HIV: l’ infezione che sconvolse il mondo

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La canzone più popolare del tempo era “Out here on my own”, Ronald Reagan succedeva Jimmy Carter alla carica di presidente degli Stati Uniti d’ America e Muhammad Ali si ritirava dal pugilato. Era il 1981 e il mondo viveva nella speranza di essere libero da malattie virali come poliomielite e vaiolo, grazie ai successi riscossi dalle vaccinazioni degli anni precedenti.

Tuttavia lo sguardo positivo dell’umanità sul tema delle infezioni virali (che giustificarono gli interessi della politica mondiale e dell’opinione pubblica verso altre questioni) non durò a lungo, in quanto iniziarono a registrarsi negli USA sempre più casi di una patologia, caratterizzata da immunodeficienza (compromissione del sistema immunitario) e conseguente predisposizione alla contrazione di infezioni e allo sviluppo di tumori, alcuni dei quali molto rari. Per quest’ultima ragione, il 3 luglio del 1981 il New York Times titolò “Raro cancro osservato in 41 omosessuali”, determinando le attenzioni dell’opinione pubblica sul tema. Per la prima volta, nel 1982, la Food and Drug administration introdusse il nome AIDS (Acquired Immune Deficiency Syndrome, Sindrome da Immunodeficienza acquisita) alla nuova malattia e ne correlò l’insorgenza al virus HIV (scoperto il 5 giugno del 1981).  Una nuova pandemia aveva colpito il mondo.

I dati forniti dall’OMS ci dicono che attualmente sono positive ad HIV quasi 38 milioni di persone nel mondo di cui circa 700.000 vanno incontro a morte ogni anno. 

Ma cosa sono HIV e AIDS ? Parlare dell’una equivale necessariamente al parlare dell’altra (e viceversa) ?

Per quanto siano correlate, le due sigle di cui sopra indicano due cose totalmente differenti fra loro. L’HIV è un virus e, pertanto, una “scatola” proteica contente del materiale genetico, che nella fattispecie è a RNA ( il che giustifica la sua menzione tra i Retrovirus). Esso fa parte della famiglia dei Lentivirus e ha un comportamento citopatico (attacca direttamente le cellule dell’organismo infettato) nei confronti dei linfociti T CD4+ Helper, che vengono uccisi. È su queste cellule che si impernia la coordinazione fra alcune fasi e componenti della risposta immunitaria e ,pertanto, il loro ruolo nell’organizzazione immunitaria è centrale. Ne consegue che un danno a queste cellule compromette l’intero sistema immunitario, con instaurarsi di un’immunodeficienza, nota come AIDS. Pertanto, in ultima analisi, si può dire che l’HIV è la causa dell’AIDS.

Sul piano clinico, dopo circa 5-6 settimane dall’infezione, si instaura una condizione simil-influenzale, che si risolve dopo pochi giorni; ne segue una lunga fase di latenza di almeno 6 anni, durante la quale non si ha alcun sintomo. La manifestazione clinica della sindrome si avrà nel momento in cui il patrimonio di linfociti T Helper è ridotto di almeno l’80%, così che potranno insorgere con facilità infezioni e tumori che conducono le persone affette alla morte.

La trasmissione dell’HIV dipende dal contatto con secrezioni  genitali infette e con sangue (per questo tra le popolazioni a rischio vi è quella costituita dai tossicodipendenti, soliti al riciclaggio di siringhe usate da altri), per cui è di fondamentale importanza la prevenzione attraverso l’uso del condom e attraverso programmi di educazione sessuale ben strutturati.

Ma si muore ancora di AIDS ? La farmacologia ha rivoluzionato l’esito della sindrome, dando ai soggetti infetti una aspettativa di vita sovrapponibile a quella di un soggetto sano, grazie all’introduzione della terapia antiretrovirale, a patto che il paziente la inizi  in tempo. Quest’ultima, denominata HAART (Higly Active AntiRetriviral Therapy) consiste nella somministrazione di tre farmaci ad azione differente, che possono essere sostituiti e quantitativamente modificati nel tempo, in relazione ai risultati che si ottengono su un paziente. Essi sono capaci di portare la carica virale (quantitativo di virus nel sangue) a zero e mantenerla a questo livello rimane l’obbiettivo di tutti i pazienti in cura.

Quanto alla prevenzione dell’infezione da HIV, l’alleato più comodo è il condom, sebbene non sia l’unica strada. Grazie ai farmaci antiretrovirali sono stati impostati dei programmi di profilassi del contagio noti come PEP e PrEP. Il primo consiste nell’assunzione dei farmaci  da parte di un soggetto sieronegativo (negativo alla presenza di HIV nel sangue) dopo un rapporto sessuale a rischio , mentre il secondo prevede l’introduzione degli stessi prima del coito. Questo  approccio consente di non utilizzare il preservativo ai fini di prevenzione dell’infezione da HIV. Innegabile è, poi, il ruolo svolto da un’adeguata e mirata educazione sessuale, con percorsi formativi che possano creare consapevolezza e cultura in materia sin dalle più tenere età. In questo, la scuola e la famiglia rappresentano un fulcro essenziale.

L’ AIDS divenne una battaglia sociale, di cui si fecero promotrici persone come Larry Kramer ( venuto a mancare mercoledì 27/05), il cui impegno ha salvato molte persone e che gli è valso il riconoscimento dei suoi meriti anche da personaggi molto in vista come Julia Roberts

Parlare di HIV/AIDS, in conclusione, significa fare riferimento ad un’infezione ad oggi pandemica che ha stroncato non solo le vite di milioni di persone (fra le quali quelle di molti giovani), ma che ha anche segnato la società moderna, imponendosi come un potente, temibile, fenomeno anche culturale, che  ha dato una nuova prospettiva sul sesso e sui meccanismi di contraccezione. A testimonianza di ciò, il 17 maggio ricorre l’international AIDS candlelight memorial (in ricordo di tutte le vittime di AIDS) e l’1 dicembre il WAD (World AIDS Day).

Lorenzo Bongiorno

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