I 108 giorni dei pescatori di Mazara del Vallo

La liberazione e le polemiche all’interno di equilibri ben più fragili

3' di lettura

La lieta notizia del tanto sperato rientro a Mazara del Vallo dei 18 pescatori prigionieri a Bengasi (Libia) è finalmente arrivata. Negli ultimi giorni, TV e giornali hanno dedicato ampio spazio alla felice conclusione di una vicenda che per 108 giorni, quelli di prigionia, ha tenuto con il fiato sospeso l’Italia e ancor più le famiglie delle vittime che, nella speranza di ottenere dal Governo risposte concrete per rivedere i propri cari, hanno dato inizio a una serie di proteste nella città di Roma.

La gestione della vicenda da parte del Governo italiano non è però stata dispensata dalle critiche: un posto d’onore nella rete di polemiche è sicuramente riservato alla “passerella” del Ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, e del Premier Giuseppe Conte: questi, infatti, si sono recati a Bengasi, dove hanno incontrato il generale libico Haftar. Ciò che ha destato parecchio fastidio e ha infuocato il già ardente calderone della diatriba, è stato senz’altro il significato attribuito alla visita di Di Maio e Conte a Bengasi con tanto, poi, di foto sui social postata dal Premier che ritrae i pescatori ormai liberi: quasi un tentativo di attribuirsi “illegittimamente” dei meriti, da riconoscere, invece, ai diplomatici italiani e al lungo lavoro che ha permesso di concludere le trattative e riportare a casa i pescatori.

Ma prima di lasciarci andare a polemiche e provocazioni in merito, occorre fare un passo indietro: analizzare le cause dell’accaduto e interrogarci sul reale significato della “passerella” a opera dei due politici italiani, significato forse diverso da quello che è stato dato in questi giorni.

IL CASO:

Il primo settembre scorso, 18 pescatori tra cui italiani e tunisini, sono stati resi prigionieri per 108 giorni nelle carceri di Bengasi, con l’accusa di “aver violato le acque territoriali libiche e più specificatamente, aver esercitato attività di pesca all’interno della Zona Economica Esclusiva libica”. 

La Libia ha, infatti, sulla base della convenzione stipulata con la Turchia nel 2009, convertito la propria “Zona di Protezione di Pesca” nella “Zona Economica Esclusiva”: ciò deriva dall’esigenza, come già avvertito anche da altri paesi del Mar Mediterraneo, di preservare in modo più determinante le proprie risorse ittiche e non, estendendo il proprio potere di controllo su dette risorse. 

In riferimento a ciò, lo scorso 5 novembre, in Italia, è stata approvata dalla Camera una proposta di legge riguardante “l’istituzione di una Zona Economica Esclusiva oltre il limite esterno del mare territoriale”, trasformando così la “Zona di Protezione Ecologica italiana” in una ZEE.

Per comprendere in modo più chiaro l’accusa che ha visto protagonisti i pescatori di Mazara del Vallo, è necessario tenere a mente che, all’interno della ZEE: “Lo stato costiero beneficia di diritti sovrani ai fini di esplorazione, sfruttamento, conservazione e gestione delle risorse naturali biologiche e non biologiche che si trovano nelle acque soprastanti il fondo del mare, sul fondo del mare e nel relativo sottosuolo, anche ai fini di altre attività connesse con l’esplorazione e lo sfruttamento economico della zona” (Convenzione di Montego Bay, art.56, lettera a), combinato con: “Lo stato costiero determina la propria potenzialità di sfruttamento delle risorse biologiche della ZEE. Quando lo stato costiero non possiede i mezzi per pescare l’intera quota consentita, esso deve, attraverso accordi o altre intese conforme ai termini […] concedere ad altri stati l’accesso all’eccedenza della quota consentita” (Convenzione di Montego Bay, art.62, par.2). 

È chiaro allora che il diritto di pesca è esercitato in modo esclusivo dallo stato costiero all’interno della sua ZEE e che relative eccezioni che permettano anche a stati terzi di pescare all’interno di essa, sono regolate solo ed esclusivamente ai sensi dell’art.62, par.2, sopra citato.

Fatte queste premesse, è necessario ricordare, però, che l’accusa mossa ai pescatori di Mazara del Vallo si inserisce in un quadro molto più ampio, politicizzato e complesso: lo dimostrano le difficoltà che i diplomatici italiani hanno dovuto affrontare per concludere le trattative e rendere libere le vittime. Si hanno sul piatto questioni che si intrecciano e si attorcigliano intorno all’accusa principale. “I libici avrebbero chiesto uno scambio di prigionieri in cambio della libertà dei pescatori: avrebbero chiesto l’estradizione dei quattro calciatori-scafisti condannati in Italia con l’accusa di aver fatto parte del gruppo di scafisti responsabili della cosiddetta Strage di Ferragosto del 2015, nella quale morirono 49 migranti”, riferisce il Riformista. (Per saperne di più sulla Strage di Ferragosto: https://palermo.repubblica.it/cronaca/2015/08/17/news/migranti_a_catania_lo_sbarco_di_vittime_e_superstiti-121093565//). 

Non facili le trattative, intricate e complesse, considerando anche che, come scrive Claudia Fusani del Riformista, si tratta di un sequestro “politico” ben diverso da quelli avvenuti negli altri anni ad opera delle forze libiche: “Soldi, visibilità e riconoscimenti all’autorità di turno sono stati la moneta del riscatto”. 

Il generale Haftar sta, infatti, conducendo una battaglia per il controllo della Libia e di gran parte dell’Africa del Nord con l’appoggio di alcune grandi potenze. Fusani parla di una “pretesa di un gesto politico esplicito, necessario alla liberazione dei pescatori, da parte del Governo italiano, come la presenza di Conte e di Di Maio”, adducendo un chiaro riferimento alla “passerella” politica dei due esponenti italiani a Bengasi.

Polemiche a parte, resta il fatto che lo scenario prefigurato durante i tre mesi appena trascorsi è quello di equilibri molto fragili, complessi e ben lontani dall’essere interpretati con facilità.

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Carla Marino

Sono una studentessa universitaria di 20 anni. Sono di Catania e frequento il primo anno di Scienze Politiche indirizzo " Storia,Politica e Relazioni Internazionali". Mi interessano i grandi temi d'attualità e faccio parte della ONLUS "Comunità di Sant'Egidio".