Ieri e oggi: la storia di Lili Elbe e il nuovo contesto sociale della transfobia

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Siamo biologicamente nati maschi o femmine; viviamo la nostra quotidianità in base all’identità che abbiamo dalla nascita, che non abbiamo scelto e ci è “capitata”. Una donna o un uomo transessuale è colui o colei che sente di appartenere al genere opposto a quello in cui è nato.

Credo sia comune a tutti, talvolta, sentirsi inadeguati nel proprio corpo: non ci piace il nostro fisico troppo robusto o esile; il nostro viso; la nostra voce. Può capitare di sentirsi a disagio nei propri indumenti che ci si sente “costretti” a indossare, perché adatti al proprio genere.

Quindi mi chiedo, cosa c’è di male nel non riuscire a riconoscere nel nostro aspetto esteriore, ciò che invece sentiamo di essere dentro al nostro corpo e nei nostri pensieri?

Einar Mogens Andreas Wegener, conosciuto come Lili Elbe, è stata la prima donna transessuale della storia.

La sua vicenda personale è raccontata brillantemente nel celebre film “The Danish Girl” (2015), attraverso la bravura di Eddie Redmayne.

Einar ha una svolta nella sua vita: inizia a vestire apertamente come una donna, e comprende quindi che si è sempre riconosciuto nel sesso opposto, nonostante abbia sempre tentato di nasconderlo a sé stesso e alla società. Comincia così ad essere Lili.

Nel 1930, Lili Elbe si reca in Germania per sottoporsi all’intervento chirurgico di riassegnazione sessuale, all’epoca ancora sperimentale. Si sottopose a cinque operazioni. Il primo intervento fu la rimozione dei testicoli (orchiectomia) sotto la supervisione del sessuologo berlinese Magnus Hirschfeld.

La seconda operazione consistette nella rimozione del pene e nel trapianto delle ovaie, rimosse in un secondo momento con altri due interventi occorsi a causa di un rigetto e di altre gravi complicazioni.

La quinta operazione fu il trapianto dell’utero, per poter consentire a Lili, allora quasi cinquantenne, di diventare madre. Nello stesso anno riuscì a ottenere il riconoscimento legale del suo nuovo sesso e il cambio di nome, ricevendo il passaporto come Lili Elbe. Muore tre mesi dopo la sua quinta e ultima operazione.

L’intervento chirurgico è e rimane, per molte persone, una soluzione al loro disagio esistenziale, nonostante la sua intrinseca pericolosità. Ed è comunque di una difficoltà ineffabile convivere con la prostrazione di essere nati in un corpo che non collima con il proprio sentimento di appartenenza.

Tali difficoltà, se non vissute sulla propria pelle, tendono a non essere comprese. Quali le soluzioni?

Il 17 maggio è la Giornata Internazionale contro Omofobia, Transfobia e Bifobia, per rammentare che bisogna combattere al fine di estinguere tutto l’odio e l’incomprensione di cui sono ogni giorno vittime innumerevoli persone.

Per ottenere questo cambiamento, bisogna attuare una modifica alla base del sistema sociale.

In molti paesi le leggi anti-trans continuano a criminalizzare persone innocenti, spaziando dalla condanna del loro aspetto all’accusa di turbativa dell’ordine pubblico. Alcuni, riscontrano difficoltà anche nell’eseguire la modifica del proprio nome di battesimo.

Le comunità trans riscontrano grandi problematiche per inserirsi nella società. Questo perché? Potremmo dire che c’è tanta superficialità, e un astio immotivato verso “il diverso”, con diverso intendendosi qualcuno che viene percepito come al di fuori della “normalità”, una persona che non rientra in quell’esatto stereotipo di uomo o donna.

Nel momento in cui osi, esci fuori degli schemi, diventi l’esatta espressione di ciò che si cela dietro al personaggio che hai costruito per stare tra la folla; diventi, appunto, “diverso”; attiri gli occhi indiscreti della gente e sei spesso vittima di violenza verbale e oggetto di scherno.

Quindi il problema è proprio alla base della società in cui viviamo e di cui facciamo parte.

Il filosofo greco Aristotele affermava che “L’uomo è per natura un animale sociale”, ha bisogno di confrontarsi e di rapportarsi, mediante lo scambio delle opinioni e il dialogo, contribuendo ad un processo di evoluzione delle proprie conoscenze. Possiamo dire che i nostri rapporti sociali possono influenzare il nostro modo di pensare, essere e agire.

La transfobia è, effettivamente, un problema sociale, perché c’è uno scambio di idee e pensieri che a macchia d’olio ha da sempre veicolato un concetto errato della nostra esistenza, stilando dei preconcetti che non riescono talvolta ad incontrarsi con il nostro modo di essere nell’intimità, di cui spesso ci vergogniamo e che proviamo dunque a reprimere.

Queste relazioni sociali possono avere conseguenze catastrofiche, perché vivere in un mondo che ti discrimina, non ti accetta e ti vorrebbe costantemente diverso, può far male e umiliare profondamente, infliggendo talvolta cicatrici indelebili.

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