Sanremo 2021: un’edizione da ricordare

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Ma fai rumore, sì

Ché non lo posso sopportare

Questo silenzio innaturale

-estratto della canzone “Fai rumore” di Diodato

Il presente articolo si apre sulle note di un testo mirabilmente profetico, ascoltato per la prima volta lo scorso anno, per un breve excursus sulla musica negli ultimi vent’anni e per dare omaggio, con le proprie opinioni, ad una storica edizione della più nota kermesse della canzone italiana.

Criticato, bistrattato, sottovalutato ma in fin dei conti profondamente sperato: Sanremo 2021 è riuscito a farsi spazio, tra le mille dicerie che ne hanno annunciato l’avvento, in una luce tutta sua, accesa, sfavillante, degna dell’ormai noto a tutti teatro Ariston di Sanremo.

Nel grande gioco di luci e di un avvicendarsi di dinamiche nel complesso coraggiose in un periodo in cui non lo si sperava, incombe un’ombra che, nonostante non sia nel primo piano delle telecamere, la si avverte nella sua assenza: il pubblico.

“Mascherato” dalle trovate comico-grottesche dei palloncini antropomorfi posizionati a sedere sulle poltrone, il “protagonista” secondario del noto festival si fa sentire nella sua assenza. Ancora una volta, il rapporto simbiotico uditore-cantante viene a declinarsi anche in una piega inaspettata, laddove il canto diventa quindi mezzo di coesione insostituibile che travalica le distanze e si fa letteralmente voce di un segnale di una sperata ripresa sociale, non riducendosi soltanto a musica fine a se stessa.

La riconferma al timone del già collaudato duo Fiorello-Amadeus, nonostante la delusione da parte del pubblico per il ripresentarsi di volti già noti, vede il tentativo, forse a volte troppo maldestro perché improvvisato, di tenere le redini di una delle conduzioni in uno dei momenti più difficili della storia della televisione.

La reiterata formula dello spazio riservato agli ospiti come promotori di un messaggio “morale” o, nel caso di attori emergenti, “pubblicitario”, inizia a spazientire non poco, così come gli sketch portati alle lunghe dalla comunque sempre apprezzata vivacità siciliana di Fiorello.

A mancare è il tempo dedicato agli artisti in gara, coinvolti in una veloce staffetta tra un’esibizione e l’altra. Oltre alla pedante burocrazia dettata dalle dinamiche del programma, secondo chi scrive, è nella caratura morale ed artistica dei cantanti in gara che risiede un’assenza ulteriore, forse frutto dei tempi privi di spessore culturale a cui siamo fin troppo avvezzi e di una mancata smossa per risollevare quelli che ci apprestiamo a vivere.

Nel mare magnum di omologate personalità dalle invettive audaci ma dalla dubbia intonazione, c’è chi ancora riesce a portare sul palco dell’Ariston, dopo 55 anni di carriera, il concetto di eleganza, raffinatezza e bel canto italiano: Orietta Berti, da molti ricordata solo come una delle personalità rappresentanti la canzone popolare in Italia, ma da tutti definita come “diapason” della musica italiana, perfetta nella sua intonazione ed esecuzione, voce cristallina e intatta nel corso degli anni, di cui i cantanti definiti “emergenti” possono vedere chiara dimostrazione senza dover ricorrere a tecniche audio che il più delle volte camuffano o sostituiscono quello che è un semplice dono di natura.

Tra volti conosciuti come Arisa, sempre impeccabile nelle proprie performance; o una smagliante Noemi, dalla riconoscibile voce grintosa e graffiante, e nuove leve come la giovane Madame con il suo profondissimo testo scritto “Voce”,  la “sopra le righe” Rappresentante di Lista, particolare rilievo va riconosciuto all’ormai celebre singolo che ha invaso le nostre case “Musica leggerissima”  di Colapesce e Di Martino, nonostante non abbia vinto il podio di Sanremo conquistato invece dal gruppo rock dei Maneskin.

Orecchiabile, dalle sonorità anni 80 sulla scia di Battiato: il testo si propone di “alleggerire” la musica ritenuta “pesante” grazie alle “parole senza mistero, allegre ma non troppo”, perchè si ha voglia di “niente”. Divenuta subito tormentone, svetta nelle classifiche delle piattaforme streaming e si conferma come simbolo di propositività e apparente leggerezza, proprio come definito nel titolo della canzone.

Sono lontani i momenti in cui la musica era sinonimo di nuovo apporto e sperimentazione, di “voglia di fare”, figlia di una fervente temperie culturale come quella degli anni ‘90 di cui Patty Pravo, la celebre “bionda del Piper”, è icona di fama internazionale, e la cui storia è simbolo di trasgressione e libertà nel modo di pensare e di vivere. In questa edizione storica di Sanremo, per ricordare la musica italiana dell’epoca degli anni d’oro, si vedano i nomi del calibro di Marcella Bella, la cui gestualità e intensità di voce è sempre apprezzata, Fausto Leali, Gigliola Cinquetti, Michele Zarrillo e uno straordinario Umberto Tozzi che è riuscito ad infiammare il palco dell’Ariston con le sue “Gloria”, “Ti amo”, “Stella stai” ed altre canzoni all’interno del medley.  

Super ospite della prima serata, ad aprire le danze del festival è poi Loredana Bertè, reduce del successo di Sanremo 2018 con il brano “Cosa ti aspetti da me”. Presenza scenica, grinta, rock sono le parole chiave di una della eterne signore della storia della musica italiana, che ancora una volta porta sul palco dell’Ariston successi come “Non sono una signora” , “Dedicato”, “Il mare d’inverno” e il nuovo singolo “Figlia di”, confermandosi come un’artista sempre pronta a mettersi in gioco.

Da considerare infine, in quanto a grinta e rottura degli schemi, la partecipazione come ospite fisso di Achille Lauro,nome in voga nel panorama musicale degli ultimi tempi, protagonista di una serie di esibizioni trasgressive e conturbanti in grado di lasciare stupito qualsiasi tipo di spettatore, il tutto introdotto da una serie di monologhi profondamente meditati e scritti dallo stesso cantante

Ѐ chiaro come ormai si sia davanti al tramonto della canzone italiana di un tempo, mentre avanza la nuova generazione del secondo millennio, il più delle volte priva di un reale spessore artistico ma con un forte intento di urgenza espressiva da considerare. La storia di ogni artista si scrive non solo seguendo il proprio bisogno di espressione, ma con il chiaro obiettivo di un messaggio di miglioramento per la società del domani, di scardinamento di convinzioni obsolete; a patto, però, di non dimenticare mai il passato, e di non farlo scivolare nell’oblio della memoria.

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