La Resistenza Culturale di Philippe Daverio, intellettuale diviso tra tv e piazza

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Parlare di qualcuno a poche ore dalla sua morte implica un notevole sforzo, grande è il rischio di cadere dell’inutile biografia o peggio nell’agiografia fine a se stessa. Pertanto, per tentare di descrivere adeguatamente ciò che ha rappresentato per la televisione italiana il compianto Philippe Daverio, ritengo opportuno iniziare parlando di ciò che non è mai stato per una precisa scelta di campo, ben diversa da quella di molti altri intellettuali.


“Odi profanum vulgus, et arceo”. Quando Orazio scrisse le sue Odi aveva idee chiare sulla propria posizione, in quanto intellettuale nell’antica Roma delle élites, distaccatosi orgogliosamente dalle masse popolari, per definizione, incapaci di comprendere ed apprezzare la sua arte.


Del resto la “Torre d’Avorio” è sempre stata una forte attrazione per i colti di ogni epoca, un rifugio sicuro in cui trincerarsi ed evitare confronti con una realtà ad essi estranea, da cui solo pochi hanno avuto la forza di non fuggire.

L’eccezione è ancora una volta rappresentata dal “secolo breve”, quel primo Novecento così radicale nelle sue innovazioni da riuscire a strappare la cultura all’esclusività atavica dell’alta società, per aprirla a tutti e rendere ciò addirittura un principio cardine degli Stati nati dalle rovine delle due Guerre.

Nel ‘900, si diffonde prepotentemente la fiducia nelle enormi potenzialità delle masse popolari, fino ad allora nascoste dietro secoli di classismo e adesso accompagnate dagli stessi intellettuali nel loro percorso di emancipazione. A sostenere questo ambizioso progetto arrivano l’istruzione pubblica obbligatoria ed i mass-media, salutati con entusiasmo per la loro larga accessibilità e potenzialità formativa. La neonata TV di Stato si fa portavoce di queste idee: sono anni in cui il maestro Claudio Manzi dagli studi RAI si propone di alfabetizzare gli italiani, in cui capita di accendere la tv e ritrovarsi Pier Paolo Pasolini che dibatte di società dei consumi con una platea di giovani.


Fu un secolo talmente breve che, solamente cinquant’anni dopo, la sua carica rivoluzionaria sembra essersi esaurita, e proporre programmi culturali di qualità in tv (magari) in prima serata sembra quasi un azzardo per le reti pubbliche, ormai impegnate nel gioco qualitativamente al ribasso col settore privato.

Gli intellettuali hanno nuovamente perso fiducia nelle capacità di apprendimento delle masse e sono spariti dal dibattito pubblico per ritornare al sicuro nelle loro Torri, rifiutandosi di “sporcarsi le mani” per diffondere il loro sapere: le masse popolari sono nuovamente guardate con paternalismo, dall’alto verso il basso. E quando l’offerta culturale del Paese, ormai priva del loro apporto, crolla qualitativamente per diventare anch’essa “bene di consumo”, di facile ed approssimativa elaborazione (“popolare” si dice, come sinonimo di qualità scadente sul modello della tristemente nota edilizia), iniziano ad affiorare i grandi problemi di tenuta della nostra democrazia, che per sopravvivere necessiterebbe di uguaglianza sostanziale ed autentici cittadini.

Philippe Daverio faceva parte di una “Resistenza” a tutto questo, un intellettuale ancora convinto della potenzialità formativa della televisione e delle capacità degli italiani, capace di porsi con garbo e contagioso entusiasmo. I suoi programmi (dai format originali come i “Notturni”, dibattiti tra lo stesso Daverio e tre esperti su un tema culturale specifico), sono caratterizzati da un’esposizione audace, mai banale e soprattutto stimolante, ricca di collegamenti e riflessioni,capaci di esaltare quel senso critico, ad oggi sempre meno considerato nella scelta dei palinsesti. Programmi talmente fortunati da essere, ancora ora a distanza di diversi anni, un punto di riferimento per chi intenda avvicinarsi al mondo dell’arte con un approccio serio ma non figlio dello sterile accademismo.

Senza dimenticare il suo enorme impegno “sul campo”, nel 2011, mentre tanti italiani festeggiavano i 150 anni dell’Unità d’Italia con vuota retorica, con la costituzione del movimento “Save Italy” Daverio decise piuttosto di scendere in campo a protezione del patrimonio artistico, ossia di ciò che ha realmente unificato l’Italia ben prima dello sbarco dei Mille. Grazie alla sua campagna di sensibilizzazione dell’opinione pubblica alla tutela dell’eredità culturale italiana, riuscì ad evitare che la costruzione di una discarica in prossimità di Villa Adriana a Tivoli andasse a distruggere l’eterno messaggio di pace tra uomo e natura, di cui l’imperatore Adriano ha permeato ogni angolo della sua residenza, immersa nel silenzio e nella bellezza della campagna laziale.

La sua scomparsa ha privato l’Italia di uno degli ultimi intellettuali disposti ancora a credere in una conoscenza popolare (laddove il termine stavolta è inteso come sinonimo di qualità ed accessibilità diffusa) da veicolare attraverso la comunicazione di massa.

L’augurio è che la sua convinzione ritorni a popolare i palinsesti, soddisfacendo così la fame di conoscenza che la smisurata audience dei (pochi) programmi culturali manifesta già da anni.


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Davide Scalia

Nato a Catania nel non ancora troppo lontano 1998.
Nel 2016, conseguita la maturità classica presso il "Gulli e Pennisi" di Acireale, ho pensato bene di iscrivermi a giurisprudenza.
Patito di arte e De André, credo nel valore civico di una cultura non elitaria, accessibile a tutti e slegata da logiche di mercato. Oltre che nella "Buona Novella".
Dico cose di sinistra ma spesso mi danno del fascista, a quanto pare sono bipartisan.