“A nation stays alive when its culture stays alive”

27 anni fa la Strage dei Georgofili

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“A nation stays alive when its culture stays alive”, recitava uno struggente drappo appeso in segno di sfida sopra l’ingresso del Museo Nazionale Afghano nel 2002, nel bel mezzo della ormai quasi ventennale guerra che ha lacerato il paese.

Il personale del Museo ha strenuamente difeso il proprio patrimonio dai pericoli che una guerra porta, inevitabilmente, alla sopravvivenza della cultura (e l’incendio della Flakturm Friedrichshain del 1945, durante l’occupazione berlinese, lo ricorda drammaticamente); e lo ha fatto con la convinzione che l’Afghanistan si sarebbe rialzato grazie ad essa, non importa quanto profonde sarebbero state le ferite e quanta barbarie avrebbero arrecato i talebani alla memoria buddista del paese. E oggi che le trattative per la pace procedono e le scolaresche afghane sono tornate a visitarlo, possiamo dire che la missione ha avuto successo. Il paese ripartirà dai suoi bambini, formati sulla conoscenza delle loro radici.

Un filo rosso collega la follia fondamentalista che devasta da anni i siti archeologici mediorientali (tristemente emblematico il caso di Palmira) e i 277 chili di esplosivo che 27 anni fa hanno sconvolto Firenze.

In entrambi i casi è l’Anti-Stato, nella veste dei talebani e di Cosa Nostra, a voler attaccare le radici più profonde della cultura nazionale, sfregiandole ed umiliandole, dichiarando simbolicamente il proprio dominio sul territorio.

Al popolare sentimento antimafioso, infiammato da anni di stragi, si rispose alzando ulteriormente il livello della violenza. Oltre alla vita di civili innocenti e di grandi figure dello Stato, Cosa Nostra volse la propria furia distruttiva verso il patrimonio culturale Paese; di cui tenta peraltro, ancora oggi, di impadronirsi. 

Lo fecero attaccando quello che vedevano come monumento simbolo; un’insopportabile dimostrazione della possibilità di un’Italia diversa, fatta di bellezza, uguaglianza, ordine e cultura, in cui non c’era spazio per la criminalità organizzata.

Una visione, insomma, ben diversa da quella economicista oggi dominante, che considera le opere degli Uffizi e di tutto il paese semplicemente come fonti di profitti facili da offrire in pasto ad un turismo famelico ed acritico, come un bene di mercato dal valore quasi paritetico al souvenir kitsch da bancarella. O beni che, nella migliore delle ipotesi, finiscono per diventare oggetto dei desideri di esclusività e disuguaglianza per Vip, super ricchi e stilisti che li sfruttano come bel costume di una insaziabile ricerca di fama e guadagni. Una bellezza sterile, fine a sé stessa e quindi facilmente strumentalizzabile da chi ha il potere economico di agire in tal senso.

Paradossalmente, insomma, sembra che questi vandali siano capaci di guardare al patrimonio meglio di noi. Sicuramente sono riusciti in ciò che noi abbiamo dimenticato, a causa dei tagli all’insegnamento delle discipline chiave per comprenderne il reale valore.

Quella notte del 1993, oltre a cinque innocenti, trovarono la morte anche sette dipinti unici ed irripetibili, tra cui due opere dei grandi caravaggisti Gherardo delle Notti e Bartolomeo Manfredi, squarciati in mille pezzi dalla deflagrazione. Ma, almeno per queste, non era la fine. Anni ed anni di restauri hanno restituito alla collettività i “Giocatori di Carte” di Manfredi e la “Adorazione dei Pastori” di Gherardo, seppur gravemente danneggiati. 

Sono due opere caratterizzate, proprio come l’ultimo Caravaggio, da un fortissimo contrasto di luci ed ombre che, mai come in questo caso, assume una fortissima carica simbolica.

Il tenebrismo di Gherardo delle Notti insegna che nel mondo esistono le tenebre, ma esiste anche la luce, e, come spesso capita nei suoi dipinti, basta una sola flebile lampada per sconfiggerla e dare forma e sostanza allo spazio del quadro.

Le tenebre e l’ignoranza di Cosa Nostra non hanno vinto in quella notte a Via dei Georgofili; l’Italia è ancora rischiarata dalle luci di chi la combatte nella vita di ogni giorno, diffondendo quella conoscenza che è l’unica arma in grado di sconfiggerla definitivamente. 

“Italian culture stays alive”, verrebbe da rispondere al drappo afghano, nonostante le continue aggressioni da parte di criminali più o meno “legalizzati”. I due dipinti sopravvivranno per testimoniarlo, con il messaggio più profondo dei loro autori.

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Davide Scalia

Nato a Catania nel non ancora troppo lontano 1998.
Nel 2016, conseguita la maturità classica presso il "Gulli e Pennisi" di Acireale, ho pensato bene di iscrivermi a giurisprudenza.
Patito di arte e De André, credo nel valore civico di una cultura non elitaria, accessibile a tutti e slegata da logiche di mercato. Oltre che nella "Buona Novella".
Dico cose di sinistra ma spesso mi danno del fascista, a quanto pare sono bipartisan.