Velàzquez e i “Vermi di Corte”

Quando gli emarginati vennero ritratti come nobili. E i nobili come emarginati.

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Parlare dei ritratti di Diego Velázquez significa parlare del Seicento, un secolo che per troppo tempo è stato semplicisticamente ridotto ad un secolo “buio” e che invece ha diritto di ricevere adeguata considerazione.


Ma significa soprattutto parlare della vita stessa, della comune condizione umana che il ceto sociale imprigiona dietro rigide classificazioni, in un’epoca in cui il valore intrinseco dell’etichetta sociale toccava il suo vertice. Per questo l’influenza del suo genio innovativo arriva fino al Novecento inoltrato.Nelle sue tele Diego cattura, grazie ad un’enorme padronanza della luce e del colore, la materia concreta dell’esistenza, in un’esperienza sensibile talmente profonda da superare i limiti della materialità stessa per indagare a fondo i più profondi drammi dell’umanità. In lui vive un ritrattismo che trasforma i suoi soggetti in umili nature morte dai dettagli tanto reali quanto impietosi, soggetti di cui però allo stesso tempo riesce a far emergere la psiche e gli aspetti più controversi del carattere.L’intima partecipazione emotiva ad ogni aspetto e grado della condizione umana, il disprezzo per il potere e l’ambizione disumanizzante e il rispetto per coloro che, indipendentemente dal ceto sociale, dimostravano dignità e profondità, sono sicuramente figli del suo personalissimo caravaggismo. Non può non nascere da quest’ultimo la sua dedizione a ritrarre i cosiddetti “Vermi della Corte”, uno stuolo di nani, pazzi e buffoni che occupavano gli anfratti più meschini della vita di corte, condannati da uno scherzo della natura all’alienazione di una vita da prigionieri come oggetti di svago della famiglia reale. Per la prima volta ad ottenere l’onore del ritratto di un grande pittore non sono soltanto i potenti ma anche gli ultimi, che Diego ha reso eterni nelle sue tele riscattandone una vita in pieno anonimato.Guardando questi ritratti ci si cala negli abissi più profondi della natura umana; è impossibile non sentirsi a disagio di fronte al dramma espresso da questi personaggi che, proprio come i vermi, vivevano striscianti nutrendosi degli scarti dei cortigiani.La coppia di nani più famosa è sicuramente quella che reca sullo sfondo la Sierra de Guadarrama, proprio come gli altri tre più celebri ritratti della famiglia reale a caccia destinati ad ornare la “Torre de la Parada”, residenza di caccia degli Asburgo. Ciò indica che, durante le battute, anche questi “vermi” accompagnavano i reali per intrattenerli.Il primo di questi è Francisco Lezcano, un nano basco che viene dipinto con un’espressione assente, vaga e trasognata, che nel magnifico gioco velazqueno di corrispondenza tra psiche e materia della pittura si traduce in quella pennellata liquidissima che tanto amerà Manet.

In netta opposizione all’assenza mentale di Lezcano c’è Diego de Acedo, con la piena coscienza della propria cattività esistenziale; un uomo intelligente ma prigioniero della sua statura, che ne umilia le capacità di contabile.

Il terzo quadro della serie è il ritratto di Sebastian de Morra, un nano tutt’altro che spensierato ed allegro. Viene ritratto come una marionetta inanimata ed abbandonata in un angolo, dimenticata dai reali a cui appartiene e che di lui possono disporre come meglio credono. Al corpo inerte si contrappone uno sguardo vivissimo, attento, che ci fissa trasmettendoci angoscia e disperazione, quasi a volerci provocatoriamente interrogare sull’umanità del trattamento a cui era sottoposto soltanto a causa del suo fisico. La vitalità del pennello di Diego arriva in questi ritratti di “vermi” a risultare quasi disturbante per lo spettatore.

Passando ai buffoni, impressionante è il ritratto di Juan “Calabazas”, un nomignolo che ironizzava sulla sua “zucca vuota” e sulla incoscienza di sé, tant’è che nel quadro sono ritratti (perché anche per gli oggetti è possibile parlare, nelle sue tele, di “ritratti”) un bicchiere di vino e due zucche.È un profondissimo ritratto dell’alienazione, della emarginazione inconsapevole in cui è costretto dal suo ritardo e a cui reagisce con un vaghissimo sorriso, nell’epoca in cui questo era bandito dalla ritrattistica ufficiale perché segno di stupidità. Anche qui alla mente “sfocata” del povero Juan corrisponde una pittura di altissimo livello, che ne “sfoca” simbolicamente il volto. Alla totale estraneità del soggetto ai canoni della società corrisponde una piena libertà stilistica. Diego rompe ogni convenzione ed anche qui indaga la personalità del soggetto, ma lo fa senza alcun paternalismo, senza alcun vuoto atteggiamento di compassione. A loro si pone con empatia, con lo stesso rispetto riservato ai potenti da lui ritratti. È una sensibilità incredibilmente avanti rispetto al suo tempo; sembra impossibile non pensare a questa sua attenzione empatica per le deviazioni psichiche come l’apertura di quel percorso che ad inizio ‘800 intraprenderà Gericault nei suoi “Ritratti di Alienati”, seppur con un atteggiamento ben diverso.

Diego non risparmia il suo pennello neanche per i buffoni che recitavano in quelle scenette comiche di bassa leva così comuni nelle corti dell’epoca. Due di questi ritratti sono passati alla storia col nome dei personaggi impersonati: Don Giovanni d’Austria, il condottiero che guidò la flotta spagnola nella celebre battaglia di Lepanto del 1572; ed il Pirata turco Barbarossa.

Velazquez ritrae due buffoni che trascinano nell’ironia uno dei momenti più epici ed alti della storia spagnola, con un amaro rovesciamento che lascia ben trasparire quale fosse il clima percepito nella Spagna di Filippo IV, che ormai assisteva al declino dell’impero su cui “non tramontava mai il sole” che il Siglo de Oro aveva lasciato in eredità. Perfino la pittura dell’epoca viene parodiata; infatti, la scena di battaglia navale alle spalle del buffone è una citazione da un ritratto di scuola tizianesca che celebrava epicamente Filippo II e l’esito di quella battaglia. La tela è pervasa dell’insistente sensazione di decadenza in cui versava il paese e di cui il malinconico re Filippo IV era amaramente consapevole.

Sono ritratti in cui la materia dei soggetti si disfa e la vera protagonista diventa la materia concreta della pittura: il colore, da lui usato in chiave innovativa per quanto appreso dalle radici stilistiche più profonde del caravaggismo, ossia dalla pittura veneziana del Cinquecento studiata durante i viaggi in Italia e nell’ultimo Tiziano presente nelle collezioni spagnole. Nella sua costruzione dello spazio con l’uso esclusivo del colore, sembra quasi di scorgere, in alcuni particolari, addirittura Matisse.
Col ritratto Diego dà ai vermi una dignità che mai in nessun potente imbellettato avrebbe potuto vedere (e ritratti come il celebre Innocenzo X lo dimostrano). In costoro, possiamo vedere, come scrisse uno spagnolo a lui contemporaneo, “mucha alma en carne viva”, una frase che racchiude perfettamente le due tendenze, psicologica e materiale, della sua pittura.


Curioso, inoltre, pensare che questo contesto di decadenza sia riuscito a coltivare al suo interno il “pittore dei pittori”, talmente realistico e monumentale finanche nei suoi ritratti più umili e deformanti da essere stato soggetto di alcuni curiosi fraintendimenti che lasciano ben intendere quale sia stata la direzione presa dalla sua pittura. Il ritratto di Don Giovanni infatti venne scambiato meno di un secolo dopo per il ritratto del potente Marchese di Pescara. Velázquez aveva inaugurato una ritrattistica in cui nessun orpello rappresentativo del potere avrebbe mai potuto coprire la reale umanità del soggetto raffigurato, e proprio nel Settecento il grande erede ispanico di Diego, Francisco Goya, ritrarrà il suo re Ferdinando con il volto del più inetto dei buffoni.

Il ribaltamento era finalmente giunto a conclusione, e l’arte barocca, che nella semplificazione comune rappresenta quanto di più elitario possibile, era approdata alla formulazione dell’idea di uguaglianza (intesa come comune appartenenza ad un’unica “umanità”) con secoli di anticipo rispetto alla politica. In Diego vive il grande riscatto del Seicento che per secoli, dietro la spinta retorica di certa letteratura (questa sì) che guarda agli ultimi con paternalismo e che ormai viene stancamente proposta nei programmi scolastici, è stato etichettato come secolo di oscurità.

A dimostrazione che nessun contesto storico, per quanto apparentemente degradante, potrà mai essere del tutto sterile di idee se sosterrà la sua cultura e se si dedicherà, come fece Diego, all’ascolto dei “Vermi” che strisciano nella società e che oggi diventano sempre più numerosi. I poveri dei quartieri popolari costruiti come ghetti in cui vengono condannati sin dalla nascita ad una vita di illegalità; i braccianti agricoli vittime del caporalato; le famiglie impoveritesi a causa della distruzione del welfare; tutti vanno osservati ed ascoltati senza alcun paternalismo, ma con comprensione ed empatia, come se li stessimo ritraendo, appunto, in una tela di Velázquez.

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Davide Scalia

Nato a Catania nel non ancora troppo lontano 1998.
Nel 2016, conseguita la maturità classica presso il "Gulli e Pennisi" di Acireale, ho pensato bene di iscrivermi a giurisprudenza.
Patito di arte e De André, credo nel valore civico di una cultura non elitaria, accessibile a tutti e slegata da logiche di mercato. Oltre che nella "Buona Novella".
Dico cose di sinistra ma spesso mi danno del fascista, a quanto pare sono bipartisan.