28 anni dalla strage di Capaci: noi non dimentichiamo

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Nei primi anni ’80 e nei primi anni ’90, soprattutto dopo i delitti che hanno colpito il generale-prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa e i magistrati Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e Paolo Borsellino; e dopo gli attentati e le stragi del ’93 di Roma, Firenze e Milano, la mafia siciliana ha ricevuto diversi colpi, con l’arresto, i processi e le condanne di capi e gregari; e i boss rimasti a piede libero hanno capito che bisognava chiudere la stagione delle stragi e dei grandi delitti e controllare la violenza, soprattutto quella rivolta verso l’alto, contro politici, magistrati e uomini delle istituzioni. 

Il controllo della violenza era la condizione necessaria per ricomporre l’organizzazione, messa in crisi anche dal gran numero di mafiosi diventati collaboratori di giustizia, e per riprendere e consolidare i rapporti con il contesto sociale e con settori delle istituzioni.

Questo non significa che la mafia ha radicalmente mutato la sua fisionomia, rinunciando totalmente alla violenza. 

Significa che essa ha ripristinato una dimensione storica, quella della mediazione, rafforzando alcuni settori d’attività “classici”, come le estorsioni e gli appalti di opere pubbliche, e limitando l’uso della violenza alla regolazioni di alcune “questioni interne”. In tal modo ha potuto avviare nuovamente i rapporti con il mondo politico, in particolare con i soggetti che si presentano come i nuovi detentori del potere.

In un contesto sociale e politico in cui la criminalità organizzata prosperava nell’ombra e nella paura dei cittadini, personalità come quelle di Giovanni Falcone e l’inseparabile collega e fedele amico Paolo Borsellino hanno rappresentato, e tutt’oggi rappresentano, come ricordato nel discorso del Presidente Mattarella in memoria della strage di Capaci, un faro di luce e di speranza pronto a far breccia nelle tenebre della criminalità. 

Il martirio dei magistrati e della loro scorta, avvenuto nel 1992, fu la scintilla alla base di un fuoco che da lì a poco avrebbe investito l’orgoglio e la speranza del popolo siciliano ed italiano. La voglia di riscatto, la voglia di una liberazione dall’oppressione mafiosa si condensò nell’incredibile partecipazione popolare ai funerali dei due uomini. Il sentimento di libertà si radicò nelle coscienze e nelle anime della gente onesta e ancora oggi esso continua ad ardere nelle nuove generazioni di ragazzi e ragazze. 

Una liberazione dalla paura, un riscatto dall’oscurantismo della società corrotta, un’esortazione al coraggio che passa attraverso le parole di Giovanni Falcone: “L’importante non è stabilire se uno ha paura o meno, è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa. Ecco, il coraggio è questo, altrimenti non è più coraggio ma incoscienza.”

Quel triste giorno, gli uomini della scorta avrebbero potuto rifiutare di affiancare e proteggere Falcone, ma non lo fecero. Rimasero in piedi, senza paura, al fianco di quell’uomo di cui condividevano gli ideali, saldi nella loro integrità morale di uomini di legge e giustizia nell’accezione più nobile del termine.

Giovanni Falcone nacque il 18 maggio 1939 a Palermo, in via Castrofilippo, nel quartiere della Kalsa, lo stesso di Paolo Borsellino e di molti ragazzi futuri mafiosi come Tommaso Buscetta. 

Il parto ebbe una particolarità: nel momento in cui nacque, dalla finestra aperta entrò una colomba, simbolo di pace che, come testimoniano i parenti, la famiglia ha poi tenuto con sé in casa. 

Falcone vinse il concorso ed entrò nella magistratura italiana nel 1964, e in quello stesso anno, nella Basilica della Santissima Trinità del Cancelliere, sposò Rita Bonnici, maestra elementare. 

Nel 1965, a soli 26 anni, divenne pretore a Lentini: uno dei suoi primi casi fu quello di una persona morta per un incidente sul lavoro. 

A partire dal 1966 fu poi, per dodici anni,  al tribunale di Trapani; nei primi anni come sostituto procuratore e giudice istruttore. 

A poco a poco, nacque in lui la passione per il diritto penale. Nel 1967, istruì il primo processo importante, quello contro la banda mafiosa del boss di Marsala, Mariano Licari. Nell’aprile del 1969, la malattia del padre, un tumore all’intestino che lo avrebbe poi portato alla morte nel 1976, lo toccò profondamente. 

In quegli anni Giovanni Falcone stava mutando profondamente. A cambiarlo non fu solo la mancanza del riferimento paterno, ma intervennero anche fattori esterni. 

Cominciò ad abbracciare i principi del comunismo sociale di Enrico Berlinguer, in occasione delle elezioni politiche italiane del 1976, sebbene la sua famiglia avesse da sempre votato Democrazia Cristiana, anche in quanto cattolici praticanti. 

Scontratosi per questo motivo con la sorella Maria, motivò la sua scelta dicendo che, da profondo amante della giustizia quale era, si poneva il problema di combattere le disparità sociali, e nel comunismo intravedeva quindi la possibilità di appianare le sperequazioni. 

Rispose quasi volendola rassicurare che il comunismo italiano sarebbe stato differente da quello russo, aggiungendo sarcasticamente che, nell’ipotetica eventualità di una crisi di libertà nella loro democrazia, sarebbe ritornato sulle montagne come i vecchi partigiani. 

Nel suo lavoro però non si lasciò mai influenzare dalle idee politiche. La vicinanza di Falcone al socialista Claudio Martelli costò al magistrato siciliano violenti attacchi da diversi esponenti politici. In particolare, l’appoggio di Martelli fece destare sospetti da parte del Partito Comunista Italiano e di altri settori del mondo politico (Leoluca Orlando in primis, oltre a qualche altro esponente della DC e diversi giudici aderenti a Magistratura Democratica) che fino ad allora avevano appoggiato una possibile candidatura di Falcone. 

Inoltre, alcuni magistrati, tra i quali lo stesso Paolo Borsellino, criticarono poi il progetto della procura nazionale antimafia, denunciando il rischio che essa costituisse paradossalmente un elemento strategico nell’allontanamento di Falcone dal territorio siciliano e nella neutralizzazione reale delle sue indagini. 

Il 10 agosto 1991, ai funerali in Calabria di Antonino Scopelliti, Falcone sentì di essere in pericolo e confidò al fratello del collega: «Se hanno deciso così non si fermeranno più… ora il prossimo sarò io». In quegli anni si registrò l’ascesa dei “Clan dei Corleonesi”, i quali imposero il proprio potere criminale con vari omicidi, spesso riportati in primo piano dalla stampa locale, come nel caso del quotidiano palermitano L’Ora, che arriverà a titolare lesue prime pagine enumerando le vittime dei conflitti tra fazioni mafiose rivali. Tra le vittime di Cosa nostra, vi furono anche personaggi come Pio La Torre, principale artefice della legge Rognoni-La Torre, e il generale dell’Arma dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa.

Tutto ciò ci dovrebbe far riflettere sul fatto che, più che un uomo, fu lasciato da solo chiunque provava a combattere la mafia.

In occasione della giornata della legalità è doveroso ricordare come il cosiddetto “atteggiamento mafioso” non sia qualcosa di distante, distaccato dalla realtà quotidiana, ma come sia invece presente già nei piccoli gesti che spesso trascorrono inosservati. È questa la forza del “sentimento” criminale, il suo diffondersi fino alle radici della persona trovando terreno fertile nel regime del terrore. Ma è dalle radici della persona che invece il coraggio e la forza di reagire devono partire. La rivoluzione della legalità passa attraverso l’unione dei piccoli impegni nel quotidiano; passa attraverso l’attività e le piccole grandi responsabilità del singolo cittadino. 

“Credo che ognuno di noi debba essere giudicato per ciò che ha fatto. Contano le azioni non le parole. Se dovessimo dar credito ai discorsi, saremmo tutti bravi e irreprensibili.”

In ricordo di Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo, degli uomini della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, uccisI barbaramente dalla mafia, a Capaci, il 23 maggio 1992.

“Giovanni Falcone lavorava con perfetta coscienza che la forza del male, la mafia, lo avrebbe un giorno ucciso. Francesca Morvillo stava accanto al suo uomo con perfetta coscienza che avrebbe condiviso la sua sorte. Gli uomini della scorta proteggevano Falcone con perfetta coscienza che sarebbero stati partecipi della sua sorte.

Non poteva ignorare, e non ignorava, Giovanni Falcone, l’estremo pericolo che gli correva perché troppe vite di suoi compagni di lavoro e di suoi amici sono state stroncate sullo stesso percorso che gli si imponeva. Perché non è fuggito, perché ha accettato questa tremenda situazione, perché mai si è turbato, perché è stato sempre pronto a rispondere a chiunque della speranza che era in lui? Era amore! La sua vita è stata un atto di amore verso questa sua città, verso questa terra che lo ha generato, che tanto non gli piaceva. Perché se l’amore è soprattutto ed essenzialmente dare, per lui, e per coloro che gli siamo stati accanto in questa meravigliosa avventura, amore verso Palermo e la sua gente ha avuto e ha il significato di dare a questa terra qualcosa, tutto ciò che era ed è possibile dare delle nostre forze morali, intellettuali e professionali per rendere migliore questa città e la patria a cui essa appartiene. (…)

La speranza è stata vivificata dal suo sacrificio. Dal sacrificio della sua donna. Dal sacrificio della sua scorta.

Molti cittadini, ed è la prima volta, collaborano con la giustizia. Il potere politico trova il coraggio di ammettere i suoi sbagli e cerca di correggerli, almeno in parte, restituendo ai magistrati gli strumenti loro tolti con stupide scuse accademiche.

Occorre evitare che si ritorni di nuovo indietro. Occorre dare un senso alla morte di Giovanni, della dolcissima Francesca, dei valorosi uomini della sua scorta. Sono morti tutti per noi, per gli ingiusti, abbiamo un grande debito verso di loro e dobbiamo pagarlo gioiosamente, continuando la loro opera. Facendo il nostro dovere; rispettando le leggi, anche quelle che ci impongono sacrifici; rifiutando di trarre dal sistema mafioso anche i benefici che possiamo trarne (anche gli aiuti, le raccomandazioni, i posti di lavoro); collaborando con la giustizia; testimoniando i valori in cui crediamo, in cui dobbiamo credere, anche dentro le aule di giustizia.

Troncando immediatamente ogni legame di interesse, anche quelli che ci sembrano innocui, con qualsiasi persona portatrice di interessi mafiosi, grossi o piccoli; accettando in pieno questa gravosa e bellissima eredità di spirito; dimostrando a noi stessi e al mondo che Falcone è vivo”. 

Paolo Borsellino pronunciò queste parole in memoria di Giovanni Falcone il 23 giugno 1992. Sarebbe stato ucciso dalla mafia, poche settimane dopo, il 19 luglio del 1992.

Dopo ben ventotto anni, tutto quello che ci hanno lasciato è ancora impresso nella nostra memoria e sulle nostre coscienze. Nelle coscienze di giovani che credono nella legalità, nella giustizia e nell’amore per la propria terra e si battono ogni giorno per difenderla. Noi non li abbiamo dimenticati. E non li dimenticheremo mai. Perché le loro idee cammineranno per sempre sulle nostre gambe.

Luigi Tilaro

Giuseppe Murabito

Mario Gambino

Pietro Campolo

Claudia Mirabella

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