Altro che mecenatismo: la ragione della Venere – Ferragni sta tutta in un tag, e vale 600mila euro

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Disse Michelangelo ormai troppo tempo fa che “Il pittore dipinge col cervello, non con le mani”. Poche parole, che traducono il messaggio fondamentale che sta dietro la sua opera come quella di ogni altro artista.

L’arte non è scienza tecnica ma umanistica. Non nasce per risolvere problemi, ma per crearli, ed invitare alla riflessione su di essi. La pittura non crea un semplice disegno tradotto su un supporto, ma riflette il sistema di pensiero dell’uomo che l’ha creato e, prima ancora, pensato.

È il dramma dell’Italia di oggi, che ha dimenticato come parlare quella che Roberto Longhi ha definito la “lingua viva degli italiani”, la lingua della cultura che ha unito la Penisola ben prima del Risorgimento; un dramma causato dal vertiginoso taglio delle ore di storia dell’arte nelle scuole, rimossa da alcuni indirizzi o tutt’al più fortemente ridimensionata. 

Le nuove generazioni si ritrovano così in casa un tesoro unico al mondo, chiuso in un forziere di cui hanno perso le chiavi e di cui ignorano il valore; pertanto, il suo unico fine, ai loro occhi, rimane quello di ottenerne il maggior profitto possibile (s)vendendolo a cifre irrisorie, perché incapaci di valutarlo al di là dell’involucro in cui è racchiuso. 

Cosa rappresenta oggi questo “involucro”? È la superficie, la banalizzazione, la riduzione a macchietta commerciale facile e rassicurante, che serve a “concedersi un sorriso in un momento difficile come questo” per usare le parole del direttore Schmidt, l’uomo della sfilata di Gucci a Palazzo Pitti per due milioni (con la Grecia che, all’epoca, ne rifiutò 56 per l’affitto del Partenone), dei tour esclusivi per le star del Firenzerocks, dei TikTok con la Maddalena di Tiziano che si lamenta dei capelli crespi e, per ultimo, del chiacchieratissimo photoshoot di Chiara Ferragni.

Sulla Venere Ferragni si è detto di tutto in questi giorni, tra accuse di “elitarismo”, “puzzalnasismo” e addirittura di quel “maschilismo”(!), che tanto ormai sta bene su tutto. E come spesso capita in un mondo ridotto alla dittatura dei numeri, a sostegno di queste pratiche si porta un +27% di ingressi agli Uffizi che, come avrà avuto modo di vedere chiunque li abbia visitati, non ha sicuramente carenza di visite e bisogno di ulteriore pressione.

 

Ora, a parte cercare di capire da dove derivi questo 27% (dato che mi sembra alquanto paradossale che qualcuno abbia deciso repentinamente di visitare la Galleria qualche ora dopo aver visto le foto sui social) è essenziale riflettere su ciò che si vuole ottenere dal giovane visitatore, su quali debbano essere le finalità di una visita in un museo e quali saranno le finalità di questi “cultori social” agli Uffizi.

Bisogna decidere se guardare al museo come un luogo di cultura e di conoscenza critica, oppure come un set fotografico di tendenza votato alla speculazione sulle opere per spillare soldi a visitatori acritici. 

E no, non esiste una terza via. Se vogliamo che i giovani vadano al museo, non bisogna abbassarne l’offerta culturale a livelli nulli per renderlo “popolare”, né renderlo un’alternativa alla passeggiata al centro commerciale o un luogo in cui fare foto di tendenza; gli Uffizi non vanno trasformati in un parco a tema Rinascimento. La vera conoscenza è un’occasione di crescita personale, di messa in discussione di sé stessi e di ciò che ci sta attorno. Richiede dedizione, in un mondo apatico che pensa di poter avere tutto in maniera rapida e semplice. È una strada in salita, da cui però si esce migliori e più consapevoli, “cittadini” degni del paese in cui viviamo. Come può la maturazione di un giovane essere semplice? E come può di conseguenza essere “semplice” la conoscenza appresa in un museo, se si vuole ancora continuare a ritenerlo un’istituzione culturale? 

Attenzione inoltre a pensare che io voglia rendere un museo una “sala delle torture”; del resto, l’idea che la conoscenza e l’istruzione (specie in ambito umanistico) siano sinonimo di noia ed inutilità non l’ho mica messa in giro io. La mia idea di museo passa piuttosto dal coinvolgimento e dallo stimolo alla conoscenza sin da bambini, dalla sostituzione delle mostre “mangiasoldi” con lezioni frontali davanti alle opere stesse, dalla diffusione delle istituzioni museali nelle periferie per renderle volano di legalità, e soprattutto dal riconoscimento della doverosa importanza all’insegnamento della storia dell’arte, da impartire in tutte le scuole di ogni ordine e grado con il rinnovato entusiasmo di insegnanti finalmente riconosciuti nel loro ruolo di custodi del futuro. Un museo gratuito (basterebbe assegnare il 15% dell’aumento annuale di 1.5 miliardi alle spese militari per renderlo possibile), presidio di uguaglianza, aperto a tutti e non più location di esclusivi eventi per ricchi. In sostanza, darei almeno parziale attuazione al tradito articolo 9 della nostra Costituzione. 

Ecco, proprio non riesco a trovare alcun “elitarismo” in questa mia visione, “elitarismo” che invece vedo in abbondanza nella scelta di chiudere interi siti alla collettività per affittarli alle case di moda per i loro esclusivissimi eventi mondani. Ultimo il caso di Dior a Lecce, una città consumata dal tumore della Sacra Corona Unita in cui un cittadino su tre è a rischio povertà, che dalla riacquisizione dello spazio comune dovrebbe organizzare la sua rinascita e che invece si trova costretta a svenderlo a cifre misere nell’entusiasmo generale(!). Elitarismo che sta anche e soprattutto nella scelta di ridurre al lumicino la produzione culturale dei musei statali, a favore di visitatori la cui coscienza critica troppo spesso rimane atrofizzata in vuoti aneddoti e nozionismi inutili, tutt’altro che stimolata dalla visione delle opere. A questo punto l’unica strada per acquisire reale conoscenza artistica rimane lo studio privato, a spese (molte) del cittadino, anche qui tristemente abbandonato a sé stesso dall’istituzione statale, nel mare magnum di informazioni errate che fornisce la rete. Perché sì, anche in questo mondo esistono le “fake news” sotto forma di sensazionalismi, strampalate interpretazioni ed aneddoti da romanzo rosa. Solo che i musei, invece di combatterle, rinunciano a proporsi come loro antidoto per farsi invece impresa ed assecondarne i flussi commerciali, con tutto ciò che ne deriva.

Cosa otterremmo dunque, alle condizioni attuali, da un ulteriore 27% di giovani visitatori interessati più ad emulare l’influencer e a vivere quello che ormai può essere considerato uno sterile feticismo dell’esperienza, che a ciò che hanno da dire le opere che staranno tristemente dietro centinaia di queste foto? La risposta è amara, ma concretissima: denaro.La conoscenza è ormai andata in pensione, continuare a prenderci in giro con l’idea di avvicinare i giovani all’arte in questo modo è pura ipocrisia.

Ipocrisia ancora una volta coperta dalle valanghe di denaro che hanno portato la Ferragni agli Uffizi, e tutto sta racchiuso in un apparentemente innocuo, se non quasi ingiustificato, tag al post Instagram della “Venere Chiara” di cui nessuno ha sottolineato sufficientemente l’importanza. Sulla foto appare taggato Vogue Hong Kong, e subito si collegano i fili come nel più classico dei romanzi gialli; del resto, niente va lasciato al caso.

Il 28 novembre 2019 venne infatti siglato un accordo quinquennale tra Uffizi e il Dipartimento Servizi per la Cultura (Lcsd) di Hong Kong nel contesto di tutte quelle iniziative che nel 2020 festeggiano “L’anno della Cultura e del Turismo Italia-Cina”; lo stesso contesto che, per esempio, sta portando in questi giorni i lupi di Liu Ruowang in giro per le piazze italiane. Il memorandum firmato a novembre prevede l’esposizione di opere di Botticelli ad Hong Kong da settembre 2020 a gennaio 2021, dietro il pagamento di 600mila euro da parte del Lcsd.

A questo punto si spiega tutto e si fornisce una valida risposta a chi ha parlato di altruismo disinteressato della Ferragni nel sostegno alla cultura italiana e dell’interesse alla fruibilità per i giovani del direttore degli Uffizi che giustamente omette questo particolare quando accusa di “puzzalnasismo” coloro che si oppongono a queste pratiche. In sostanza, l’influencer altro non è che il testimonial d’eccezione di uno dei tanti accordi commerciali Italia-Cina.

Dunque, ancora una volta, sarà “mostrificio”; ancora una volta si esporranno opere di valore inestimabile ai pericoli di viaggi immensi, proprio mentre Capodimonte subisce sulla sua pelle i danni di questa prassi, con i suoi tesori bloccati in Texas fino ad agosto nella mostra di cui avevo già parlato, lasciando dunque il museo depauperato nei mesi chiave della ripartenza post covid.

Una collocazione realmente utile dell’ormai imprescindibile apporto dei social al mondo della cultura rimane comunque possibile per regolare i flussi turistici di massa che stanno consumando il Paese. L’influencer potrebbe lavorare dietro incarico degli enti locali mettendo a disposizione il proprio potere mediatico, indirizzando i turisti verso le mete oggi meno gettonate ma altrettanto meritevoli di adeguata attenzione, ed aiutando così nella decongestione che oggi appare necessaria per salvare i centri storici di Roma, Firenze e Venezia dalla rovina del turismo dei “luoghi feticcio” come il Colosseo, il Ponte Vecchio o San Marco, ormai al collasso. Ciononostante, il loro incarico dovrà essere solamente di tipo mediatico, perché non è possibile sostituire l’influencer al ruolo dell’insegnante o del divulgatore nella diffusione del sapere. 

La guerra per la cultura non può prescindere dai mass media per diventare realmente “popolare”, aperta a tutti ma soprattutto di qualità, senza paternalismi o preconcetti secondo i quali una vera conoscenza della storia dell’arte può essere appannaggio di pochi eletti, mentre per tutti gli altri non rimarrà che il contentino di avvicinarsi al museo con esche ed intenti dal dubbio valore. Questo è il vero “puzzalnasismo” degli addetti ai lavori, di chi preferisce rinunciare alla conoscenza per rifarsi su vuoti numeri ed inutili vanti.

Il messaggio, ad oggi, appare dunque chiaro: tutto è in vendita, tutto è monetizzabile. Il prezzo del pericolo a cui verranno esposti questi Botticelli che, a differenza di quanto si pensa, sono proprietà di tutti noi italiani, è di 600mila euro. 

Ognuno faccia le proprie valutazioni.

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Davide Scalia

Nato a Catania nel non ancora troppo lontano 1998.
Nel 2016, conseguita la maturità classica presso il "Gulli e Pennisi" di Acireale, ho pensato bene di iscrivermi a giurisprudenza.
Patito di arte e De André, credo nel valore civico di una cultura non elitaria, accessibile a tutti e slegata da logiche di mercato. Oltre che nella "Buona Novella".
Dico cose di sinistra ma spesso mi danno del fascista, a quanto pare sono bipartisan.