La decadenza culturale e televisiva negli ultimi vent’anni

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“Lo strano era per me allora che non me ne fossi mai accorto prima. E se avessi fin’allora accettato tutto: semafori, veicoli, manifesti, divise, monumenti, quelle cose così staccate dal senso del mondo, come se ci fosse una necessità, una conseguenza che le legasse l’una all’altra.

Allora il riso mi morì in gola, arrossii di vergogna. Gesticolai, per richiamare l’attenzione dei passanti e – Fermatevi un momento! – gridai – c’è qualcosa che non va! Tutto è sbagliato! Facciamo cose assurde! Questa non può essere la strada giusta! Dove si va a finire?

La gente mi si fermò intorno, mi squadrava, curiosa. Io rimanevo lì in mezzo, gesticolavo, smaniavo di spiegarmi, di farli partecipi del lampo che m’aveva illuminato tutt’a un tratto: e restavo zitto. Zitto, perché nel momento in cui avevo alzato le braccia e aperto la bocca, la grande rivelazione m’era stata come ringhiottita e le parole che m’erano uscite così, per via dello slancio”

-Italo Calvino, “Il lampo” (da Prima che tu dica “pronto”)

Lo sgomento del contemporaneo, il nonsense che tanto ha preso parte negli ultimi tempi, è oggetto di riflessione in uno dei tanti scritti di Calvino. Lungimirante spaccato di una società passata che, mirabilmente, è quella che ci apprestiamo ad osservare ogni giorno, a volte prendendone le distanze, altre essendoci pienamente ma inconsapevolmente dentro, in un eterno ritorno.

Sono gli anni 2000: l’inizio di un millennio, la fine di un altro. Il passato che si fa storia, per scriverne altra. Società liquida, così definita da Bauman, e velleitaria, fallace, come appena descritta da Calvino.

Spettacolo e società da sempre sono state una il riflesso dell’altro, un rapporto speculare che tanto ha definito e influenzato l’immaginario comune: rotocalchi, informazione, reality, quiz a premi, talk-show, talent ed intrattenimento. La storia della televisione italiana ha subito trasformazioni nel tempo radicali, raccoglitore e trasmettitore di quella che dovrebbe essere la cultura di una nazione in crescita, gelosa della propria storia e latrice di nuove leve. 

Ritrovandomi adesso a scrivere quest’articolo a cui pensavo da tempo, che ho tanto fatto sedimentare in me mettendo a frutto visioni e varie suggestioni nel corso degli anni, la mia sarà un’opinione personale basata sulla mia esperienza e sul mio gusto, alla luce del grande crogiolo culturale venuto formandosi.

È domenica: finito il pranzo, ci si ritrova in famiglia davanti alla televisione.

Maurizio Costanzo e la sua “Buona Domenica” aprono le danze per quello che è stato da sempre, essendo egli un ormai famoso pioniere dei talk show con l’altro grande successo del “Maurizio Costanzo Show”, l’intrattenimento domenicale per antonomasia. Ospiti, confessioni, momenti di intrattenimento che ancora non conoscevano un termine oggi fin troppo abusato di cui non si percepisce più l’accezione negativa:“trash”. 

Ai tempi, tra un conosciuto conduttore come Claudio Lippi, un Laurenti spalla comica di un ancora giovane Bonolis, le raffinate trovate comiche di Maurizio Coruzzi al secolo “Platinette”, e le sempre riuscite imitazioni  di Emanuela Aureli, tra cui la famosa risata della Carrà, trascorreva placida la domenica nel salotto televisivo Mediaset di Costanzo.

Durante il corso della settimana, nel biscione Mediaset si spalleggiavano tra una trasmissione e l’altra nomi come Mike Bongiorno con “La ruota della fortuna” , Corrado e la sua “Corrida”, Gerry Scotti e il suo quiz a premi “Chi vuol essere milionario”, i talent di giovani scommesse dello spettacolo capitanati da Maria de Filippi, Bonolis e il suo “Ciao Darwin”, programma di intrattenimento a tutto spiano che, nonostante le dolenti noti critiche per un troppo spiccato senso dell’umorismo forse sboccato, riusciva a tenere incollato davanti allo schermo tutto un paese.

Ancora, altri personaggi noti che hanno accompagnato la routine televisiva: l’imperitura coppia di conduttori dietro al bancone di “Striscia la notizia” formata da Greggio & Iacchetti, seguiti dall’intramontabile duo di una comicità sempreverde e mai banale del calibro di Vianello e Mondaini; ancora, Cesara Buonamici ed Enrico Mentanaimpareggiabili mezzobusto per l’informazione firmata Tg5 ed una Barbara D’Urso, allora conduttrice di svariati reality, che di lì a poco avrebbe spopolato (anche fin troppo, non sempre egregiamente) con i suoi salotti pomeridiani targati Pomeriggio 5, fino ad impadronirsi del pomeridiano, preserale e serale domenicale con il suo ormai affermato fiore all’occhiello “Live- Non è la D’Urso”, talk show di cui è rimasto solo uno show, deplorevole contenitore e rifrangente di tutto ciò che il web e i luoghi più depravati della televisione possano offrire.

Avendo quindi tracciato sommariamente un breve excursus televisivo degli ultimi vent’anni, iter da cui la Rai fortunatamente si è sempre distinta per quella patina didattica e moraleggiante che ancora oggi tenta, a modo suo, di ostentare, è possibile riflettere sui lasciti avuti, sulle conseguenze forse irrecuperabili ma rintracciabili in un mondo ormai avverso al senso della civiltà e del buon gusto.

In un mondo frammentario e sulla via di una distruttiva globalizzazione e facilità di comunicazione totalizzante in cui viene meno l’utilizzo stesso della televisione continuano, fortunatamente, a nascere programmi che riescono nella loro ideazione e conduzione a costituire forme di intrattenimento educate, piacevoli e culturalmente ricche, ma non per questo tendenti ad uno spiccato perbenismo morale, nonostante il velo di “politically correct” evidenziato da questo periodo di pandemia.

È Sanremo, l’annuale kermesse musicale, presieduta per anni dall’eterno Baudo, ad essere divenuta nel tempo un simbolo di quella che dovrebbe essere l’identità culturale del nostro paese: la “selezione” di quei talenti emergenti che spiccano per personalità e inventiva nella deriva sociale in cui ci ritroviamo, accompagnati, grazie a Dio, da chi veramente ha segnato la storia della musica italiana, e continuerà a farlo, laddove regnerà il buongusto.

Alla luce di quanto detto, si giunge ad un’amara conclusione, puntellata da qualche bagliore di speranza: è vero, siamo giunti forse in un punto di non ritorno, un’inesorabile corsa verso il degrado culturale, una deriva fomentata da una continua insistenza di riproduzione ormai streaming, ma che forse può riscattarsi dal presente momento di stagnante stasi culturale grazie ad un investimento verso reali talenti emergenti.

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