Postmodernismo: la società del domani

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“Ignoro il significato preciso di “alienazione”. Certo non “sento gli altri come nemici”; e sono (eccetto nelle crisi depressive) sin troppo comunicativo. Se nei rapporti con la gente non vado molto oltre, è che prevedo, temo la delusione. In questo borgo dove vivo dal ’51, conosco tutti, m’interesso ai casi di tutti, e tutti, pare, mi vogliono bene; non approfondisco però, lascio che i rapporti rimangano superficiali, di convivenza, perché l’esperienza m’insegna che è saggio fermarsi all’apparenza, accontentarsene.”

-Risposta di Camillo Sbarbaro durante l’intervista del giornalista Ferdinando Camon

(tratta da: “Il mestiere di poeta”, Garzanti,1982)

È con le puntuali parole di Sbarbaro che si apre il presente articolo: attente, pertinenti, anacronisticamente profetiche se considerato il notevole arco di tempo trascorso.

Descrizione precipua e dai tratti impressionistici, quasi una presa diretta e simultanea di quella che non è solo la cittadina ligure del ’51 del poeta: ad una più attenta lettura, diventa la nostra città, il nostro mondo, immerso in un millennio che stenta di emergere, sommerso da un manto di omologante globalizzazione.

Internet ormai è diventato involontariamente compagno delle nostre giornate, una presenza in absentia, quasi un’incombenza con cui prima o poi bisogna fare i conti, la cui utilità multisettoriale prevarica anche laddove è necessario e imprescindibile il rapporto umano; la realtà de visu e non da dietro uno schermo, come recentemente si è avuto modo di sperimentare causa il periodo di pandemia che stiamo vivendo.

Città in continua trasformazione quelle del già inoltrato 2000:  vie illuminate h24, slogan che decantano le offerte più ghiotte per una vastità smisurata di prodotti in linea di massima fruibilità, immediatezza di servizi a distanza, immaginazione senza confini e parole in libertà.

E l’uomo? Che ne è rimasto di quel meraviglioso essere abitante del “migliore dei mondi possibili”?

L’ologramma di sé, il residuo ultimo della propria immagine, una flebile impronta nel magmatico via via dell’odierna società. “Ecce homo”, quello del secolo ventuno, cosmopolita e apolide, abitante di città e al tempo stesso privo di patria, protagonista di una storia in cui il futuro vorrebbe affermarsi come segno di apertura che vanta una costante avanguardia, proiettata verso ciò di cui si vedono sfumati contorni e, per questo, emergono “eroi” che si vantano d’esser profeti di un futuro che continuamente sfugge.

“Nihil novum sub sole”: niente di nuovo sotto il sole, la storia procede da se e per sé , seguendo quelle che sono le direttive di un fato più grande, di un ricongiungimento di fini a noi estranei e per questo di interpretazioni e congetture spesso e volentieri millantate, sinonimo di una padronanza nulla dell’ignoto.

Relazioni. Anche loro, soggette allo sfaldamento, alla disgregazione in particelle telematiche che volano sulle nostre teste, frutto di ciò che viene chiamato “progresso”: quale? Un’evoluzione certo scientifica, ma che incontra la propria nemesi, il proprio contrappasso, nella sempre più presente e palpabile regressione evoluzionistica, un andare indietro morale ed etico nonostante le “magnifiche sorti e progressive” del “secol superbo e sciocco” già mirabilmente descritte da Leopardi nel suo tempo, adesso profeticamente vere perché in via di divenire.

La digitalizzazione: la “piaga” del ventunesimo secolo, mascherata da progresso, contribuisce a questo stato di cose deplorevole che lasciano poco spazio, si spera non fino alla sua estinzione, alla creatività e alle interazioni umane, quelle senza schermi. Exploit tecnologico, un sovraccarico, un eccesso disperato di disposizione informatica che nel 2020 è stata croce e delizia, sostegno e frustrazione in molti settori, lavoro, scuola, università, cinema, teatro, in tutte quelle forme propriamente umane veicolate da gesti e sguardi. La relazione e la comunicazione de visu hanno conosciuto e forse avuto solo un assaggio, un presagio della catastrofe futura che accadrà semmai l’uomo farà vincere questo fantomatico progresso alimentato dalla sua smania di potere e di controllo invasivo su ciò che gli è sempre sfuggito: la vita, nel suo imprevedibile caos.

Ci sarà davvero una tale involuzione umana di propaggini disastrose? Quale la cura?

Ancora una volta, potrebbe essere il voltarsi indietro, il ritorno, però non più visto come sinonimo di regresso: il “nostos” odisseico, un ritorno alle origini che al contempo ci prometta speranza per il futuro, un rifugio sicuro in quelli che sono gli affetti di sempre, i sorrisi suscitati da una vera conversazione, quella de visu, che non lasci il via libera ad una totale digitalizzazione emotiva.

«Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi», scriveva Tomasi di Lampedusa nel suo “Il Gattopardo”.

Sarà davvero così?

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