Il Gattopardo cileno

Perché un "Apruebo" non cancellerà il fantasma di Pinochet

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L’America Latina è probabilmente l’ultimo continente in cui la politica è ancora fatta di vivace dialettica ideologica e dibattiti tutt’altro che monocorde. Continente vivo, in cui domina una certa componente irrazionale che rende apparentemente incomprensibili certe dinamiche al nostro mondo. Questo porta gran parte della stampa europea a raccontare il referendum cileno di domenica appiattendosi su titoli che enfatizzano una “seconda caduta di Pinochet”, senza neanche porsi il problema di esporre al lettore le dinamiche essenziali che hanno portato un paese democratico a mantenere in vigore per trent’anni una costituzione dittatoriale. 

Mi avventurerò dunque nel tentativo di spiegare le ragioni essenziali che si porta dietro il paradosso del costituzionalismo cileno, e mi verrà perdonato l’approccio di queste righe che qualcuno probabilmente riterrà…“parziale”, convinto come sono dell’impossibilità ontologica di un giornalismo obiettivo.

Il referendum cileno di domenica scorsa è arrivato un anno dopo la tempesta di manifestazioni che ha sconvolto il paese, esponendolo in tutte le sue criticità giuridiche, sociali e politiche, occultate abilmente da un giornalismo estero che per decenni ha portato ipocritamente avanti la narrazione di un Cile avanzato, competitivo ed ordinato, che qualcuno ha addirittura definito la “Svizzera del Sudamerica”, vista la poderosa crescita del PIL ottenuta.

Il prezzo di questa fama è stato pagato da un numero sempre più grande di cileni abbandonati ad una disarmante povertà dallo Stato, costretti in un paese divenuto invivibile per loro ed attraente per i ricchi del pianeta, che nelle sue disuguaglianze prosperano.

Le origini di queste criticità risalgono all’uso come cavia da laboratorio che venne fatto del paese dai “Chicago Boys”, un team di economisti guidati da Milton Friedman che negli anni ’70 furono chiamati da Pinochet per applicare le loro teorie neoliberiste, che qui grazie alla libertà d’azione garantita dalla dittatura militare si sono realizzate senza le opposizioni che invece hanno mitigato, negli ordinamenti democratici di USA e Regno Unito, le parallele politiche del duo Reagan/Thatcher. 

Il giorno della caduta di Allende col supporto USA nel 1973, la Junta Militar presieduta da Pinochet si autoassegnò potere legislativo, esecutivo e costituente, sottraendolo al popolo. E già nel suo celebre discorso di Chacarillas del 1977, il General aveva dichiarato l’arrivo imminente di una Costituzione i cui garanti sarebbero stati i militari, dotati di enormi poteri.

Pensando alle dittature sudamericane di estrema destra non bisogna però cadere in errati paragoni con i suoi simili europei; le destre nazionaliste di Mussolini, Hitler e Franco avevano una concezione totalitaria dello stato, una visione corporativa dell’economia contraria ad ogni forma di libertà, compresa quella economica. L’estrema destra sudamericana risente invece delle ingerenze liberiste degli Stati Uniti e del colonialismo mai sopito, che guardano alle infinite risorse del territorio con bramosia. Questa nuova Carta, arrivata nel 1980, esattamente sette anni dopo il golpe ed ispirata proprio al neoliberismo americano e al giusnaturalismo cattolico, si poneva come obiettivo primario la tutela della libertà d’impresa e della proprietà privata, e guardava con estremo sfavore i diritti sociali. Il neoliberismo dominante ha ridotto all’osso la presenza dello Stato, assente finanche nei tratti essenziali del settore sanitario, previdenziale e scolastico. L’ordinamento andò a costituire un regime politico di “democrazia protetta”, che garantiva i diritti civili e politici del popolo seppur entro rigorosi limiti imposti da chi detiene il potere, ossia il presidente e i militari.

Il suo fondamento legittimante stava nel pensiero di Carl Schmitt, che attribuisce il potere costituente a chi ha il potere di emanare e far rispettare la norma fondamentale, e non per forza al popolo. Era una costituzione tipica di una cruda dittatura militare.

Ci si chiederà dunque, a ragione, come un paese che apparentemente ha voltato pagina ormai dalla destituzione di Pinochet col plebiscito del 1988 abbia continuato ad avere in vigore fino a ieri la Costituzione fondativa del suo sanguinario potere.

È un caso emblematico di gattopardismo, il “cambiare tutto per non cambiare niente” che, nel romanzo di Tomasi di Lampedusa, Don Fabrizio Principe di Salina attribuiva ai moti unitari italiani ma che benissimo può essere adattata a tante rivoluzioni apparenti come quella cilena del 1989.

Tutti i governi democratici cileni dal 1989 al 2005 hanno fondato la loro legittimazione su questo testo praticamente invariato, e Pinochet stesso è rimasto comandante in capo dell’esercito e membro chiave della politica cilena fino al 1998 senza grandi frizioni con i nuovi governi, morendo impunito nel 2006.

Solo con la grande riforma del 2005 sono stati rimossi alcuni degli elementi maggiormente controversi della Carta, come ad esempio il ruolo del Consejo de Seguridad Nacional(COSENA), composto prevalentemente dai capi delle forze armate, che nella vecchia costituzione aveva l’enorme potere di nominare due dei sette ministros della corte costituzionale e tre dei nove senadores a vita. Un organo antidemocratico che assicurava la predominanza dell’esercito sulla vita politica cilena, e che solo dal 2005 è stato ridotto ad un semplice organo consultivo.

Gli eventi del 2005, però, furono ancora in realtà solo una riforma pienamente interna al sistema di regole del 1980 (vista l’assenza di un’assemblea costituente e di una ratifica popolare) che mantenne in vita l’impalcatura pinochetista.

Come affermato dallo storico cileno Alfredo Jocelyn-Holt,le origini di questa incoerenza hanno origine nel fatto che la Transicion a la Democracia del 1988 non fu frutto di un movimento rivoluzionario ma di un accordo tra opposizioni (che si erano sfaldate nel tentativo fallito di deporre il General) e militari (che non riuscivano a riprendere il controllo di zone del paese in mano ai manifestanti) per risolvere lo stallo che si era creato. La dittatura militare riuscì così a perpetuare la sua sopravvivenza e a garantirsil’impunità, oltre ad un processo totale di whitewashingmediatico.

La Concertacion, coalizione di centrosinistra di larghissime intese spaccata praticamente su ogni questione di rilievo, ha continuato a governare secondo dettami neoliberisti e reazionari pienamente in linea col regime militare, ben lontani dagli ideali di “sinistra” di cui si facevano, a parole, portatori. Basti pensare che, fino al 2017, il Cile era uno dei 6 paesi al mondo che negavano totalmente il diritto di aborto alle donne, ed oggi è comunque ammesso solamente in caso di stupro, gravidanza a rischio o gravi difetti congeniti del feto. Il sistema pensionistico rimane ancora oggi interamente affidato ad un oligopolio di imprese private, mentre sanità ed istruzione sono state in minima parte rese pubbliche, ma con servizi assolutamente scadenti e limitati che impongono comunque ai cileni di rivolgersi al (costosissimo) privato per ottenere un servizio quantomeno sufficiente. Nessun governo ha mai avuto intenzione di intaccare questi pilastri del pinochetismo che hanno creato un sistema in cui l’1% dei cileni possiede il 27% delle risorse del paese, mentre il 50% più povero solo il 2%. E il regime fiscale regressivofondato su un sistema in cui tutti pagano poche tasse senza alcuna distinzione nell’imposizione tra quell’1% e il resto della popolazione, non fa altro che aumentare la forbice.

A questo 1% appartengono molti uomini con un passato di rilievo nel regime, tra cui il presidente Sebastiàn Piñera e la sua famiglia, legata a doppio filo con le vicende della dittatura (suo fratello José fu ministro del lavoro per Pinochet). Miliardario di estrema destra, la sua ricchezza deriva anche da probabili manipolazioni di borsa che lo hanno coinvolto in uno degli scandali finanziari più gravi del paese come il Caso Cascadas, in cui vennero azzerati i fondi pensione di migliaia di piccoli risparmiatori. Coinvolto nel caso fu anche Julio Ponce, uno degli uomini più ricchi al mondo secondo Forbes, genero di Pinochet e attuale azionista di controllo della SQM, società di estrazione mineraria che ha ottenuto dal governo di Centrosinistra la concessione ad estrarre e vendere litio in tutto il Cile. La SQM stessa è stata coinvolta, oltre che nel caso Cascadas, in uno scandalo di corruzione da oltre 15 milioni di dollari, versati in sette anni a politici cileni di entrambi gli schieramenti. La corruzione dei grandi partiti, tenuti sotto scacco dai grandi gruppi finanziari che sul neoliberismo hanno costruito la loro fortuna, spiega quindi le mancate riforme strutturali e la sfiducia radicale del popolo cileno verso una sinistra governativa impalpabile che ha riconsegnato il paese all’estrema destra di Piñera, nell’astensionismo dilagante.

Nei due governi Piñera sono entrati come ministri i più ricchi imprenditori del paese. Governi che, tra l’altro, hanno sempre dimostrato notevole indulgenza verso gli autori degli episodi più violenti della storia cilena. Emblematica la liberazione dal carcere di due degli ex militari responsabili, nel 1973, della carneficina della “Caravana de la Muerte”, delegazione dell’esercito golpista che ha girato il paese in elicottero per rapire e far sparire nel nulla 97 esponenti del deposto governo Allende.

Indulgenza per il passato ma anche sostegno al presente; del resto, Piñera non ha mai avuto vergogna nell’usare contro i manifestanti i Carabineros, la forza di polizia cilena spesso al centro di episodi di corruzione che nell’ultimo anno è stata accusata di centinaia di episodi di violazione dei diritti umani ai danni dei civili, mai condannati da un governo ancora ideologicamente e storicamente legato a Pinochet e agli episodi più controversi della storia del paese. 

Corruzione delle classi dirigenti, sfiducia nei grandi partiti, neoliberismo, collusione con un passato scomodo, mancanza di rappresentatività della sinistra e mortificazione di ogni istanza popolare: è contro tutto questo che un anno fa oltre un milione di cileni manifestò ininterrottamente per un meselasciandosi dietro un bagno di sangue di 30 morti e migliaia di feriti ad opera dei Carabineros, a cui Piñera ha garantito immunità totale.

Alla fine, però, l’estrema destra ha raggiunto un accordo su una nuova costituzione con le opposizioni, ottenendo in cambio la cessazione immediata dei disordini.

La classe dirigente cilena dimostra dunque un’enorme resistenza ad affrancarsi dal proprio torbido passato e sembra ben più legata a Pinochet di quanto non lo sia il popolo, che domenica ha votato in massa per il sì nonostante l’assenza di forze rappresentative di sinistra e lo schieramento al no di buona parte della destra al potere (UDI), mentre il partito di Piñera (RN) ha preferito non schierarsi, salvo poi salire ieri frettolosamente sul carro dei vincitori. 

Ma dopo il successo massiccio del sì (78%) ad una nuova Costituzione, i cileni torneranno alle urne l’11 aprile 2021 per eleggere i 155 membri dell’Asamblea Constituyente che entro il 2022 dovrà ultimare i lavori e sottoporre la nuova Carta alla ratifica popolare. 

C’è però ben poco da festeggiare, perché i pericoli di un’altra svolta gattopardiana identica a quella del 1988 sono evidenti. 

Impossibile non rivedere nell’accordo tra Piñera e le opposizioni le stesse dinamiche di collusione che hanno portato alla meramente formale Transición a la Democracia e che hanno mantenuto al potere la destra neoliberista.

Il processo costituente rischia infatti di essere ancora sotto il controllo dei partiti gestiti dai gruppi finanziari e privi di ogni legame col successo popolare dell'”Apruebo”, che andrà a mortificare i movimenti di protesta che non riconoscono la mediazione della politica e che già prima del voto hanno definito il processo “un’impostura ordita dal governo, con la complicità di tutti i partiti, per mantenere lo status quo”.

Poco coerente con l’idea di cesura netta col passato, che fonda ogni momento costituente, appare inoltre l’imposizione alla nuova Costituente di vincoli come il rispetto dei trattati internazionali ratificati, che trovano fondamento in una fonte ormai abrogata (tra cui i trattati bilaterali di libero scambio, che hanno consegnato le risorse minerarie cilene alle multinazionali straniere, incompatibili con la volontà popolare di sostenibilità ambientale ed antiestrattivismo) e la discussa Legge n.21200 del 2019, che regola il processo di approvazione dei singoli articoli stabilendo che su ognuno di essi andrà raggiunta la maggioranza qualificata di 2/3, numero esorbitante che permetterà alla destra di porre il veto sui nodi sociali della Costituzione, mantenendo dunque con facilità lo status quo neoliberista che con la nuova Costituzione si sarebbe dovuto abbattere. 

La destra neoliberista ancora una volta sembra aver salvato sé stessa grazie ad un accordo di facciata raggiunto con rappresentanti che hanno nuovamente tradito le istanze popolari.

Quale dovrebbe dunque essere il percorso di formazione più rispondente alla volontà popolare, che deve essere in fin dei conti l’unico vero fondamento di una Carta democratica e pluralista? Sarebbe opportuno dare maggior spazio ad elementi di democrazia diretta e di creazione normativa “dalbasso”, che sembrano poi essere le direttrici fondamentali dei movimenti sociali cileni che più sono rimasti delusi dalla svolta “moderata” che ha preso il processo costituente.

Parallelamente alle dinamiche di palazzo, nascono così ad ogni livello territoriale le Assemblee Costituenti di Democrazia Diretta, volte a far emergere dal basso e fuori dal circuito autoreferenziale dei partiti i membri dell’Asamblea Constituyente che dovranno portare avanti le idee dei manifestanti, che girano tutte intorno alla creazione di uno stato sociale fondato su istruzione e sanità pubbliche e gratuite, acqua pubblica, rispetto delle minoranze indigene, gestione statale delle pensioni e amministrazione sostenibile delle risorse cilene. 

Il fantasma del General dunque continua a vagare nelle sale del Palacio de la Moneda, e continuerà a farlo fin quando la classe dirigente cilena non avrà il coraggio di fare i conti col proprio passato, e chissà che i tempi non siano maturi per un cambio generazionale che traghetti fuori dalla tempesta neoliberista un paese straziato da corruzione e disuguaglianze. 

Nel frattempo, ci tocca vivere l’ennesima svolta gattopardianadi un continente il cui popolo rimane tuttavia politicamente vivissimo, e visto il parallelo ritorno al potere del MAS di Arce in Bolivia, è legittimo chiedersi se le elezioni in Brasile, Paraguay, Venezuela ed Ecuador, programmate nei prossimi mesi, non possano rappresentare un eccezionale “ritorno a sinistra” che testimonia, ancora una volta, la particolarissima vitalità della politica di questo continente fatto di paradossi, in cui si ritorna a Sinistra mentre il resto del mondo spinge pericolosamente verso Destra.

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Davide Scalia

Nato a Catania nel non ancora troppo lontano 1998.
Nel 2016, conseguita la maturità classica presso il "Gulli e Pennisi" di Acireale, ho pensato bene di iscrivermi a giurisprudenza.
Patito di arte e De André, credo nel valore civico di una cultura non elitaria, accessibile a tutti e slegata da logiche di mercato. Oltre che nella "Buona Novella".
Dico cose di sinistra ma spesso mi danno del fascista, a quanto pare sono bipartisan.