Il Lavoro Rende Volgari

La realtà del primo maggio in un acquarello di Georg Scholz

3' di lettura

“Arbeit Schändet” (“Il Lavoro Rende Volgari”). Qualcuno, oggi, potrebbe quasi essere d’accordo con la paradossale provocazione che Georg Scholz, nel 1921, lanciò ai tedeschi con questo acquerello, oggi conservato allo Staatliche Kunsthalle di Karlsruhe.

Un piccolo quadro composto, con la linea dura e la violenza iconografica dell’espressionismo tedesco, per contestare le tendenze in atto nella neonata Repubblica di Weimar, in cui, sebbene un’avanzatissima Costituzione avesse riconosciuto solennemente nel ’19 che “il lavoro è posto sotto la speciale protezione del Reich” (art. 157), una classe dirigente corrotta, ipocrita ed asservita agli interessi di pochi magnati si rivelò negli anni assolutamente incapace di metterla in pratica per tentare di riequilibrare le enormi disparità sociali che pittori come Scholz denunciavano nelle loro opere.

L’artista ci espone in primo piano l’impietosa marcia di due giornalai smunti dalla povertà e dalla fatica a cui era condannata gran parte del popolo tedesco, mentre (volutamente) in secondo piano troneggia dalla sua carrozza e guarda i due disgraziati con altezzosità un facoltoso uomo d’affari, dalle non troppo vaghe fattezze suine: un capolavoro della caricatura simbolica espressionista.

Il messaggio è chiaro ed attualissimo: le classi dirigenti si allontanano dalle reali esigenze della classe lavoratrice, giudicandola “volgare” (o, come si direbbe oggi, “ignorante”, “indegna di votare” o “priva di flessibilità nella ricerca di lavoro”), e Scholz ne ribalta lo specchio di valori esponendole in tutta la loro reale avidità e volgarità. E le ritrae proprio così anche George Grosz in “Eclissi di Sole”, cinque anni dopo (1926) l’opera di Scholz. Il risultato è tanto violento ed esplicito, quanto vicino alla realtà.

Riflettere sulle cause del crollo di Weimar permette di riflettere sulla Costituzione Italiana (di cui proprio l’esperimento tedesco del 1919 costituisce uno dei maggiori punti di riferimento), tradita da classi dirigenti prive di lungimiranza e spesso immerse in palesi conflitti d’interesse nell’esercizio delle loro cariche, che proprio in materia di tutela del lavoro hanno manifestato le maggiori discrepanze rispetto ad un assetto che, non troppi anni fa, aveva generato discrete condizioni di equilibrio sociale, e che trent’anni di riforme hanno smantellato dietro il mantra della “flessibilità” e della “competitività”; queste politiche scriteriate vengono oggi a chiederci il conto, offrendo in cambio la morte della mobilità sociale, con la conseguente creazione di una nuova intoccabile nobiltà di sangue, l’aumento della forbice tra ricchi (sempre di meno) e poveri (sempre di più), la degradazione dei lavoratori in servili ed acritici consumatori. 

Un esempio di questa tendenza è la malsana pratica dei bonus: inconcludenti politiche attive del lavoro (affidate ad un professore che insegna in America e tenuto ancora in carica solamente per evitare conflitti nel matrimonio forzato PD-M5S) e piogge di denaro con l’unico obiettivo di stimolare artificiosamente i consumi.

Oggi è il primo maggio e l’etichetta impone di parlare stancamente di lavoro che “nobilita l’uomo” o di “dignità dei lavoratori”, ma sarebbe un errore non tener conto di ciò che abbiamo festeggiato sei giorni fa, se realmente vogliamo dare al 25 aprile un valore attuale e non renderlo un inutile antifascismo archeologico “in maschera”; e l’opera provocatoria di Scholz ci aiuta a contestualizzare drammaticamente qualcosa di cui, senza la forza critica dell’arte, rischieremmo di non avere piena contezza.

Come tragicamente sembrò quasi profetizzare in questo acquerello, quando Hitler era ancora solamente il capo di un partitino di sbandati, se il lavoro viene considerato “volgare” dalle classi dirigenti e le ingiustizie sociali crescono con la loro complicità ed il disinteresse verso la sua tutela, i paesi diventano terreno fertilissimo per l’ascesa di crude dittature più o meno evidenti, che si chiamino nazismo o dittatura dei consumi.

La speranza impellente, per fare un passo indietro in questa pericolosa escalation, è che si riesca ad evitare la macelleria sociale verso cui il Paese rischia di schiantarsi l’1 luglio, quando scadrà il blocco dei licenziamenti; al momento, però, il quadro è amaro e deprimente, proprio come se l’avesse dipinto un espressionista.

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Davide Scalia

Nato a Catania nel non ancora troppo lontano 1998.
Nel 2016, conseguita la maturità classica presso il "Gulli e Pennisi" di Acireale, ho pensato bene di iscrivermi a giurisprudenza.
Credo nel valore civico di una cultura non elitaria, accessibile a tutti e slegata da logiche di mercato, oltre che nella "Buona Novella".