La felicità condivisa: da Into the wild a Dostoevskij

3' di lettura

Se volessimo fornire una definizione di cosa sia la felicità, potremmo dire ben poco, perché la felicità cresce e muta con noi, assumendo una forma e adattandosi alle condizioni, ai bisogni di ognuno di noi. 

Nella filosofia greca, venne introdotto da Democrito il termine ataraxìa, ovvero lo stato di “imperturbabilità”. Se in un primo momento l’assenza di agitazioni potrebbe sembrare una definizione accettabile, seguendo un’analisi più attenta, potremmo comprendere che non lo è del tutto, poiché l’ataraxìa può essere vista come apatia, e sulla felicità una delle poche certezze che abbiamo è che condiziona sicuramente il nostro umore.

“La felicità è reale solo quando condivisa.”

È questa la frase conclusiva di “Into the Wild”, film diretto da Sean Penn nel 2007, basato sul libro di Jon Krakauer “Nelle terre estreme” (1996). La storia ruota attorno a Chris McCandless (aka Alexander Supertrump) il quale, stancatosi delle pressioni e costrizioni sociali a cui quotidianamente era stato sottoposto, e insoddisfatto dai piccoli piaceri effimeri che derivano dalle cose puramente materiali, decide di capovolgere la sua vita, scappare, bruciare tutto ciò che lo legava alla sua “vecchia esistenza” e cominciare una nuova vita, nutrendosi di letture e godendo della natura incontaminata ed incorrotta.

“Due anni lui gira per il mondo: niente telefono, niente piscina, niente cani e gatti, niente sigarette. Libertà estrema, un estremista, un viaggiatore esteta che ha per casa la strada. Così ora, dopo due anni di cammino arriva l’ultima e più grande avventura. L’apogeo della battaglia per uccidere il falso essere interiore, suggella vittoriosamente la rivoluzione spirituale. Per non essere più avvelenato dalla civiltà lui fugge, cammina solo sulla terra per perdersi nella natura selvaggia.”

Christopher McCandless vaga alla ricerca di ciò che i latini avrebbero definito “locus amoenus”, tenta di raggiungere la libertà e l’incontrollabile felicità che ne deriva; tuttavia, in un primo momento, Chris viaggia in solitaria, abbandonando famiglia, affetti, soldi e tutto ciò che possedeva di materiale per poter vivere essenzialmente, vagando a piedi per l’America firmandosi come Alexander Supertrump, pensando che una presunta felicità potesse risiedere nella solitudine più estrema, nel ritorno ad uno stato primordiale, quasi primitivo, dell’uomo. Il suo viaggio, che potremmo definire un viaggio spirituale, una rinascita, raggiunge il culmine con l’arrivo in Alaska dove trova “the magic bus”, un vecchio autobus che per qualche tempo diventerà la sua casa; in Alaska, cibandosi di selvaggina, di riso e di bacche, prova uno stato di autentica felicità interiore; tuttavia, comprende infine, tragicamente, che la felicità è reale solo quando condivisa.

Cosa sia la felicità, in cosa consista, è una domanda che ha tormentato chiunque almeno una volta nella vita, e la cui risposta è prettamente soggettiva. Ognuno, nel suo piccolo, cerca una risposta in ciò che conosce meglio: nello studio, nei libri, nei film… ad ogni modo, trovare una risposta che riesca a soddisfare pienamente tale domanda è alquanto difficile. Raggiungere uno stato di concreta ed autentica felicità talvolta sembra quasi impossibile, e lo si va a cercare nei luoghi più disparati ed in questo caso anche più disperati.

“Le notti bianche”, di Fёdor Dostoevskij, parla di un sognatore che passa le sue giornate ad osservare le strade di San Pietroburgo, ad interagire con i palazzi e le fontane, a cui era fortemente legato. La storia viene scandita da quattro notti: dapprima, l’uomo si sente estremamente pervaso da un senso di solitudine ed angoscia e cerca pertanto di rinvigorirsi attraverso una passeggiata, durante la quale incontra una donna, Nasten’ka, rimanendone ammaliato a prima vista; la parvenza di un imminente amore entusiasma il sognatore, il dolce ricordo del primo incontro con Nasten’ka lo porta a lasciarsi crogiolare in un comodo e caldo stato di beatitudine. Nel momento in cui la giovane ragazza scappa via, dichiarandosi innamorata di un altro uomo, il sognatore rivede la sua casa in tutta la sua tenebrosità, ma la dolcezza del ricordo di Nasten’ka lo consola donandogli quiete.

“Un intero attimo di beatitudine! È forse poco per la vita intera di un uomo?”

Dostoevskij lascia il lettore con questa domanda: un intero attimo di beatitudine è abbastanza per la vita intera di un uomo?

 Nel suo romanzo, l’autore sottolinea l’importanza della qualità e non della quantità di felicità, perché uno stato di pura, sincera felicità, nonostante possa essere breve, potrà per sempre riscaldare il cuore di un uomo.

 Nonostante il sognatore abbia vissuto una vita intera all’insegna della solitudine e della tristezza, porterà sempre con sé il ricordo felice delle passeggiate e delle chiacchierate con Nasten’ka; l’ebbrezza di un amore, anche se mancato. Un tipo di felicità breve ed intensa derivante dal rapporto con un’altra persona, che alla fine è anche ciò che mantiene in vita: poter condividere, riuscire a scontrarsi e a trovarsi con altre persone, in modo tale da non morire moralmente di solitudine.

Potremmo essere pervasi dalla paura di non riuscire a provare un sentimento autentico che possa donare equilibrio alla nostra vita quotidiana, pensando di essere condannati ad una tetra esistenza; nonostante non si possa fornire un’esatta definizione di cosa sia la felicità, una cosa è certa: la felicità deriva anche dai rapporti con gli altri. Bisogna dunque provare ad allontanare la solitudine e tentare di comprendere che l’amore, l’amicizia, la famiglia siano la linfa capace di alimentare un caldo stato di beatitudine, così come ci hanno suggerito Alexander Supertrump ed il nostro sognatore

Mostra il tuo sostegno con un "Mi Piace"!
  •