La sinistra (si) perde sposando i suoi mostri, la destra li crea

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Come si è arrivati all’anno zero della politica.

“¡A dormir! ¡A callar!
Mira, que viene el Coco
y te va a llevar.”

Recita così una filastrocca tradizionale castigliana riprendendo il mito del Coco, da secoli usato dalle mamás di cultura ispanica per spaventare i figli e disciplinarli con la minaccia del mostro che rapisce i bambini disubbidienti.
Quando nel 1799 Francisco Goya realizza i suoi Caprichos (una serie di 80 “piccate” incisioni), da buon spagnolo non può non confrontarsi con il Coco; il pittore lo raffigura di spalle e non riusciamo a vederne l’aspetto, ma le reazioni alla sua vista sono stranamente opposte: i bambini scappano via, terrorizzati dalle storie raccontate dalla madre che, al contrario loro, freme di eccitazione alla sua vista.

Il messaggio sibillino di questa incisione venne abilmente decifrato già da un suo contemporaneo, che raccolse le sue impressioni in un manoscritto oggi conservato alla Biblioteca Nacional di Madrid: “Le madri sciocche fanno paura ai bambini minacciando l’arrivo del Coco; e altre ancor peggiori usano questo stratagemma per stare da soli con i loro amanti quando non possono allontanare i loro figli.” 
Quando Goya realizzò i Caprichos si pose come fine di “picconare” cossighianamente la classe dirigente spagnola del tempo giudicata arrivista ed ignorante, creando notevole scandalo perché mai un artista così celebre aveva messo a disposizione la sua arte per contestare apertamente il potere. Come ogni grande artista, la forza del suo messaggio ha attraversato i secoli per giungere fino a noi, quasi a dimostrare che, per quanto gli anni e le forme di governo possano cambiare, nulla cambierà mai la natura umana.
Ed ecco allora emergere dall’odierna classe dirigente italiana il Coco Matteo Salvini, esposto per anni come male di tutti i mali dal centrosinistra che, come la madre nell’incisione di Goya, lo strumentalizza per fidelizzare l’elettorato con la paura sbandierando un “antileghismo” quasi simbolico che tenta maldestramente di nascondere la sua (troppa) vicinanza alla Legae, più in generale, alla destra.
E pur di arginare il mostro si creano alleanze, fino a due anni fa da fantapolitica, tra due partiti (PD e M5S) che dopo anni di insulti reciproci si sono ritrovati a condividere un governo altrettanto instabile e diviso, pieno di insanabili diversità e continui compromessi che ci hanno portato alla crisi odierna. Eppure, nonostante tutto, continuano a presentarsi come una sola coalizione pronta ad affrontare le prossime elezioni sotto l’egida dell’ex premier, garanzia di ottenere ulteriore fiducia dalle urne; riemerge così il messaggio di un altro Capricho di Goya in cui “Due giovani (sposati forzatamente) tentano invano di sciogliersi: vengono dati più nodi“; due sposi costretti a restare insieme per non cedere il governo alla destra. 

Due sposi ormai disposti a governare anche con il grande nemico di un tempo Silvio Berlusconi, nelle ultime settimane oggetto del desiderio dei giallorossi e che adesso, da ipotetica stampella “responsabile” del mai nato Conte-ter, è pronto a salire ancora una volta all’apice della politica italiana col suo uomo forte nella stagione delle privatizzazioni, stagione controversissima a cui hanno partecipato egualmente governi di entrambi gli schieramenti (basti pensare alle lenzuolate liberiste di Bersani o al “Pacchetto Treu” di Prodi).
Non è la prima volta, si diceva, che la sinistra si pone con accondiscendenza nei confronti del Coco di turno della politica italiana: dal “Patto della Crostata” di D’Alema al “Patto del Nazareno” di Renzi, il partito che da anni si pone come sua alternativa è caduto in un baratro di progressivo “crollo a destra” che è la reale causa dell’impoverimento elettorale di un’ala politica fino a trent’anni fa dominante e che oggi contiene a fatica l’avanzare del duo Meloni/Salvini.
Emblematica in tal senso la riforma del Titolo V della Costituzione realizzata nel 2001 dall’Ulivo seguendo il vento secessionista portato a Roma dalla Lega di Bossi, una legge criticata sin dall’origine per il netto ribaltamento dell’assetto costituzionale verso il federalismo (realizzato, ripeto, dall’Ulivo), ma che solo dopo le follie a cui abbiamo assistito nelle relazioni Stato-Regioni durante la gestione della pandemia è stata rimessa in discussione dagli stessi che l’hanno approvato (qualcuno dirà “era ora”).
Il difensivismo dietro l’idea del “fronte contro la barbarie” si rivela inoltre politicamente fallimentare a causa della sua enorme eterogeneità, e lo rende disposto ad accettare supinamente un governo attribuito ad una figura di indiscutibile statura, ma con evidenti affinità col liberismo berlusconiano che mal si presta ad un’interpretazione “di sinistra” dell’Italia che sarà.
Si dirà che i partiti, dando la fiducia a Draghi, avranno la possibilità di far valere le proprie istanze nell’elaborazione del Recovery Plan “correggendone il tiro” secondo la propria sensibilità, ma la realtà è che gli equilibri tra partiti e premier designato si sono ribaltati dopo il discorso del Capo dello Stato di martedì, in cui parlando della necessità di ricorrere ad un governo “di alto profilo che non debba identificarsi con alcuna formula politica” ha (giustamente) umiliato e delegittimato l’intero arco parlamentare che nella stesura del progetto da presentare a Bruxelles non è stato capace di prendere decisioni concrete, tergiversando in uno squallido teatrino di ambizioni personali, e che adesso partecipa alle consultazioni con un potere di trattativa nullo. 
L’Italia si presenta al più grande piano d’investimenti della sua storia con la legittimazione parlamentare e partitica ridotta al minimo storico, che ha messo in secondo piano la dialettica politica (considerata ormai un’inutile perdita di tempo se non, addirittura, dannosa) e delegato ogni responsabilità ad una sorta di supermanager tecnico incaricato di gestire il paese come se fosse un’impresa, a conclusione della maniacale ricerca di un capo autorevole in piena linea con l’attuale concezione paternalistica del potere, in cui il pluralismo lascia spazio al “deus ex machina”. 
Un uomo che da solo dovrà dare un indirizzo alle riforme che oggi si reclamano a gran voce (giustizia, fiscalità, pubblica amministrazione, infrastrutture) prendendo necessariamente una posizione che andrà a scontentare alcuni ed accontentare altri, scelte squisitamente politiche, in barba ad ogni millantato tecnicismo nella pratica inesistente se bisogna prendere decisioni per il futuro di 60 milioni di persone.
Una nazione ridotta a società per azioni dunque, in cui gli azionisti nominano l’amministratore e si tengono ben lontani dalla gestione: il mercato, che da modello economico si è oggi trasformato in un pessimo modello sociale, ha ricostruito a sua immagine perfino la concezione dello Stato.

E se la destra ha trovato la sua compattezza nell’alimentazione dell’odio sociale proponendosi come alternativa allo stato delle cose (e continua ad aumentare i consensi nell’opposizione ad ogni compromesso), la sinistra ha invece perso la propria dietro una valanga di “Sì”, e pur di governare è scesa a compromessi praticamente con chiunque le permettesse di avere i numeri per stare in maggioranza: Alfano, Di Maio e adesso addirittura Berlusconi.
“Sì ma senza Salvini”, si dice in ambiente dem come se i partiti avessero la forza di porre veti sul nuovo esecutivo dopo il commissariamento di Mattarella, proprio come neanche due anni fa si diceva “sì al M5S ma senza Conte”. Un veto simbolico posto,mentre Giorgetti spinge la Lega verso il sodalizio con l’ex governatore BCE, per salvare quantomeno le apparenze nei confronti dell’elettorato che di fronte al Coco Salvini si comporta proprio come i bambini nel Capricho di Goya, ignorando l’affinità (un esempio su tutti le posizioni identiche di Lega e PD sulla TAV e sulle politiche di predazione ambientale) che li potrebbe spingere volenti o nolenti dentro la stessa maggioranza.
Governare ad ogni costo si è detto, ma a quale scopo? Con quali prospettive?
Ecco il punto: la sinistra perde consensi perché da anni governa in difesa di uno stato delle cose ormai palesemente insostenibile che la pandemia ha mostrato in tutte le sue incoerenze; gioca in difesa perché non offre alternative al totalitarismo del mercato, proprio l’ala che per definizione contesta il presente per cambiare il futuro. Un esempio: negli anni ’50 i sindaci di centrosinistra requisivano gli stabili per garantire il diritto fondamentale all’abitazione, piegando il diritto di proprietà al “fine sociale” di cui parla la stessa Costituzione (art.42), oggi i sindaci dello stesso colore si fanno fotografare alla guida di una ruspa durante gli sgomberi: l’articolo 42 stesso è stato ribaltato.
Le peggiori alternative sono state invece lasciate all’estrema destra che, grazie all’abbandono delle politiche di welfare difeso dalla sinistra “yes man”, ha sempre più poveri delusi da fomentare con parole d’odio verso chi è più povero di loro (i migranti ad esempio), proprio mentre il conflitto di classe è stato con ipocrisia marchiato, proprio da chi trovava la sua ragion d’essere nel portarlo avanti, come divisivo.
Occorre invece riproporre nel dibattito pubblico una coscienza di classe per combattere la povertà ed abbattere l’illusione di una presunta uguaglianza creata ad arte per evitare prese di coscienza, non per fomentare odio ma per rendere i cittadini consapevoli che i ricchi (sempre meno e sempre più ricchi) non hanno bisogno dello Stato e spingono per demolirlo, mentre i poveri (sempre di più con l’impoverimento del ceto medio) ne hanno bisogno per elevarsi secondo i principi di uguaglianza sostanziale della Costituzione. Da qui dunque occorre partire per la costruzione dei presupposti culturali e sociali che permettano ad un’autentica sinistra di riproporsi in un partito capace di rappresentare qualcosa di reale nelle camere, un’identità forte che spazzi via la paura di smarrirsi all’opposizione che attanaglia oggi lo schieramento.
Il fallimento dei partiti ha origine nella loro trasformazione in vuote strutture di potere al servizio di uomini entrati in politica per accumulare prestigio, quando l’incarico istituzionale dovrebbe essere solamente un “posto di responsabilità e di lotta”, per dirla alla maniera di un grande socialista e partigiano come Emilio Lussu. Riprendere le redini del futuro, ricreare le basi sociali e culturali per l’esistenza stessa dei gruppi parlamentari (piegati recentemente in maniera imbarazzante in nome della “responsabilità” al mantenimento della legislatura), chiudere i conti con un passato fatto solo di consenso accumulato con la minaccia di Cocos con cui poi convolare a nozze e rimettere al centro la forza contestatrice della Costituzione che esaltava Calamandrei all’indomani della sua promulgazione. La credibilità dell’intero sistema politico (e della sinistra in particolare) riparta da qui per evitare altre figuracce, o presto sarà barbarie.

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Davide Scalia

Nato a Catania nel non ancora troppo lontano 1998.
Nel 2016, conseguita la maturità classica presso il "Gulli e Pennisi" di Acireale, ho pensato bene di iscrivermi a giurisprudenza.
Credo nel valore civico di una cultura non elitaria, accessibile a tutti e slegata da logiche di mercato, oltre che nella "Buona Novella".
Dico cose di sinistra ma spesso mi danno del fascista, a quanto pare sono bipartisan.