Kobe Bryant: The Black Mamba

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“Nonna, sì, vado in Italia con papà. Mi potresti mandare i video delle partite dei Lakers? Un giorno sarò come Magic, vedrai!”

Saranno state più o meno queste le parole pronunciate da un bambino statunitense di soli 6 anni, di colore, estremamente curioso e innamorato della palla a spicchi, quando seguì il padre in un’avventura cestistica italiana, vissuta tra le vie di Rieti, Reggio Calabria, Pistoia e Reggio Emilia. Inizia la scuola in Italia, impara la “lingua dei poeti” e trascorre molto tempo sul campo da basket, facendo tutto ciò che è necessario per diventare un campione, per giocare in NBA ed essere ricordato come uno dei più grandi di sempre.

Si innamora del Paese in cui si trova e, quando torna negli USA, all’età di circa 12 anni, soffre un po’; ha difficoltà a relazionarsi con i suoi coetanei, di cui non capisce lo slang; si sente solo per tutte le amicizie perse e non riesce a giocare a basket. Negli Stati Uniti, infatti, i bambini sono molto più alti di lui, più forti, più veloci. Nella sua prima estate nel proprio Paese di origine non segna neanche un punto, in nessun modo. Piange, piange tantissimo quel piccolo bambino, che deve fronteggiare il senso di insoddisfazione, il dolore sotto pelle di chi ripetutamente cade e si rialza senza mai ottenere ciò che desidera. È troppo, è sempre troppo per un sognatore.

Ma dopo l’ennesimo insuccesso il padre, cestista di lungo corso, lo prende con sé per dirgli: “non importa che tu non riesca a segnare neanche un punto o che tu ne faccia 60, ti amerò sempre, nonostante tutto”. Le lacrime si fermano, la luce si riaccende, il cuore torna a battere forte. Quel bambino sarà un campione, quel bambino è Kobe Bryant!

Nato a Filadelfia il 23 agosto del 1978, Kobe è figlio di Pamela e Joe Bryant, anch’egli cestista (soprannominato“Jellybean”), il quale, dopo aver militato in NBA per qualche anno, si trasferisce in Italia, portando con sé il figlio che inizia la propria formazione sportiva proprio nel nostro Paese, lavorando tantissimo sui fondamentali del gioco, con beneficio negli anni a venire. Il ritorno negli USA, come detto, fu tutt’altro che sereno e la solitudine (che anni dopo definirà come uno dei fattori chiave del suo successo) lo costringe sul parquet per trovare una propria dimensione, un proprio posto nel mondo. In quegli anni impara alcune delle lezioni più importanti della sua vita: le parole del padre sul suo amore incondizionato, che lo rendono libero dalla paura di fallire; la consapevolezza che i risultati si ottengono nel lungo termine, per cui la pazienza è un elemento essenziale per chiunque voglia migliorare in qualcosa; e c’è un terzo insegnamento: “rest at the end, not in the middle”( riposa alla fine, non durante). Questa frase gli viene detta dalla sua insegnante di inglese e Kobe la porta nel cuore, ne fa tesoro, e  la ripete fra sé e sé ogni volta che il corpo chiede tregua, quando il dolore è troppo, ma è necessario spingere ancora, un po’ di più.

Kobe migliora, di giorno in giorno; inizia a segnare punti, tanti, e il suo nome comincia a diventare oggetto di interesse, un “mormorìo” gratificante che lo pone all’attenzione di una testata giornalistica, Street & Smith, che ogni anno stila una graduatoria dei giovani cestisti più promettenti degli USA e decide di classificarlo alla posizione 57. Un obiettivo: battere tutti i 56 nomi elencati prima del suo. Kobe è così, competitivo, determinato, senza nessuna voglia di arrendersi, con una propensione al sacrificio che anche un massimo esperto come Federico Buffa (celebre giornalista sportivo di Sky) trova unica nella storia dello sport. Sogna nella sua cameretta, studia tantissimo i suoi miti (su tutti Magic Johnson e Michael Jordan) e fa grande la Lower Marion High School, la sua squadra delle scuole superiori, dalla quale, saltando il college, passerà direttamente in NBA, ai Los Angeles Lakers. È l’inizio di un’avventura ventennale, in cui Bryant vincerà cinque titoli NBA con i gialloviola (2000, 2001, 2002, 2009, 2010) e parecchi titoli personali, che ne giustificano la definizione di più grande giocatore dei Lakers di sempre e, ovviamente, uno dei migliori della storia della pallacanestro. Con la casacca bianca della nazionale statunitense vengono suggellate le vittorie delle medaglie d’oro ai Giochi Olimpici del 2008 e del 2012.

Le lacrime di quel bambino sono diventate le magie di un campione che incanta e stupisce, che raggiunge l’Olimpo del basket senza mai dare per scontato il proprio successo. A testimonianza di ciò la data, storica, dell’11 settembre 2001, giorno in cui crollarono le Torri gemelle, si erge iconica nella “esegesi” della mentalità di Kobe (che in futuro sarà da egli stesso definita “mamba mentality”, dopo aver detto di sé di essere letale sul campo come un “black mamba”). Infatti, al momento del crollo della prima torre (ore 9:10 circa a New York) Kobe guarda attonito le scene in tv, dalla propria palestra personale a Los Angeles (dove sono le 6:10 circa), madido di sudore per via di due ore di allenamento intenso. Ponendo attenzione sugli orari di cui sopra, se ne deduce che la sveglia era intorno alle 4:00 del mattino e viene spontaneo cercare di capire il motivo per cui il numero uno al mondo necessitasse di un impegno tanto notevole. La domanda trova la seguente risposta da parte di Bryant: “da qualche parte nel mondo c’è qualcuno che sta lavorando per diventare migliore di me ed io questo non lo lascio accadere”.

Eppure, nonostante tutto, la carriera del  Black Mamba non è priva di momenti difficili, tra infortuni e insuccessi, tra cui il più buio nel 2013.

È il 12 aprile 2013, i Lakers affrontano i Golden State Warriors in una partita valida per l’accesso ai playoff. Kobe prende palla, si avvicina al canestro e cade, si ritrova a terra in preda al dolore: rottura del tendine di Achille, da alcuni chiamato “il bacio della morte dell’atleta” per via della sua gravità. Chiunque non avrebbe scelta se non quella di farsi portare via dal campo in barella, ma non se ti chiami Kobe Bryant e di mestiere sei un’autentica leggenda. Kobe, dolorante, si alza, zoppica, prende la palla e dalla lunetta segna due tiri liberi, dopo di che lascia il campo sulle proprie gambe, quasi come il dolore non esistesse, e va negli spogliatoi. Successivamente spiegherà che l’essere uscito in modo autonomo era specchio di quanto la sua mente desiderasse tornare a giocare più di ogni altra cosa al mondo e quanto questo avesse condizionato anche la sua stessa percezione del dolore. Tuttavia quella notte, lontano dai riflettori, Kobe si lascia andare alle lacrime, ancora, come quando era un bambino, perché un infortunio di questa entità quasi sempre sancisce la fine di una carriera sportiva, e lui è stanco, sfinito da una vita di sacrifici. Non sa se potrà tornare in campo, tantomeno sa se ne ha voglia.

Ma questa è una storia circolare  che nasce da un padre e dal suo bambino e che inevitabilmente vi ritorna. Infatti, Bryant trova la moglie e le figlie ad aspettarlo e, guardando queste ultime, ogni dubbio è fugato: “dad is gonna be ok, now it’s tought time, but everything will be fine” (papà starà bene, adesso è un momento difficile, ma tutto andrà bene). La ragione di questa scelta presa davanti alla famiglia sarà spiegata dicendo che essere genitore obbliga a dare un buon esempio e, attraverso quel gesto, il suo intento era dare alle figlie una lezione di resilienza e perseveranza.

Più tardi va davanti al proprio pc, entra su Facebook e si confida con un lunghissimo post in cui, nelle battute finali, scrive: “if you see me fighting a bear, pray for the bear” (se mi vedete combattere contro un orso, pregate per l’orso).

Tornerà sul campo!

Kobe, dopo una vita di momenti più o meno semplici da affrontare, si congeda nel 2016 e i Lakers ritireranno entrambe le maglie con cui ha giocato (8 e 24). Inizia una carriera da imprenditore, trova nuove passioni e lascia il basket professionistico con una lettera dal titolo “Dear Basketball” su cui verrà realizzato un cortometraggio animato per il quale riceve un Oscar nel 2018.

La vita privata lo vede al fianco di Vanessa, per sposare la quale compromette il rapporto con i genitori. Con Lei avrà quattro figlie (Gianna, Natalia, Capri, Bianka). I nomi scelti sono tutti un omaggio all’Italia, Paese di cui rimane per sempre innamorato, tanto da dire di sé “io sono cuore italiano puro”! Dirà, in una visita nel nostro Paese: “Mi dispiace che le mie figlie non possano avere la possibilità che ho avuto qui di andare in giro per le vie della città con i miei amici, in bicicletta, mangiando un gelato. È qualcosa che negli USA non c’è.[…] Spero in futuro di poter fare qualcosa per l’Italia, voglio solo capire quello che serve”.

Non sapremo mai cosa avrebbe realizzato.

Kobe Bryant muore a Calabasas, il 20 gennaio 2020, all’età di 41 anni, insieme alla figlia Gianna (di 13 anni) e ad altri 7 passeggeri di un elicottero schiantatosi contro una collina, secondo dinamiche ancora poco chiare.

La mentalità di Bryant, complessa, dalle radici profonde, va interpretata nel contesto del suo vissuto, ma che viene ben sintetizzata dal discorso che egli stesso tenne, al fianco di altre due leggende dello sport (Peyton Manning and Abby Wambach) quando venne insignito dell’ESPY Icon Award: “noi non siamo qui per qualche forma di talento o abilità, noi siamo qui per le quattro del mattino. Noi siamo qui per due volte al giorno o per le cinque volte al giorno [sessioni di allenamento ndr]. Noi siamo qui perché avevamo un sogno e abbiamo fatto in modo che niente ci fermasse. Se qualcosa ha cercato di abbatterci, noi l’abbiamo usata per diventare più forti. […] Il mio prossimo sogno è quello di essere premiato un giorno per aver ispirato la prossima generazione di atleti nell’avere un sogno, nel sacrificarsi per esso e nel non arrendersi mai”.

In questo discorso, semplice, c’è tutto ciò che è stato, come atleta e come uomo. Per molti è stato un grande campione di basket, ma per alcuni ha rappresentato una forma di educazione al sacrificio, una testimonianza immensa di quanto bello possa essere vivere di un amore, trasudare passione, avere le lacrime agli occhi sognando senza fine.

Grazie, quindi, per ogni persona che hai ispirato, per tutto ciò che hai rappresentato come atleta e come uomo, per ogni pianto, per ogni urlo, per i finali al cardiopalmo, per ogni volta che non avendo una strada il tuo esempio ha indirizzato qualcuno.

What can I say? MAMBA OUT!

Lorenzo Bongiorno

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