International Busa Machines: come un gesuita ha insegnato la lettura ai computer

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“The difficult we do immediately, the impossible takes a little longer”.

Sono queste le parole che il gesuita Roberto Busa, nel 1949, portava con sé nella Grande Mela, a New York, scribacchiate su un biglietto da visita della IBM, l’International Business Machine Corporation, l’azienda statunitense tra le maggiori e più antiche del settore informatico. Da lì a poco, la sua traversata oltreoceano avrebbe decretato l’inizio della più grande rivoluzione tecnologica: la nascita dell’ipertesto.

Ma come avrebbe fatto un improbabile gesuita a muovere lo sviluppo tecnico del settore informatico, allora nascente, verso gli albori di quella che oggi è meglio nota come “linguistica computazionale”? Il vicentino Busa, classe ’13, aveva intenzione di affrontare il difficoltoso compito di elaborare delle concordanze per l’immensa opera di San Tommaso d’Aquino, ossia un repertorio ordinato alfabeticamente del lessico, dei motivi ricorrenti di un’opera o di un autore. Un’impresa titanica quella che Busa si apprestava a compiere: sono circa 9 milioni le parole da analizzare, per un totale di 1,5 milioni di righe; numeri esorbitanti se li si confronta con le appena 100 mila parole che compongono la Divina Commedia.

Padre Busa aveva già redatto manualmente 10 mila schede al solo scopo di inventariare la preposizione “in”, ritenuta fondamentale sotto un aspetto prettamente filosofico, quando elabora la brillante intuizione: esiste un modo per correlare tra di loro i singoli frammenti del pensiero dell’Aquinate e per confrontarli con altre fonti? Nel ’46 concepisce la pionieristica idea di avvalersi dei computer, apparentemente utili soltanto per i calcoli -dall’inglese “to compute”, calcolare, computare- per svolgere un’analisi strutturale dei testi. Nel ’49, durante un viaggio a New York, ha l’occasione di esporre il suo ancora acerbo progetto a Thomas J. Watson, presidente ed amministratore delegato di IBM, che tra il 1914 e il 1956 portò l’azienda a diventare una vera potenza economica internazionale.

“Le macchine IBM possono essere usate per analizzare automaticamente i testi, in latino, di Tommaso d’Aquino?” chiede fiducioso Busa al ragguardevole presidente, ricevendo una demoralizzante risposta: “Non è possibile far eseguire alle macchine quello che mi sta chiedendo. Lei pretende d’essere più americano di noi”. È proprio qui che il motto incipitario si inserisce decisivo: Busa estrae dalla tasca il biglietto da visita della IBM, trovato nell’anticamera dell’ufficio di Watson, restituendoglielo visibilmente deluso. Colta prontamente la provocazione, Watson ribatte: “Va bene, padre, ci proveremo. Ma a una condizione: mi prometta che lei non cambierà IBM, acronimo di International business machines, in International Busa machines”.

Watson decide di supportare il progetto di Busa con un primo finanziamento: fu soltanto l’esordio di una collaborazione lunga trent’anni che si concluse nel 1980 con la pubblicazione dell’Index Thomisticus, il grande corpus degli scritti di Tommaso d’Aquino registrato su supporto elettronico. Impressionanti i “numeri” dell’Index Thomisticus: 11.000.000 di schede utilizzate, una per ogni parola analizzata, più di 20.000.000 di righe, 70.000 pagine, 56 libri per l’edizione stampata. Ad oggi, l’Index Thomisticus è la più vasta opera a stampa mai pubblicata al mondo.

Il progetto che giunse sino alla formulazione dell’Index Thomisticus è stato ampiamente sfruttato come utilissimo strumento per l’analisi e la valutazione di quesiti che avrebbero assolto un ruolo di fondamentale rilevanza nell’odierna società delle comunicazioni: Busa sviluppò metodi che erano massimamente trasportabili da una lingua all’altra, mentre IBM acquisì cognizioni specifiche necessarie per svolgere in modo ottimale un’attività di analisi del testo in un settore che Internet avrebbe poi portato ai suoi massimi sviluppi.

Dall’incontro e dall’ardita scommessa tra simili brillanti menti nacque uno straordinario itinerario sia umano che scientifico che, coinvolgendo non solo Busa, ma anche  la IBM in Italia e un’ampia comunità di esperti in tutto il mondo, portò alla genesi dell’ipertesto, quell’insieme strutturato di informazioni unite fra loro da collegamenti dinamici consultabili sul computer con un semplice click.

Sebbene il termine “hypertext” abbia fatto la sua ufficiale comparsa circa quindici anni dopo, in una pubblicazione del sociologo e filosofo statunitense Ted Nelson, chi operò con netto anticipo sui suoi meccanismi fu proprio l’italiano Busa: se oggi siamo in grado di navigare sul web, di scrivere mail, di elaborare documenti testuali lo dobbiamo soltanto allo straordinario linguista, filosofo e, in ultima analisi, anche informatico, che fu padre Busa.

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