico ritardo “all’italiana”, il progetto arrivò alle Camere nel 1969, dietro la spinta dei tragici conflitti in corso che avevano gettato l’Italia nel caos. Decisivo fu l’apporto del ministro socialista Brodolini e del giurista Gino Giugni, che ne salutò l’entrata in vigore esaltandone il contributo a “creare un clima di rispetto della dignità e della libertà umana nei luoghi di lavoro, riconducendo l’esercizio del potere direttivo e disciplinare dell’imprenditore nel loro giusto alveo e cioè in una stretta finalizzazione allo svolgimento delle attività produttive”.

La Costituzione aveva finalmente varcato i cancelli delle fabbriche.


Ma cosa prevedeva nello specifico questa legge che fino a qualche anno fa dominava, spesso a sproposito, il dibattito pubblico? Cosa ne rimane oggi dopo la stagione riformista del duo Fornero-Renzi?


Le finalità dello Statuto andavano in una duplice direzione: da un lato, fece in modo che nel rapporto individuale di lavoro trovassero cittadinanza le tutele costituzionali contro lo strapotere datoriale; dall’altro, sancì il ruolo forte del sindacato nelle dinamiche imprenditoriali, garantendogli quell’effettiva rappresentatività che era stata contestata grazie a strumenti come le Rappresentanze Sindacali Aziendali (RSA). Lo statuto, inoltre, venne reso applicabile solamente alle imprese con più di 15 dipendenti, ritenendo necessaria, per le imprese più piccole, un maggior grado di flessibilità.


L’articolo chiave della legge, oltre che emblematico della mentalità dei suoi redattori, è sicuramente l’articolo 18, talmente chiacchierato e discusso da aver quasi inglobato al suo interno l’intero statuto nella più classica delle sineddoche.


Un articolo che venne prima svuotato di valore dalla riforma Fornero (legge n.92/2012), e poi “rottamato” da Matteo Renzi (decreto legislativo n.23/2015). 
Esso trattava delle tutele garantite al lavoratore in caso di licenziamento giudicato “viziato”, dando una sanzione unica e lapidaria ad ogni sua ipotesi specifica: la reintegrazione nel posto di lavoro ed il risarcimento del danno. 
Dopo aver resistito per oltre quarant’anni alle intemperie politiche ed economiche, questo baluardo della tutela sociale del lavoratore cadde ad opera della strenua campagna di liberalizzazione, inaugurata dal governo Monti, per rispondere alla crisi con politiche di “austerity” che aiutassero le imprese con maggiore “flessibilità”. La tutela reintegratoria originaria dell’articolo 18 venne confinata alle sole gravissime ipotesi di nullità del licenziamento (ad esempio i licenziamenti discriminatori od in violazione delle norme a tutela della maternità), e alle più gravi ipotesi di annullabilità (ad esempio i licenziamenti manifestamente privi di giustificazione). In tutti gli altri casi, venne introdotta una tutela limitata al pagamento di una semplice indennità in denaro.


Il colpo di grazia, però, venne dato dal Rottamatore Matteo Renzi, che “mandò in pensione” definitivamente l’articolo 18 con il suo Jobs Act e l’introduzione del nuovo Contratto “a tutele crescenti”; l’ennesimo nome intrigante di un contratto di lavoro in cui le presunte “tutele” sono praticamente ridotte all’osso. 
Col D.Lgs. 23/2015, il premier fiorentino evitò attentamente di attirarsi lo stesso odio dell’opinione pubblica che colpì la Fornero per aver toccato l’articolo 18, ed aggirò subdolamente l’ostacolo condannandolo all’obsolescenza programmata.


Tutti i contratti di lavoro conclusi dopo il 7 marzo 2015, infatti, non sono più coperti dalle tutele di questo articolo, ma passeranno sotto il regime delle “tutele crescenti” al momento del licenziamento. 
La sterzata è ancor più decisa verso un regime favorevole al datore. La tutela reintegratoria viene mantenuta solamente nei gravi casi di nullità, mentre sui licenziamenti figli delle riorganizzazioni aziendali il datore ha oggi carta bianca, e gli eventuali posti di lavoro diventati “superflui” in seguito a queste modifiche di assetto organizzativo potranno essere soppressi con estrema libertà (il cosiddetto “giustificato motivo oggettivo” ex art. 3 l. 604/1966), con l’unica conseguenza di dover corrispondere una indennità monetaria (che cresce con l’anzianità di servizio) al lavoratore tagliato fuori a causa delle “insindacabili scelte datoriali”, protette dall’articolo 41 della Costituzione (dimenticandosi però della “funzione sociale” e di altri articoli come il 4 della stessa Carta). 


Ecco in cosa consistono le “tutele crescenti” millantate dai sostenitori del Jobs Act: un semplice aumento di indennità progressivo sulla base dei mesi di attività. 
Al di là della rottamazione dell’articolo 18 che appare ormai irreversibile, considerato il clima politico attuale di una “sinistra” sempre più sorda verso i drammi sociali di questo paese, è innegabile il ruolo ancora oggi centrale dello Statuto, che nonostante una classica “crisi di mezza età”, costituisce ancora una legge con cui è impossibile non confrontarsi nello studio delle dinamiche del diritto del lavoro italiano.


Con la speranza che la totale “rottamazione” della legge (e delle idee che ne hanno animato la redazione) arrivi il più tardi possibile, nonostante le pressioni di parti politiche che anche in questi giorni hanno tristemente mostrato la loro predilezione per l’economia, finanche a discapito della salute dei lavoratori; imperterriti in quella escalation blairiana, iniziata proprio nel 2013, che socializza i costi di queste politiche ma difende la privatizzazione dei suoi profitti.

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Davide Scalia

Nato a Catania nel non ancora troppo lontano 1998.
Nel 2016, conseguita la maturità classica presso il "Gulli e Pennisi" di Acireale, ho pensato bene di iscrivermi a giurisprudenza.
Patito di arte e De André, credo nel valore civico di una cultura non elitaria, accessibile a tutti e slegata da logiche di mercato. Oltre che nella "Buona Novella".
Dico cose di sinistra ma spesso mi danno del fascista, a quanto pare sono bipartisan.