Marta Cartabia: “la certezza della pena non è la certezza del carcere”

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“Verso il superamento dell’idea del carcere come unica effettiva risposta al reato”: questo l’orientamento del ministero della giustizia, attualmente retto dalla ministra Marta Cartabia, giurista e prima donna a ricoprire la carica di Presidente della Corte Costituzionale (2019-2020). 

Durante l’audizione in commissione Giustizia alla Camera, sulle linee programmatiche del ministero e sulla proposta del Piano nazionale di ripresa e di resilienza, la ministra ha messo in luce la necessità di valorizzare le pene alternative alla detenzione ponendo l’accento sul carattere desocializzante del carcere, motivo per il quale dovrebbe essere invocato come extrema ratio.

“La certezza della pena non è la certezza del carcere”, dice la ministra. 

Riempiamo di significato queste parole, soffermandoci su tre aspetti: certezza della pena, finalità della pena e misure alternative alla detenzione. La certezza della pena deve essere letta insieme alla certezza del reato, principi cardine del nostro sistema penalistico sanciti nell’art. 25 Cost., secondo cui “nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso”; in altri termini, ad ogni fattispecie di reato prevista, corrisponde una pena certa e già nota, sia essa una sanzione, una misura alternativa (es. libertà condizionata) o, in extremis, il carcere. Tale pena, poi, deve essere compresa nella “cornice edittale”,  indicante un limite minimo e uno massimo entro cui il giudice commisurerà l’entità concreta. Sulla base di tale principio, possiamo dunque affermare che la certezza della pena non è la certezza che un soggetto venga punito (sarà un giusto processo a stabilirlo), né la certezza che, qualora venisse condannato, finirebbe in carcere. 

Ma la nostra Costituzione non si ferma qui. L’articolo 27 stabilisce anche i caratteri e le finalità della pena quando afferma “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato […] non è ammessa la pena di morte”.  La ratio della norma è quella di garantire e riaffermare la scelta di tutela del singolo e della sua persona in un sistema civile e democratico. La rieducazione è l’esigenza attiva da parte dello Stato, nel momento in cui irroga la punizione, di una vera e propria attività di recupero del reo, intesa non come necessaria conseguenza, ma come opportunità concreta di correggere il carattere antisociale del condannato, tramite la creazione di percorsi specifici che consentano un suo progressivo inserimento nella società. La rieducazione non è imposta al condannato, ma è un onere gravante sullo Stato con il fine di garantirgli possibilità concrete di accesso ad un’istruzione adeguata, corsi di formazione, attività lavorative e non solo, qualora il condannato mostri la volontà di prendervi parte. 

La funzione rieducativa della pena trova, in proposito, estrinsecazione nella creazione di un sistema sanzionatorio differenziato in forza del quale al giudice è data la possibilità di avvalersi di due strumenti fondamentali: misure alternative alla detenzione e il sistema di premialità progressiva. Nell’ambito delle misure alternative distinguiamo due momenti, a seconda che la sentenza di condanna non sia stata ancora pronunciata o che il soggetto si trovi già in carcere. Vi sono, dunque, misure previste per l’individuo volte ad evitare, a seconda dell’entità del reato commesso e di altre circostanze specifiche, che questo entri in carcere. Laddove non fosse possibile e il giudice decidesse di condannare il reo alla detenzione, sono previste misure, alla luce della funzione rieducativa della pena, volte al reinserimento progressivo del reo nella società, tra cui: libertà condizionale; affidamento in prova; detenzione domiciliare ordinaria, umanitaria o speciale; affidamento terapeutico. 

Si tenga conto anche dei dati riportati dal rapporto “Space” del Consiglio d’Europa del 2019, secondo cui nelle carceri italiane su 100 posti disponibili si contano 115 detenuti, di cui un buon 30% era ancora in attesa di sentenza definitiva. Il sovraffollamento delle carceri è uno dei problemi che ci accompagna da tempo, tutt’ora irrisolto, di cui si potrebbe intravedere una soluzione grazie al programma dell’attuale ministero della Giustizia. Inoltre, il tasso di recidiva per chi accede alle misure alternative è di gran lunga inferiorerispetto a chi si trova a scontare la pena in carcere, dato il carattere desocializzante dello stesso. 

Il programma della ministra sembra quindi  aprire uno spiraglio di speranza verso la realizzazione di un sistema penalistico sempre più coerente con la nostra Costituzione.

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Rebecca Leonardi

Nata a Catania il 10/03/2001.
Diplomata con lode presso il liceo classico Nicola Spedalieri di Catania.
Studentessa di Giurisprudenza all'Università degli Studi di Catania.
Amante della cultura in tutte le sue declinazioni.