Una “Grande Muraglia” per sfruttare l’Africa a km0, l’ipocrisia della Green Economy

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Se l’Africa risulta spesso la cassa di risonanza dei problemi dell’intero pianeta, è impossibile trovare un’eccezione in quella che è la più spinosa questione degli ultimi trent’anni, quantomeno perché ad essere in discussione è la sopravvivenza di un intero pianeta con “abitanti” annessi.

Una biblioteca non basterebbe ad affrontare compiutamente la crisi ambientale ed il rischio di approssimazione è sempre dietro l’angolo, ma osservare la prospettiva da cui viene posto il dibattito in corso diventa necessario per mettere in discussione quell’idea di progresso che, senza voci discordanti, si propone inutilmente come soluzione ormai da troppo tempo, e di cui il mastodontico progetto di riforestazione chiamato “Grande Muraglia Verde Africana”rappresenta una delle più condivise applicazioni.

Usando una metafora suggestiva, questa “Grande Muraglia” si propone come un fronte di 8mila km che dovrebbe attraversare l’Africa subsahariana dall’Atlantico all’Oceano Indiano per assorbire 250 tonnellate di CO2 atmosferica e porre un freno all’avanzata del deserto causata da siccità, sovrasfruttamento agricolo e riscaldamento globale in paesi altamente popolati come Senegal e Nigeria.

The Great Green Wall, realizzato da John Kappler, National Geographic

Un progetto di cui si parla dal 2005 in ogni summit ambientale, e che proprio lo scorso 11 gennaio è stato al centro del dibattito in seno al One Planet Summit for Biodiversity organizzato in cooperazione con Nazioni Unite e Banca Mondiale dal presidente francese Macron, che ha promesso “investimenti” francesi per oltre 14 miliardi di euro entro il 2030, mentre la grande finanza mondiale, si dice, guarda al “Capitale Naturale” come un “grande investimento” capace di generare complessivamente, secondo le sue stime, 10mila miliardi di dollari (!) e 400 milioni di lavoratori “green” in tutto il mondo, oltre ai 10 milioni di posti di lavoro agricoli promessi alle poverissime comunità subsahariane che costituiscono la componente maggiore dei disperati che approdano sulle coste europee.

Essenziali, in oltre 3 ore di conferenza, le contestazioni del presidente dell’Unione Africana, che lamenta eccessivi ritardi nella sua realizzazione: degli oltre 100 milioni di ettari da piantumare tra Benin e Gibuti, infatti, solo 4 sono stati completati. Troppo pochi, vista la velocità con cui avanza il deserto (2km l’anno) ed i disastri annessi in termini di lavoro e prospettive di vita per chi abita queste regioni.

Perché questo ritardo, vista la centralità del progetto nella sopravvivenza del pianeta?

Anche in questo caso occorre partire dal vocabolario utilizzato, sottovalutato nell’analisi politica attuale ma spesso dirimente nello “scoprire le carte” di chi bluffa.

Si diceva: la Grande Muraglia è vista dalla finanza mondiale come un “grande investimento”, e parla di ambiente come “Capitale Naturale”.

Per definizione, un buon “investimento” deve generare profitti, mentre per “Beni Capitali” si intendono i “beni impiegati in atti di produzione, da cui si attende la reintegrazione del valore investito con un profitto” [Treccani].

Insomma, gli stessi che per decenni hanno inquinato senza remore il pianeta (col 70% dell’inquinamento mondiale prodotto da 100 multinazionali e relativi finanziatori) oggi hanno trovato il modo di far profitto anche sulla sua pulizia, svestendo gli scomodi panni degli sfruttatori per indossare quelli ben più politicamente corretti dei “salvatori della biodiversità” da loro stessi minacciata.

Se poi accostiamo questa visione distorta dell’ambiente con il modello attuale di capitalismo “mordi e fuggi”, che non guarda più ad investimenti a lungo termine con la costruzione di qualcosa di duraturo (un’impresa) ma ad effimere speculazioni di borsa capaci di produrre enormi guadagni in tempi brevissimi e senza fatica, ecco creata la tempesta perfetta.

La “Grande Muraglia” è difficile da realizzare, porterà profitti nel lunghissimo termine e dunque non sta nelle priorità degli investitori che la guardano solamente come una delle tante fonti di guadagno, non una questione vitale per il futuro di milioni di persone. I tempi non sono quelli impellenti della sopravvivenza, ma quelli dilatati del mercato.

Occorre poi riflettere rapidamente sulle reali finalità politiche ed economiche di questo progetto multimiliardario, nascoste dietro la favola della “green economy”.

Diverse sono le forze impegnate in prima linea.

Innanzitutto la Cina, già da anni penetrata a fondo nel continente con investimenti strutturali che hanno reso il debito pubblico dei paesi africani dipendente al 20% solo da Pechino. Il gigante asiatico si espande pericolosamente in Africa alla ricerca di un mercato di sfogo della sua produzione ma soprattutto perché, col 90% delle proprie terre incoltivabili, è intenzionato a mettere le mani sui suoi sconfinati terreni per saziare il suo miliardo e mezzo di abitanti.

L’Unione Europea (con la Francia in testa) oltre alla ricerca continua di prodotti agricoli a basso costo ed alla creazione di un ulteriore mercato di sfogo, ha anche un interesse “indiretto” a frenare l’immigrazione da questi paesi che sta mettendo a dura prova la resistenza del suo tessuto sociale, oltre al consenso elettorale delle attuali maggioranze di governo messe alle strette dall’avanzare dell’estrema destra, che dal conflitto tra disperati trae la propria forza.

Senza dimenticare l’interesse degli investitori privati ad impossessarsi delle terre salvate dal deserto per foraggiare le proprie tasche impiantandovi colture da offrire al consumo sfrenato dei più ricchi mercati, proprio mentre diventa sempre più difficile ottenere manodopera al ribasso in giro per il mondo; basti pensare alle proteste di questi mesi dei contadini in India, guidate da un Partito Comunista che non è ancora considerato un polveroso passato da celebrare ma un palpitante presente in ascesa.

E se le terre africane sono viste come fonte di merci, inevitabilmente anche i 10 milioni di braccianti che le lavoreranno verranno trattati come merci da consumare, senza diritti e pagati quanto basta per impedire loro di giungere alla disperazione che oggi li spinge ad attraversare il Mediterraneo disturbando le politiche di potere dei governi costretti ad occuparsene con lo stesso fastidio profondo che si prova nel dover continuamente riparare un vecchio elettrodomestico. In pratica, dalla povertà assoluta passeranno ad una nuova servitù della gleba: a qualcuno sembrerà pur sempre un miglioramento (!).

Pensare che gli stessi che per decenni hanno inquinato (e che continuano a farlo delocalizzando nei paesi con meno restrizioni in emissioni e smaltimento, distruggendo le piccole imprese europee impossibilitate strutturalmente a delocalizzare) abbiano realmente a cuore le problematiche ambientali significa continuare a prendersi in giro dopo decenni passati dietro l’ossimoro dello “sviluppo sostenibile”, il passepartout per ogni buona pratica di green washing di un’economia ingiusta che voglia continuare la sua attività predatoria mantenendo un’immagine mediaticamente pulita. Un mantra di crescita illimitata di produzione e consumi a fronte di un pianeta limitato, che invece di meditare un realmente decisivo cambio di mentalità che eviti la produzione dei danni ambientali pensa ai palliativi per attenuarne le conseguenze (come l’obolo da 100 milioni del “filantropo” Elon Musk da investire in ricerca per l’assorbimento di carbonio, milioni guadagnati proprio con l’emissione di quel carbonio).

Dove sarebbe dunque la novità rispetto al passato? 

Dove sarebbe quel cambio di rotta millantato se si continua a parlare di crisi ambientale con le stesse categorie di pensiero che l’hanno creata guardando alla questione ambientale senza considerare il suo strettissimo legame con la giustizia sociale?

Si finge allora di non ricordare che una “via africana” alla giustizia ambientale e sociale esiste già dagli anni ’80 grazie a Thomas Sankara, il “Che Guevara africano”, che fu presidente del Burkina Faso.

Sankara, oltre dieci anni prima del protocollo di Kyoto (1997), mentre il resto del mondo si divertiva a distruggere ecosistemi, comprese che il suo paese (uno dei più poveri al mondo) avrebbe raggiunto l’emancipazione solo attraverso la sostenibilità ambientale.

Non basterebbe un libro a descrivere le grandi conquiste raggiunte dal Burkina Faso in soli 4 anni di governo: fu il primo leader africano a lanciare una massiccia campagna di prevenzione contro l’AIDS, a vietare l’infibulazione genitale, ad introdurre massicciamente le donne nella classe dirigente incitandole ad “opporsi al maschilismo”, e riuscì a garantire vaccinazioni a 2.5 milioni di bambini oltre ad assistenza sanitaria minima in ogni villaggio.

Ciò che però realmente conta per il nostro tema sono le politiche ambientali, in cui la sua portata rivoluzionaria si fece ancor più radicale.

Innanzitutto portò avanti politiche di redistribuzione delle terre ai piccoli contadini, da coltivare per il loro sostentamento e sottratte così alle monocolture intensive che depauperavano irreversibilmente il terreno favorendo l’avanzata del deserto.

Proprio la desertificazione (che all’epoca era stimata in 7km l’anno) fu un’enorme sfida per la sopravvivenza del paese. Sankara le dichiarò guerra con più misure coordinate, dall’introduzione di una rigida politica di regolazione al taglio degli alberi alla promozione di una campagna sistematica e massiccia di piantumazione di alberi in ogni angolo del paese.

In quattro anni si stima che ne siano stati piantati circa 10 milioni, l’iniziativa venne resa dal governo una vera e propria cerimonia pubblica che accompagnava ogni evento nazionale e locale, dalle feste del raccolto all’apertura dell’anno scolastico (proprio in questi anni aprirono su tutto il territorio burkinabé 334 nuove scuole), sensibilizzando la popolazione alla loro necessità per la salute del paese.

Sankara cercò (inascoltato ed isolato) anche di convincere gli altri leader subsahariani a fare lo stesso, convinto com’era della necessità di realizzare una muraglia verde per fermare il deserto ed evitare il collasso di quelle comunità. Si ricordi, siamo a metà degli anni ’80.

A condannarlo a morte fu la sua fermezza nella lotta al neocolonialismo e la sua convinzione che l’Africa si sarebbe salvata solo riprendendo in mano la propria indipendenza economica, tant’è che fu contrario alla concessione occidentale degli aiuti di stato come “panacea di tutti i mali”, aprendo solamente a quell’ “aiuto che aiuta a superare la necessità di altri aiuti”, altrimenti foriero solamente di ulteriore schiavitù.

In diversi suoi discorsi all’ONU e all’Unione Africana esortò gli altri leader africani ad opporsi alla restituzione dell’esorbitante debito estero di epoca coloniale che opprimeva i paesi africani impedendo loro ogni crescita interna, oltre che a sviluppare in maniera autosufficiente i loro paesi liberandosi dalle importazioni forzate imposte dall’Occidente.

Tenne l’ultimo celebre discorso all’ONU sulla cancellazione del debito il 29 luglio 1987, neanche tre mesi prima del suo assassinio del 15 ottobre durante un colpo di stato ordito da Francia e Stati Uniti, che più volte lo avevano minacciato tramite ambasciate nei suoi anni al potere. Tutte le sue politiche furono cancellate dal nuovo presidente Compaoré, ed il Burkina Faso precipitò nuovamente nel baratro della povertà più nera.

Sankara parlava già di Muro Verde a metà degli anni 80, ma non venne ascoltato; tuttavia oggi gli stessi che l’hanno ucciso (Francia di Mitterrand in testa) si pongono come salvatori del pianeta proponendo la sua stessa idea con tanto, forse troppo, ritardo: se non ci fosse in gioco il nostro futuro verrebbe quasi da ridere.

Tuttavia l’idea è uguale solo apparentemente, perché ciò che proponeva Sankara era un totale ribaltamento della logica dominante.

I paesi africani soffrono di grandi carenze di cibo derivanti dal modello monocolturale colonialista che li ha resi ostaggio delle importazioni e sensibili alle variazioni dei prezzi delle poche materie prime esportate.

Una soluzione realmente efficace sarebbe quella di concedere le terre strappate al deserto all’utilizzo esclusivo dei lavoratori delle comunità locali, liberi di coltivare ciò di cui hanno bisogno per evitare i disastri alimentari che caratterizzano paradossalmente una delle terre più ricche del pianeta. Coltivare per il fabbisogno esclusivo di chi quella terra la lavora, non per soddisfare la domanda di consumo globale strutturalmente incompatibile con le esigenze dei locali.

Una soluzione davvero sostenibile, che non si fonda sul consumo ma solo sulla necessità, e che dunque evita ogni spreco o sovrasfruttamento dei terreni, risolve il problema dell’approvvigionamento delle comunità e soprattutto dona loro dignità ed autentica emancipazione dall’estero.

Soluzione sostenibile sì ma non profittevole per i magnati finanziatori della Grande Muraglia, a fronte degli enormi guadagni preannunciati che lasciano dunque ben intendere che la strada percorsa non sarà affatto quella tracciata da chi è stato da loro stessi ucciso.

Urge allora un cambiamento di mentalità, riprendere familiarità con la forza contestatrice, ed è essenziale farlo smettendo di assecondare acriticamente la green economy, gettando via la maschera dello sviluppo sostenibile e proponendo una reale sostenibilità lontana da questa concezione ormai palesemente incompatibile con il futuro.

Ben venga la Grande Muraglia subsahariana dunque, ma senza questo ribaltamento logico il problema del deserto verrà solamente rinviato di qualche decennio, quando l’agricoltura intensiva impoverirà nuovamente le terre a danno dei locali.

Perché non esiste giustizia ambientale senza giustizia sociale, ed in Africa ciò si declina come riappropriazione delle terre, sovranità sul proprio futuro e sulle proprie risorse, come emancipazione dallo sfruttamento straniero; per disimparare lo sviluppo ad ogni costo e diventare, come diceva Sankara ai suoi burkinabè, “dignitosamente poveri”.

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Davide Scalia

Nato a Catania nel non ancora troppo lontano 1998.
Nel 2016, conseguita la maturità classica presso il "Gulli e Pennisi" di Acireale, ho pensato bene di iscrivermi a giurisprudenza.
Credo nel valore civico di una cultura non elitaria, accessibile a tutti e slegata da logiche di mercato, oltre che nella "Buona Novella".
Dico cose di sinistra ma spesso mi danno del fascista, a quanto pare sono bipartisan.