Tra cultura popolare e divulgazione di qualità

Simone Dei Pieri racconta le sfide del suo CataniaBookFestival

7' di lettura

Catania si prepara ad ospitare il suo primo Festival del Libro e della Cultura: il CataniaBookFestival, che si terrà presso l’Istituto Ardizzone Gioeni dall’8 al 10 ottobre. Il suo ideatore, Simone Dei Pieri, si presenta a ControVerso con un team giovanissimo e la grande sfida di rendere la cultura popolare, accessibile a tutti e non elitaria, con l’aiuto di una nuova generazione di divulgatori social.

Tantissimi i grandi ospiti, da Alessandro Cecchi Paone a Giuseppe Maggio, da Giorgio Terruzzi a RickDuFer.

“Se un bicchiere cade a terra e si rompe, io pulisco, non sto lì a perdere tempo e a lamentarmi”. L’approccio di Simone ai problemi culturali di Catania è diretto, pragmatico ma ambizioso, improntato più alla ricerca di soluzioni che ad inutili polemiche. Ventisette anni ed una laurea in giurisprudenza, si occupa di comunicazione politica ormai da sette anni, e nonostante la giovane età ha organizzato da zero il Festival con un approccio da navigato. Parla di un festival del libro innovativo, anticonvenzionale, inclusivo verso i giovani, che permetta di guardare alla cultura sotto una luce diversa. Una ricetta di successo, visti gli ospiti che hanno accettato di partecipare nonostante si tratti della primissima edizione. 

Simone, quando nasce l’idea del CataniaBookFestival? Qual è il percorso che ti ha portato alla sua nascita?

Il festival nasce a marzo dell’anno scorso, quando in una delle mie tante notti insonni mi passò per la testa che in una città centrale nella cultura mediterranea come Catania, mancava un festival del libro e della cultura. L’ho trovato inaccettabile. Idee del genere spesso sono scoraggiate da pensieri obsoleti e pessimistici come il classico “di cultura non si mangia”, che tende a rendere la cultura una cosa elitaria e superflua. Io però non sono di questo avviso. A Catania, nello specifico, la cultura può cambiare la vita di tanti ragazzi che vivono in ambienti disagiati con tassi di abbandono scolastico inquietanti. Avendo lavorato per tanti anni nei quartieri, ho conosciuto molte delle storie di questi ragazzi e mi sono reso conto che quello che manca loro è la possibilità di un incontro con la cultura, con la bellezza e con l’arte. 

A questo punto per me è stato quasi un automatismo decidere di mettermi in gioco in prima persona per compensare questa grave lacuna di Catania ed iniziare così l’organizzazione del Festival. Ma, fortunatamente, non sono solo. Hanno scelto di seguirmi in quest’avventura altri sei ragazzi, quasi tutti under 30: Elisabetta e Ludovica Licciardello, Riccardo di Stefano, Riccardo Milone, Marco Musmarra e Paolo Barbagallo, il più grande dei due geniali grafici, che ha ideato “Pablo”, il nostro trofeo. 

Una volta creato il team abbiamo iniziato a percorrere la strada che ci ha portati oggi fin qui; a partire dall’organizzazione dei CataniaBookDays, una serie di sedici incontri gratuiti con grandi autori, prodromici al vero e proprio CataniaBookFestival, che si sarebbe dovuto tenere a Maggio.

Quando il 10 marzo arrivò la notizia del lockdown, per noi, in piena preparazione, fu un colpo durissimo; ciononostante abbiamo subito tentato di riprendere in mano la situazione e dopo soltanto una settimana siamo stati il primo festival italiano ad annunciare le nuove date di ottobre. A quel punto, quando ricominciammo modulando da zero il festival e riprendendo ad invitare gli autori, tutti ci presero per pazzi. Eppure, contagiati dal nostro entusiasmo quasi incosciente vista la situazione in cui progettavamo le nuove date, molti ospiti hanno addirittura accettato di partecipare senza ricevere alcun compenso, un enorme attestato di stima che ci ha dato ancora più stimoli. 

Sul tuo sito affermi di voler riportare la cultura a disposizione di tutti. Ciò però non implica che i destinatari siano interessati. Quali pensi che possano essere gli strumenti per avvicinare i ragazzi che si disinteressano di cultura ad iniziative come la vostra? Pensi sia necessario un apporto maggiore da parte della scuola? 

Chiedere ulteriori sforzi alla scuola mi sembra fuori luogo, ci sono già tanti insegnanti innamorati della cultura che nonostante gli umilianti tagli di stipendio fanno un ottimo lavoro. Credo che più che altro sia da rivedere il ruolo stesso della cultura per renderla più “appetibile” al ragazzo, evitando di porla in contrapposizione con quelli che sono i suoi interessi. Faccio un esempio: quando uscì il libro di Giulia de Lellis, ci fu un gran polverone su di lei e sui ragazzi che lo comprarono. Ma non si considera che proprio nel momento in cui un ragazzo entra in libreria per acquistare un testo del genere, si apre alla lettura, ed è qui che entra in gioco il ruolo fondamentale del libraio e dell’insegnante nell’usare questi testi come un “gancio” che spinga il ragazzo all’acquisto di un classico. L’interesse si crea ponendo questi due mondi non in contrasto, quanto piuttosto in un percorso consequenziale, in cui il testo “leggero” funge da ponte verso letture più impegnative, un percorso di crescita naturale e non imposta in maniera denigratoria verso gli interessi attuali dei ragazzi, perché in questo modo da questi non otterremo altro che disaffezione verso la cultura.

È fondamentale per ottenere questo risultato cambiare il paradigma della cultura. È questa la grande sfida di tanti divulgatori che stanno facendo di questo nuovo paradigma culturale il loro modus operandi; penso a RickDuFer con DailyCogito, a Barbascura X con Scienza Brutta, due progetti che, con un approccio semplice e divertente, spiegano argomenti molto complessi.

Il problema di fondo poi sta in quel mondo culturale che si autodefinisce erroneamente una élite. Ma una élite non governa gli altri con altezzosità, li guida. 

È un po’ quello che facevano tanti intellettuali in tv, che si approcciavano agli spettatori con passione ed empatia, un comportamento ben diverso da quello arrogante, denigratorio o nella migliore delle ipotesi “paternalistico” che oggi domina, con poche piacevoli eccezioni, la scena televisiva.

L’ascoltatore, logicamente stanco di sentirsi insultato, eviterà questo tipo di intellettuale che usa i media solamente per vantarsi autoreferenzialmente della propria cultura insultando le classi popolari, quando invece potrebbe usarli per diffondere a questi il suo sapere. E a questo punto lo stesso ascoltatore, disaffezionatosi verso il mondo della cultura istituzionale che invece di approcciarsi a lui in maniera inclusiva lo guarda dall’alto verso il basso con disprezzo, inevitabilmente aderirà al mondo del complottismo; avremo così un soggetto che prima era solamente “ignorante” (nel senso buono del termine), e che adesso è anche complottista, in quanto rifiuterà aprioristicamente ogni nozione che proviene dall’ambiente accademico a lui ostile.

Per evitare che si creino divisioni, diffidenze e del dannoso complottismo occorre cambiare il modo di porsi verso chi non ha avuto la possibilità (o perché no, la voglia) di intraprendere un determinato percorso di studi ma che comunque desidera apprendere, altrimenti non ne veniamo fuori.

Credi che il successo ottenuto da questi divulgatori social possa fungere da spinta ad un rinnovamento del mondo accademico tradizionale a cui si pongono come “alternativa”?

Sicuramente se un podcast in cui si parla per un’ora di filosofia fa centinaia di migliaia di ascolti mentre in un’aula universitaria ci sono lezioni con un uditorio di 30 persone mezze addormentate un problema di fondo c’è, ed è un problema di comunicazione. La soluzione sta nel riuscire a trovare una via di mezzo tra il divulgatore social ed il professore noioso, perché se è vero che ci sono argomenti oggettivamente ostici è anche vero che spesso un buon professore è capace di renderli meno “pesanti” col suo modo coinvolgente di insegnare. Questa sintesi è ben possibile ed alcuni professori (ahimé delle mosche bianche) ogni giorno lo dimostrano. L’obiettivo deve essere quello di rendere ciò la normalità.

Se tutta la scala di valori viene ridefinita, se noi gente comune torniamo a credere nella cultura, se lo Stato torna ad investire nella cultura con una programmazione intelligente, allora il paese può ripartire. È necessario pensare ad una cultura non elitaria, ma “popolare”, di qualità ed aperta a tutti, ed un festival come il CataniaBookFestival ha proprio quest’obiettivo. È per questo che invitiamo la collettività a credere nella divulgazione culturale e nella sua evoluzione tecnologica, dando loro l’opportunità di conoscere chi, come Alessandro Cecchi Paone, ne ha fatto la storia con programmi come “La Macchina del Tempo” e chi, come Costantino De Luca (admin della pagina Facebook “Una Pillola di Storia Antica Al Giorno”, ndr) la sta continuando a fare usando i nuovi mezzi.

Non temi ci sia il pericolo che i nuovi media di divulgazione si allontanino dal rigore scientifico che possiamo trovare nell’insegnamento tradizionale per sfociare in un pericoloso storytelling strumentalizzato?

Ovviamente è fondamentale distinguere la divulgazione dall’insegnamento. Capita spesso purtroppo di guardare come esperti persone che in realtà non hanno le competenze per essere giudicati tali. È necessario tener d’occhio anche l’ambiente accademico classico. Penso che per presentarsi come “professore” dinanzi ad un uditorio ed avere l’autorevolezza di parlare è prima necessario acquisire esperienza, un certo prestigio, altrimenti si rischia un’inflazione di titoli che crea poi una cultura di bassa qualità.

Quindi sono d’accordo con le tue preoccupazioni, tuttavia ti dico che i rischi e le opportunità di uno strumento come internet dipendono strettamente da come lo usiamo. I vantaggi di internet sono enormi, se ci pensiamo è incredibile che oggi un divulgatore serio possa raggiungere numeri enormi di ascoltatori grazie alla rete, è tutto a vantaggio della diffusione della cultura. Tieni conto anche che gli stessi social network stanno iniziando a crearsi, dopo anni di pericoli legati alle fake news, degli anticorpi sociali immediati che permettano agli utenti di discernere la divulgazione sana (che è ben possibile sui social) da quella pericolosa; e questi anticorpi li creano la scuola e le università, col loro grande lavoro. 

Certo non è impossibile che divulgazione ed insegnamento coincidano, Cecchi Paone è un caso emblematico, ma capita ben più spesso che incompetenti si presentino come professori e che dei professori solo per titolo si presentino come divulgatori nonostante l’assenza di ogni capacità comunicativa. 

Del resto non dobbiamo dimenticare che l’obiettivo della buona divulgazione deve essere solamente quello di offrire all’utente una conoscenza “in pillole” di tanti argomenti, e di indirizzare poi lo stesso verso l’approfondimento del tema mediante l’uso del testo più dettagliato. È esattamente ciò che facciamo col festival presentando l’autore. Creiamo curiosità che possa poi spingere gli spettatori ad un approfondimento che non verrà più visto come qualcosa di noioso, perché il divulgatore ne avrà parlato nella sua “pillola” come qualcosa di interessante per i più svariati motivi. Abbiamo così tolto il preconcetto della cultura “noiosa”, che è poi l’obiettivo finale di questo Festival.

Come credi che reagiranno i catanesi a questa vostra iniziativa?

Come stanno già reagendo, con enorme entusiasmo. Vedo tanto fervore, specialmente nei ragazzi, e mi fa molto piacere. Abbiamo solamente sui social oltre 4mila persone che seguono l’evento, una cosa mai successa per un evento del genere; gli sponsor, la radio, la stampa e le associazioni ne seguono ansiosamente le evoluzioni. C’è tanto interesse anche verso i personaggi che con enorme fiducia si sono resi disponibili sin dal primo momento. Catania è pronta, e si respira questa voglia di partecipazione, nonostante le norme anticovid abbiano notevolmente ristretto il numero di partecipanti ammessi agli incontri. Per questo abbiamo pensato di aprire l’intera giornata dell’11 ottobre al “Post Scriptum”, una maratona in diretta streaming di dodici ore ininterrotte dalle 9 alle 21, in cui ci confronteremo con tanti altri autori tra cui Licia Troisi e il team di Monster Allergy, con cui discuteremo del valore culturale dei fumetti nei ragazzi, Barbascura X, RickDuFer e gli amministratori di “Chi Ha Paura Del Buio?”, illuminante pagina Facebook di divulgazione astronomica. 

Catania è pronta, noi siamo carichi e già con la testa all’organizzazione dell’evento dell’anno prossimo. Abbiamo tantissime idee in serbo, e non vediamo l’ora.

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Davide Scalia

Nato a Catania nel non ancora troppo lontano 1998.
Nel 2016, conseguita la maturità classica presso il "Gulli e Pennisi" di Acireale, ho pensato bene di iscrivermi a giurisprudenza.
Patito di arte e De André, credo nel valore civico di una cultura non elitaria, accessibile a tutti e slegata da logiche di mercato. Oltre che nella "Buona Novella".
Dico cose di sinistra ma spesso mi danno del fascista, a quanto pare sono bipartisan.