Il linguaggio cinematografico tra sogno e realtà

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Il linguaggio cinematografico si esprime in modo polivalente e potremmo quasi considerarlo ambiguo, poiché concretamente non esiste un vero e proprio linguaggio cinematografico, tanto che Pier Paolo Pasolini, negando l’esistenza di un codice proprio del cinema, affermò che quest’ultimo si affida alla realtà, interpretandola a proprio piacimento e fornendo pertanto molteplici possibilità di lettura che illustrano ciò che potenzialmente potrebbe accadere.

In tal senso, allora, il cinema neorealista sembrerebbe uno dei più utili per comprendere a pieno il codice cinematografico. Esso, infatti, illustra essenzialmente gente normale, per lo più lavoratori, che vivono in situazioni di grande difficoltà, nella loro quotidianità mentre più o meno consapevolmente svolgono normali mansioni. 

Ad esempio, in Ladri di biciclette (1948) di Vittorio De Sica, ambientato nel secondo dopoguerra, il protagonista Antonio trova lavoro come attacchino, lavoro per cui gli servirà una bicicletta; tuttavia, un giorno questa bicicletta gli verrà rubata. Le scene descritte racchiudono la realtà in tutta la sua brutalità, tanto che quando Antonio troverà il ladro della sua bicicletta, tutte le persone presenti nel quartiere prenderanno le difese del ladro e neppure il carabiniere, non avendo delle prove concrete, potrà arrestare il colpevole.

Tuttavia, il cinema non può solo essere considerato come interpretazione di quella che è la realtà. 

Esso può presentare anche una dimensione metafisica, che va dunque al di là dell’esperienza sensibile. Basti pensare all’opera compiuta da Fellini, che se in un primo momento si avvicina anch’egli alla corrente neorealista, successivamente la abbandona prendendo consapevolezza della propria dimensione onirica e riuscendo poi a riprodurla e riportarla su uno schermo, talvolta in chiave satirica.

Amarcord (1973), una delle opere più significative della carriera di Fellini, fa emergere il perfetto connubio tra sogno e realtà, caratteristica portante della sua personalissima cinematografia, alternando a reali e concrete scene di vita quotidiana parti oniriche condizionate dall’inconscio degli stessi personaggi; come sarebbe andata se ogni personaggio avesse reagito come realmente voluto?

Per comprendere ancor più la sottile linea tra sogno e realtà in cui si colloca Fellini è necessario ricordare anche La città delle donne (1980) in cui il protagonista Marcello si trova su un treno ed ha un fugace flirt con una sconosciuta, e quando quest’ultima scende dal treno Marcello deciderà di seguirla e si ritroverà in un congresso di femministe che conversano tramite slogan standardizzati. Il protagonista, allora, cercherà di scappare, ma invano, perché alla fine si troverà in un tribunale totalmente ignaro delle accuse mossegli dalle femministe. Alla fine della pellicola, Marcello si sveglia sul treno, e tutto porterebbe quindi a pensare che è stato solo vittima di un brutto sogno; tuttavia, nota che i suoi occhiali sono rotti, proprio come era avvenuto nel sogno.

Per questo motivo non possiamo considerare il codice cinematografico come qualcosa di facilmente definibile, perché ingloba più dimensioni, e può essere rappresentato ed interpretato in modi differenti. Tuttavia, sarebbe un limite definirlo come una semplice interpretazione della realtà, perché è capace di andare oltre quest’ultima: scopo centrale del cinema è quello di dare vita alle realtà utopiche e distopiche create dal nostro inconscio, e rendere dunque realizzabile tutto ciò che può essere solo immaginato; esemplare è il fatto che esista un vero e proprio romanzo del film che racchiude il mondo di finzione proposto dallo sceneggiatore, il quale arricchisce le storie dei personaggi creandogli un passato ed un presente e “arreda” il proprio mondo narrativo. 

Il compito dello spettatore, invece, sarà quello di decidere se accettare o rifiutare il mondo narrativo propostogli.

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