La street art “pura e senza pretese”: intervista a Demetrio Di Grado

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A Catania, in una strada parallela di via Etnea tra Piazza Stesicoro e i Quattro Canti (Via San Michele), è possibile fare una passeggiata in compagnia di una serie di curiose immagini di donne e bambini che sembrano quasi precipitati da pochi istanti nei muri della città contemporanea, direttamente dalle pagine patinate di una rivista del primo Novecento.

Soggetti che esplodono in sorrisi smaglianti ed apparente perfezione, il cui sguardo però ci viene sempre nascosto, coperto da una parola o una frase che demistifica l’apparenza dell’immagine e ci spinge col suo messaggio dissonante a quel cortocircuito interiore ed autocritico che solo l’arte può generare.

Dietro questi “sguardi sbarrati” c’è la cifra artistica ormai sempre più conosciuta di Demetrio Di Grado, affermato street artist palermitano classe 1976, che realizza le sue opere con la tecnica del collage, attingendo soggetti ed immaginari dall’infinito mondo delle riviste dell’epoca compresa tra gli anni ’20 e ’50, da lui stesso acquistate nei mercatini.

Il 2020, nonostante le difficoltà, è stato per lui un anno pieno di soddisfazioni: è uno degli 8 artisti che realizzano l’ouverture della mostra di Banksy a Palermo; contribuisce con l’opera “Tentazioni Irresistibili” alla realizzazione delle vetrine del Bisso Bistrot, uno dei locali più rinomati di Palermo e, sempre edito da Bisso, esce ad ottobre il libro a lui dedicato (“Eravamo puri e senza pretese”, Bisso Edizioni Palermo) in cui sono raccontati i primi vent’anni della sua carriera in continua ascesa; inoltre, il 23 gennaio scorso si è chiusa la sua mostra “Canditi al Veleno”, ospitata nella galleria d’arte contemporanea Rosso20sette, nel pieno centro di Roma.

Per anni la street art ha pagato lo scotto della sua connotazione “urbana”, finendo spesso per essere etichettata nell’opinione pubblica come espressione artistica di livello scadente. Oggi, invece, grazie ad un clima culturale più favorevole e ad amministrazioni più sensibili, in Italia fiorisce un numero sempre maggiore di festival e mostre, per cui si può dire che l’arte di strada è ormai entrata a pieno titolo nel mercato convenzionale.

La Sicilia si dimostra in tal senso particolarmente vivace, basti pensare al FestiWall di Ragusa, ai magnifici Silos del Porto di Catania e ad artisti come Ligama e lo stesso Demetrio Di Grado, a cui ho potuto fare qualche domanda sulla sua arte, sul suo modo di concepirla e sulle sue prospettive per il futuro della street art siciliana.

Demetrio, i cubisti lo hanno scelto per sperimentare nuove forme di rappresentazione dello spazio, i dadaisti per distruggerlo e ricostruirlo a modo loro. Tu perché hai scelto il collage? E perché con la bannatura hai deciso di coprire proprio gli occhi delle tue figure? 

Provengo da anni di pittura astratta informale e dopo essermi annoiato nel ricopiare me stesso, ho trovato rifugio nel collage e come un sogno mai avverato nel cassetto ho cercato di realizzarlo. Il collage ti permette di rompere gli schemi, le dimensioni, le forme e non solo per la tecnica, ma soprattutto per il contenuto. Da una visione onirica o dalla ricerca introspettiva di sé stessi ti consente di aprire maglie e di esplorare mondi in cui tutto è possibile. L’immaginazione e la creatività di chi lo compone non hanno limiti. Nel 2016 ho rivoluzionato il mio modo di fare arte iniziando a tagliare e incollare ogni giorno in una continua esplorazione di nuove tecniche di taglio e incastro che nel tempo mi ha permesso di costruire ed affinare quel linguaggio e quella cifra stilistica per cui sono riconosciuto e che mi rappresenta. Gli occhi non hanno censura, riescono a trasmetterti lo stato d’animo che vivi; la bannatura spesso viene utilizzata per coprire e occultare e invece nella mia ricerca stilistica sulla banda nera un messaggio evoca il nostro presente. 

Come ogni forma d’arte dal Novecento in poi, spesso anche la street art deve confrontarsi con quella sottile linea che, agli occhi dell’opinione pubblica, separa questa dal vandalismo. Da artista con un passato nella cultura hip hop, dove collochi (ammesso che tu ritenga opportuno collocarla) questa linea? Quando, per te, si ha del semplice vandalismo e non dell’arte? 

Resta “vandalismo” quando a casa mia dopo aver ripulito la facciata compare con un rosso segnale o con un nero matto, una scritta: “io e te per sempre“ o la prima timida tag del writer in erba di turno. Ai primi piccioncini, direi che “questa manifestazione d’amore così non esiste, non scriverlo perché facendo così hai soltanto sporcato un muro”. Ai secondi “taggatori” seriali, propongo di allenarsi direttamente sui muri della propria stanza, perché dell’ennesima tag inutile solo perché lo hai visto altrove non interessa più a nessuno. Tutto il resto è discutibile, e non tutto quello che vediamo dipinto in strada dobbiamo necessariamente etichettarlo come Arte o arte urbana. 

I collezionisti acquistano le tue opere e le gallerie d’arte ti seguono con attenzione. Non temi che partecipare al mercato dell’arte “uscendo dall’underground” possa compromettere la tua libertà di espressione snaturando i messaggi che trasmetti con le tue opere per la necessità di “piacere” ad un ambiente convenzionale? 

Ben venga il mercato dell’arte, che le gallerie ospitino i tuoi lavori con un testo critico di un curatore e che i collezionisti acquistino le tue opere. Sei sulla giusta direzione: in momenti in cui regna il caos sapere che tutto è al suo posto ti mette una certa serenità.

La mia libertà di espressione resta la stessa, i miei messaggi sono “Puri e Senza Pretese”, parafrasando il titolo del libro che racconta 20 anni della mia arte. Comunque, non ho necessità di piacere ad un ambiente convenzionale perché se una galleria ospita i miei lavori o un collezionista li acquista, significa che ho un seguito, di cui vado orgoglioso.

La mia libertà di “rimanere nell’underground” resta la stessa e non viene violata, perché in strada posso sempre scegliere cosa fare. 

Oggi ogni aspetto della nostra società viene osservato con le lenti della monetizzazione ad ogni costo, e la cultura non fa eccezione. L’arte contemporanea soprattutto viene spesso strumentalizzata come icona di moda e di glamour con esclusive finalità di marketing, perdendo così la sua portata “rivoluzionaria” e contestatrice. La street art, che per sua natura non può prescindere da un contesto “popolare” come la strada, può secondo te costituire un antidoto a tutto questo? Se sì, come? 

L’arte urbana è di tutti e per tutti da sempre. Ha cambiato negli anni la forma, cambiato lo stile e il genere. Per esempio, un writer che comunicava con il lettering magari oggi usa lo stile calligrafico; chi per imporre la propria popolarità e la sua fama dipingeva la carrozzeria di un vagone di un treno che attraversava tutta la penisola, oggi, tramite i social, raggiunge il mondo anche se ha dipinto una facciata accanto alla sua residenza. Di conseguenza questi elementi hanno di rivoluzionario solo la loro evoluzione e la loro visibilità, determinata soprattutto dalle nuove tecnologie di comunicazione. Non c’è cura e non c’è vaccino alla strumentalizzazione di massa. 

Ritieni sia possibile una qualche forma di comunicazione tra l’arte contemporanea e l’arte del passato? Come giudichi le opere contemporanee che si “appoggiano” a quelle antiche? 

Come direbbe qualcuno: “Posso definirlo Pop?”.

Le opere contemporanee trovano sicuramente ispirazione dall’arte del passato e nella loro composizione formale e stilistica attingono a piene mani dai maestri che hanno fatto la storia dell’arte. 

Generalizzando, in ogni ambito, studiare la storia ci consente di comprendere il presente e paradossalmente quanto essa sia contemporanea e dirompente, nuova e vivace ispiratrice dell’agire contemporaneo. 

La gentrificazione dei centri storici spinge sempre più cittadini in periferie abbandonate e prive di ogni forma d’arte, creando un “terreno vergine” per la fioritura della street art come veicolo di emancipazione dei quartieri degradati. Quanto è radicata, nella mentalità di voi street artists, questa visione “sociale” delle opere che create? E quanto le amministrazioni in Sicilia sono consapevoli di questo? 

Certo è che la riqualificazione è un’altra storia. La street art è solo uno degli svariati strumenti nelle mani dei pianificatori e degli urbanisti per avviare un processo molto più complesso che porti alla riqualificazione di un quartiere, di un centro storico, etc…

Dev’esserci un progetto alla base e una visione più ampia e a lungo termine perché le nostre periferie, anche quelle più centrali, non hanno bisogno di esercizi di stile. Penso che sia anche compito nostro, di noi artisti, sapere dire anche no, nel momento in cui le amministrazioni, spesso lontane da dinamiche progettuali, e nel tentativo di porre rimedio a situazioni al limite della fatiscenza, ci commissionano interventi di arte urbana senza valutarne prima l’impatto ambientale, la congruenza, il contesto in cui esse dovrebbero insediarsi. È una questione di etica del lavoro che non va mai dimenticata. 

Le periferie hanno il loro fascino e i centri siciliani hanno un potenziale che altrove non trovi, per questo molti street artist di fama mondiale scelgono di venire a dipingere in Sicilia. Ma se non si ha la capacità di cogliere le motivazioni e le cause di fondo del degrado che cerchi di “coprire”, quello resterà tale e per quanta bellezza si potrà costruirgli intorno, a lungo andare ne uscirà sempre vincitore.

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Davide Scalia

Nato a Catania nel non ancora troppo lontano 1998.
Nel 2016, conseguita la maturità classica presso il "Gulli e Pennisi" di Acireale, ho pensato bene di iscrivermi a giurisprudenza.
Credo nel valore civico di una cultura non elitaria, accessibile a tutti e slegata da logiche di mercato, oltre che nella "Buona Novella".