Nietzsche, Scorsese e l’inesistenza dei valori assoluti

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Ogni giorno sottostiamo ad un codice di leggi morali, etiche e comportamentali definite e delineate dalla società, dal contesto culturale e politico entro cui viviamo. Esistono pertanto una raccolta di leges non scriptae formulate ufficiosamente e di comune accordo, che tendono ad assegnare alle azioni quotidiane degli uomini l’attributo di giusto o sbagliato.

Ma cosa possiamo intendere per giusto? E cosa per sbagliato?

I concetti di giusto e sbagliato sono indefinibili e assolutamente mutevoli. In molti, più o meno recentemente, si interrogarono sui valori e sul loro significato; un chiaro esempio di ciò è certamente riscontrabile negli scritti di Nietzsche.

Infatti, Nietzsche affrontò la trasvalutazione di tutti i valori, non solo riguardanti l’ambito morale, ma si pose l’obiettivo di smontare tutte quelle verità oggettive che l’uomo si è costruito, poiché a parer suo non poteva esistere un’assoluta conoscenza delle cose; egli, inoltre, si interrogò su cosa fosse la voce della coscienza, che silenziosamente ci suggerisce cosa sia giusto fare e cosa non lo sia. Se dapprima viene identificata come “la voce di Dio nel petto dell’uomo”, ora viene vista come “la voce di alcuni uomini nell’uomo”. Dunque, non fa che confermare le suggestioni a cui quotidianamente siamo sottoposti, che limitano e violano in primis la nostra libertà di agire ed anche la nostra facoltà di poter prendere delle decisioni arbitrarie senza suscitare il giudizio, per lo più non richiesto, da parte della massa.

Nietzsche comprende che tali valori mutano a seconda dell’epoca di riferimento. Ad esempio, nel mondo classico erano considerati valori vitali la forza, la salute, la fierezza; invece, durante il cristianesimo, ne venivano considerati altri, come l’abnegazione ed il disinteresse. 

«Miserabili soltanto sono i buoni; solo i poveri, gli impotenti, gli umili sono buoni, i sofferenti, gli indigenti, gli infermi, i deformi sono anche gli unici devoti, gli unici uomini pii, per i quali solo esiste una beatitudine».

In questo passo della Genealogia della morale, Nietzsche ritiene che questa “morale degli schiavi”, secondo cui solo i poveri, gli umili saranno considerati come uomini degni della beatitudine, debba essere capovolta, affinché si possa giungere all’avvento dello Ubermensch, del superuomo (lett. Oltreuomo), il vero depositario di virtù e valori. 

Il cinema ci ha sempre abituati ad inquadrare in una storia il ruolo del protagonista ed il ruolo dell’antagonista, effettuando una netta distinzione tra cosa debba fare un eroe e cosa invece debba fare il cattivo; quali siano le caratteristiche che contraddistinguono il primo (la bontà d’animo, la gentilezza…), e quali il secondo (la superbia, l’egoismo…). Possiamo pertanto identificare una struttura in quasi tutte le trame che vada bene tanto per una favola come Biancaneve, quanto per uno dei film più conosciuti al mondo come Titanic.

Un rivoluzionario nel mondo del cinema che ha analizzato e poi capovolto queste convenzioni e queste certezze è Martin Scorsese. Nonostante si possa notare la crescita artistica da Taxi Driver (1977) a The Irishman (2019), sembra presentarsi un elemento di continuità: la demolizione delle convenzioni sociali che ci spingono a creare un chiaro quadro della distinzione tra buono e cattivo, tra moralmente giusto e moralmente sbagliato. The Departed-Il bene e il male (2006) tratta la “guerra” tra il dipartimento di polizia del Massachusetts e la criminalità organizzata, per demolire il dominio di un boss mafioso. La trama ruota attorno a due personaggi: un investigatore infiltrato tra i mafiosi, ed un mafioso infiltrato tra i poliziotti. Potremmo convenzionalmente dire: il buono tra i cattivi ed il cattivo tra i buoni. Ma attraverso quali strumenti possiamo con certezza affermare chi sia il buono e chi il cattivo?

”Quando avevo la tua età, i preti ci dicevano che potevamo diventare poliziotti o criminali. Oggi quello che ti dico io è questo: quando hai davanti una pistola carica, qual è la differenza?”

Questa è la frase con cui Scorsese decide di iniziare il film, una frase ambigua per certi versi ed estrema, ma racchiude l’essenza dello scopo proposto. Scorsese, infatti, riesce ad introdurci con facilità e leggerezza nel mondo dei “cattivi”, spiegandoci cosa li hanno spinti ad agire in una maniera piuttosto che in un’altra; riesce a spingerci a provare compassione verso i cosiddetti “cattivi”, basti pensare alla scena finale di The Irishman in cui Frank Sheeran, irlandese che lavorava per una famiglia mafiosa, si trova in una casa di cura ormai vecchio e senza più alcun affetto, mentre muore in totale solitudine. 

Caratteristica portante del cinema di Scorsese è che si tratta di un cinema che disorienta, che confonde, che riesce a far provare pena anche per un pazzo o per un maniaco (Cape Fear); è un cinema che non giudica per ciò che si fa, ma per ciò che si è realmente, e lo fa attraverso l’unico modo possibile per far recepire un messaggio, ovvero attraverso estremismi.

La realtà circostante ci sottopone ad una pressione insormontabile, propinandoci attraverso i mass media, e soprattutto i social, degli stereotipi su come dovrebbe essere l’uomo e su come la società ci richiede di essere, sopprimendo la creatività e la libertà di espressione. 

È inconcepibile che presunti ideali di giusto e sbagliato possano profondamente influenzare l’atteggiamento, e ancor più la vita stessa di una persona, la quale debolmente cerca di ostentare un’utopica immagine di sé; oggigiorno, ad esempio, ci sentiamo costretti a dover frequentare l’università, sposarci ed avere un lavoro ben retribuito per essere considerati una persona realizzata, una persona perbene. Tuttavia, è necessario sfatare questo mito, poiché non è la scelta universitaria, lavorativa, l’orientamento sessuale, le credenze religiose a determinare che tipo di persona si è.

Bisognerebbe vivere in maniera nietzschiana e scorsesiana, incoraggiare il particolare a discapito della omologazione, distruggendo la raccolta di “leggi morali” e di stereotipi di ogni genere, in modo tale da non limitare in alcun modo la libertà del singolo individuo.

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