Periferie nel centro: la necessità di raccontare i luoghi

3' di lettura

Quando misi piede a Piazza Dante per la prima volta, ricordo che furono due cose a colpirmi: la bellezza dei grandi palazzi eleganti, dalle facciate rosa e viola, assieme al maestoso Monastero -che dà l’impressione di essere una città-fortezza, una sorta di Eden recintato al quale solo a pochi è permesso accedere- e l’anima viva, grottesca e a tratti degradata di un quartiere popolare. Una diade affascinante ma formata da questi due elementi autonomi e a sé stanti.

A partire dagli anni ‘70, infatti, nel momento in cui venne dato inizio ai lavori di bonifica dell’ex Monastero dei Benedettini (così da utilizzarlo come una delle sedi dell’Università degli Studi di Catania), si pensò anche ad un seguito, con una possibile rivalutazione dell’intero quartiere.  Purtroppo, però, ciò non fece eco e il mondo accademico continua, tutt’ora, ad essere una realtà isolata all’interno di un contesto praticamente dimenticato ed inascoltato.

Addirittura, nel corso degli ultimi anni, le strutture ospedaliere che risiedevano nella zona dell’Antico Corso sono state chiuse, creando un vuoto sia economico che fisico, passando, tuttavia, del tutto (o quasi) inosservato. Gli enormi spazi dei tre ex ospedali (Santa Marta, Vittorio Emanuele e Santo Bambino di Gesù) sono oramai da tempo inutilizzati e caduti nell’oblio, quando è chiaro -invece- che potrebbero diventare un’enorme ricchezza, attraverso un loro sfruttamento volto alla creazione dei servizi di cui attualmente, come noto, si necessita. 

Ma questo ce lo spiega molto meglio Marcello Fisichella,con il documentario Periferie nel centro – Antico corso, Catania: che ne faremo di questa città?, uscito lo scorso giovedì 10 dicembre (lo trovate su YouTube, nel canale di Radio Zammù) e girato tra l’inizio dell’anno  e l’estate. Alla realizzazione hanno collaborato anche Cristina Ucchino e Davide Maurizi per le riprese e il montaggio. L’opera si presenta come un’inchiesta in cui si cerca di scoprire, attraverso varie prospettive (e quindi intervistando  residenti, abitanti storici del quartiere, docenti..), cosa potrebbe dare maggior valore a questi luoghi.

Qualche giorno fa, chiacchierando con Marcello, ho chiesto di raccontarmi da cosa è nata l’idea e la necessità di raccontare questi luoghi. Mi ha risposto spiegandomi che “l’idea nasce da un sentimento di affetto e gratitudine verso dei luoghi che ci hanno dato tanto negli anni, dal punto di vista umano e culturale. E non mi riferisco solo all’Università. È tutto un complesso di cose, di relazioni umane; dal barista al parcheggiatore, al pensionato, al libraio di strada. Quel quartiere è un mondo, ricchissimo, di vita, di spunti: come tutti i quartieri popolari. Perché, nonostante la presenza dell’ateneo, l’Antico Corso resta un quartiere popolare. Quindi abbiamo cercato di raccontare le grandi contraddizioni di quell’area. La presenza di due mondi distinti, vicinissimi, ma che fra loro non dialogano. Da un lato quello che ottimisticamente chiamiamo l’élite culturale di questa città; dall’altro, un quartiere sostanzialmente povero, problematico. Un quartiere silente, che non viene (tranne rare eccezioni) raccontato. Non è infatti un caso se la dismissione di ben tre ospedali sia passata sotto silenzio, senza che un dibattito pubblico attraversasse la città. Ospedali che erano un punto di riferimento e un presidio sociale. L’assenza di tali strutture ha comportato diversi scompensi, anche economici. Osservatori attenti come il Comitato popolare Antico Corso parlano di effetto “frana”, di una zona che rischia di collassare su se stessa”. E aggiunge: “Noi crediamo che questa parte di città sia veramente un simbolo, uno dei luoghi più significativi di Catania: nel bene e nel male. Che contiene in sé grandi potenzialità inespresse. Già in passato una grande struttura come il Monastero dei Benedettini è stato restituito alla città, alla collettività. Sarebbe ora di pensare che anche le strutture ospedaliere del Santa Marta, del Vittorio Emanuele, del Santo Bambino siano dei beni comuni; che la riconversione di questi spazi deve essere, in funzione delle esigenze di chi in quei quartieri abita, al servizio della città. In tale processo coinvolgere i cittadini è essenziale”.

Tra le proposte più interessanti, c’è quella di trasformare questi grandi edifici in spazi per studenti, quindi campus universitari o simili. Ma sicuramente, mi spiega Marcello, sono davvero eterogenee le opinioni a riguardo: bambini e ragazzini, ad esempio, vorrebbero un campetto per giocare a pallone. Ciò fa anche comprendere che evidentemente gli spazi dedicati ai giovani sono pressoché inesistenti attualmente, e la cosa dovrebbe spingerci a riflettere. Aggiunge, infine, riguardo il ruolo dell’università nel quartiere: “noi crediamo che sia una presenza passiva, che può e deve fare di più. La presenza dell’Università a Piazza Dante è un fatto positivo, ma la sensazione che ci restituiscono i cittadini è quella di un processo interrotto. Hanno ragione.  Da sola l’Università non basta.”

Nonostante le idee e i diversi suggerimenti, nessuno -tra chi di dovere- ha ancora proposto concretamente un piano da mettere in atto.

Periferie nel centro é sicuramente un prodotto rivoluzionario e articolato che è stato capace di dar voce a chi, solitamente, non è mai chiamato in causa e (si spera) capace anche di smuovere qualcosa e l’animo di qualcuno. Ci auguriamo un futuro più florido e coeso, in cui le esigenze della comunità possano coincidere con le esigenze delle istituzioni (e, perché no, anche di avere un campetto per giocare a pallone).  

Mostra il tuo sostegno con un "Mi Piace"!
  •