Il rullo dei tamburi

L'attimo prima del bacio: tra Canova e Ron Hicks

4' di lettura

Chiunque abbia visto How I met your mother ricorda sicuramente che nella prima stagione Victoria espone a Ted una particolare e personale teoria in merito al preciso attimo prima di un bacio, sostenendo che “il rullo dei tamburi”, spesso, sia meglio del bacio che lo segue. 

“Il rullo dei tamburi”: quell’istante che precede un primo bacio e che, a volte, è più intenso del bacio stesso. È come se, durante quei lunghissimi secondi, il tempo rimanesse sospeso nell’attesa di ciò che non si conosce e che quindi rimane imperturbabilmente perfetto nella sua momentanea immobilità.

Ed è in questo contesto che il luogo comune secondo cui “l’attesa del piacere sia essa stessa il piacere”, frase ormai slogan in diverse situazioni, usata e riusata in mille differenti contesti, trova però una sua applicazione effettiva, molto più spesso di quanto noi tutti ci accorgiamo.

Un concetto che Leopardi ha espresso sapientemente nel suo Sabato del Villaggio, che gli artisti hanno sempre rappresentato con una forza disarmante e che ognuno di noi si è trovato a percepire come proprio almeno una volta nella vita, come una verità personale in quel momento completamente scardinata dall’ormai frase fatta. 

La storia dell’arte è piena di “momenti”, di istanti impressi su una tela, plasmati nel marmo, incisi sulle più svariate superfici, fissati per sempre nella storia trasformando la loro fugacità in qualcosa di permanente e immutabile.

E, in fondo, questo rappresenta probabilmente l’unico modo per rendere il tempo, che per antonomasia è quanto di più effimero ci sia, immortale. A ogni istante ne segue sempre un altro, a ogni momento succede quello dopo, e l’aspettativa che ci eravamo creati sul futuro si scontra inevitabilmente con la realtà, superandone o deludendone le aspettative in maniera indistinta. La stessa Victoria, che con la sua teoria era riuscita a vivere la serata perfetta congelando proprio quel momento che precede il bacio, prolungando per ore quel rullo di tamburi, lei stessa si è ritrovata a fare i conti con la realtà, a dover e voler dare quel bacio, e a far cessare l’inganno di mettere in pausa il tempo.

Ne “Il mestiere di vivere”, Cesare Pavese scrive che non si ricordano i giorni, ma gli attimi. E lunghissima è la lista di baci consacrati da artisti di ogni tempo: in pose diverse, situazioni diverse, epoche diverse. Tutti, però, hanno immortalato un attimo da ricordare, un bacio eterno.

Basti pensare al bacio di Hayez, a quello di Klimt, di Magritte, di Munch, di Rodin, di Dicksee, di Toulouse-Lautrec, solo per citarne alcuni. Però, è come se in tutte queste opere, che sono unanimemente considerate dei capolavori da ogni punto di vista, fosse già tutto svelato. Manca la sospensione, una sospensione che riporta subito con la mente alle luci di Parigi e ad Amore e Psiche di Canova, oggi al Louvre.

Gli antichi Greci credevano che l’anima di un innamorato potesse evadere dallo stesso corpo e fluttuare libera nell’aria tramite uno sguardo, o molto più spesso tramite un bacio. Il bacio era dunque il mezzo affinché potesse avvenire un’unione -guarda caso “psichica”- degli amanti; un’estasi, la cui etimologia deriva proprio dall’”uscire da se stessi”, prendere il volo con quelle medesime ali che di Amore sono probabilmente il tratto distintivo.

La scena rappresentata da Canova è quella che precede il bacio tra i due amanti, uno dei momenti più lirici dell’Asino d’oro di Apuleio; mostra le due figure avvolte in un tenero abbraccio, fondendo la perfezione neoclassica al dinamismo multiforme del teatro e inondando la scena con un sottilissimo e raffinato erotismo. L’intero corpo di Psiche si protrae verso Amore, che le cinge con un braccio il seno e con l’altro le sorregge la testa, testimoniando un desiderio palpabile ma non ancora espresso. Le labbra del dio sono vicinissime a quelle della fanciulla ma non le sfiorano: in questo modo, l’artista riesce a rendere il loro bacio immortale in quanto non si limita a rappresentarlo, lo fa bensì immaginare, ormai da più di due secoli, a chiunque si accinga ad ammirare la sua opera. È la nostra mente che conferisce un movimento agli amanti, che fa sollevare di qualche centimetro Psiche, o che dà ad Amore qualche secondo per abbassarsi quel poco che basta a raggiungere le labbra di lei, in un’eterna danza, un imperituro abbraccio che avviene solo nelle nostre menti sognatrici. Un bacio perfetto, perché non ancora avvenuto. Un bacio immortale, perché siamo noi a dargli vita ogni giorno. Un rullo di tamburi che rompe il silenzio della sala 4 del Louvre, dominata dai due amanti che si guardano da duecento anni.

Ed è proprio circa duecento anni dopo che un altro artista, stavolta in pittura, è riuscito a rendere celebri parecchi quasi baci. Ron Hicks: conosciuto da molti, appunto, come “il pittore dei baci”. Egli riesce a immettere lo spettatore in scorci di vita comune, con un tratto che fonde l’influsso dei maestri olandesi del XVII secolo a quello degli impressionisti i quali, non a caso, sono i più abili nella cattura dell’attimo fuggente. Anche in Hicks la scena è sospesa: uno sguardo, un corpo che si protende, due labbra che si cercano ma che ancora non si trovano.

Un bacio rubato descrive perfettamente questa immobilità del tempo. Chi osserva l’opera si sente completamente catapultato in quel bar in stile anni ’30, scoprendo se stesso a spiare i due protagonisti -tanto intimo appare quel momento-, come Degas che ci fa osservare le sue ballerine dal buco della serratura. I capelli di lei lentamente raccolti, con una ciocca ribelle che sfugge; le mani intrecciate sul tavolo, dimenticate, messe in ombra dal corpo allungato di lui che sovrasta dolcemente la scena; un’unica tazza sul tavolo, sapientemente posta in secondo piano rispetto a tutto il resto; gli occhi chiusi, che sottolineano la sacralità del momento. Sembra quasi di sentire il rumore della sedia appena spinta indietro da lui con il corpo.

Anche questo preciso attimo, questa fotografia di sentimenti e desiderio ci permette di arricchire la scena di un seguito che siamo noi a scrivere; o di lasciarla così, immutata, eternamente sospesa nella perfezione dell’incognita.

Tornando a Victoria, possiamo affermare che la sua poetica teoria ci porta forse, nella vita reale, a doverci inesorabilmente scontrare con la realtà e con “l’attimo successivo”, ma ci permette al contempo di apprezzare al meglio il singolo momento, immaginando il professor Keating di Robin Williams che invita i suoi ragazzi a cogliere l’attimo -proprio quell’attimo- con la consapevolezza di non poterlo bloccare o prolungare come in un dipinto di Ron Hicks o in un iconico abbraccio di Canova. E probabilmente, il rullo dei tamburi non sarebbe così bello se, oltre ad avere un inizio, non avesse anche una fine.

Ma come l’arte abbia immortalato “quella fine”, da millenni a questa parte, è un’altra storia

Mostra il tuo sostegno con un "Mi Piace"!
  •