La responsabilità del lettore nella letteratura: da Baudelaire a Kafka

4' di lettura

Alla domanda cos’è la letteratura? è difficile dare una risposta soddisfacente, perché ponendo tale quesito, automaticamente si tenderebbe a dare una definizione e nell’ambito letterario tutte le definizioni possibili risulterebbero parziali e angolate: si rischierebbe di mettere in luce un solo aspetto, lasciando gli altri in ombra; e si avvertirebbe, inevitabilmente, l’esigenza di andare oltre la semplice definizione.

Il linguista Jakobson, ad esempio, ha individuato sei elementi comunicativi all’interno di un atto linguistico, asserendo quindi che la letteratura stessa sia un atto comunicativo.

Il soggetto, il primo dei sei elementi, è colui che ha il desiderio, il bisogno, la necessità e la volontà di comunicare qualcosa, dando inizio all’atto comunicativo. Il destinatario, il secondo dei sei elementi, applicando lo schema della letteratura, equivale al lettore. Indubbiamente “lettore” è un’espressione piuttosto moderna, in quanto implica un contesto letterario in cui la poesia si legge, e non sempre è stato così: la poesia provenzale, tanto per fare un esempio, veniva recitata.

Il motore della comunicazione, tuttavia, si accende solo nel momento in cui il soggetto e il destinatario condividono il terzo elemento comunicativo: il messaggio, che dal punto di vista letterario possiamo far coincidere con il testo.

Questo fattore è fondamentale per la comunicazione letteraria e comporta una propensione verso l’altro da sé, verso la realtà, il mondo, ma soprattutto verso il referente.

Se provassimo di nuovo a fornire una risposta alla domanda iniziale “cos’è la letteratura?”, muovendo da un approccio formale potremmo dire che un testo letterario è caratterizzato dallo stile.

Gérard Genette, critico letterario francese, dice che è proprio grazie allo stile che il testo riesce a esprimere qualcosa di più. Tuttavia, non è possibile fornire una completa definizione del fenomeno letterario prendendo come punto di riferimento solo lo stile, perché in questo modo si metterebbe in luce il modoin cui si dice qualcosa, e rimarrebbe in ombra il cosa si dice.

La grandezza di un autore o di un’opera, infatti, non può essere definita solo in base al modo in cui scrive o in base al modo in cui si esprime un concetto, perché è necessario tenere conto anche dei temi affrontati.

In alternativa allo stile, Cvetan Torodov (filosofo e saggista bulgaro), propone di cercare la valenza letteraria a partire dalla dimensione figurale del testo. Secondo Todorov, in particolare, esisterebbero due tipologie di testo: il discorso trasparente, cioè strettamente referenziale, e il discorso cosiddetto “opaco”, cioè intriso di figure.

Secondo Torodov tutti gli enunciati linguistici risiedono o da una o dall’altra parte. In realtà non è necessario collocare queste due tipologie di discorso in due poli opposti, poiché un testo non deve inequivocabilmente appartenere all’una o all’altra tipologia.

Ponendo l’attenzione sulle figure, occorre chiedersi: in che modo bisogna leggerle e interpretarle? Se si provasse a parafrasare una metafora, sicuramente sarebbe possibile capire maggiormente il senso, ma in questo modo si perderebbe l’effetto che quella determinata immagine ha su di noi. Breton, infatti, in concordanza anche con Croce, è contro a ogni tipo di analisi perché considerata lesiva per il contenuto letterario.

Nel 1951 Auerback scrive un saggio su uno dei quattro componimenti iniziali de “I fiori del male” di Charles Baudelaire, cioè “Spleen”. Un approccio biografico andrebbe a rintracciare i fatti che hanno portato il poeta a uno stato che oggi definiremmo di depressione. Un approccio stilistico, invece, si ferma al testo ed esamina le immagini e i costrutti.

La poesia in questione è un misto di sublime e spregevole, si avvale di ciò che è meschino e ripugnante per la rappresentazione simbolica. Un verso della poesia fa riferimento a delle campane che sbattono con furia e lanciano in cielo un urlo spaventoso: a stento si può immaginare qualcosa di più violento.

Il testo di Baudelaire va ricondotto all’Europa di quegli anni, della metà dell’800, e Auerback descrive l’angoscia provata dall’autore facendo riferimento al periodo storico, e muovendo dal testo e dallo stile di questo.

Baudelaire, in questa poesia, paragona il cielo ad un coperchio e da un punto di vista tradizionale la parola “coperchio” appartiene a un linguaggio mediocre, che dovrebbe essere accostato a fenomeni mediocri, ma Baudelaire mette in atto la rivoluzione romantica in cui non c’è più distinzione tra parole auliche e linguaggio comune.

L’imperativo del classicismo, infatti, risiedeva proprio nella separazione degli stili. Ma Baudelaire incarna uno scarto rispetto a tale imperativo: la poesia diventa il luogo deputato alla creazione artistica, spezzando le frasi fatte, i luoghi comuni e accogliendo novità espressive.

Quindi, se prendessimo in analisi la singola metafora e provassimo a parafrasarla non si parlerebbe di una semplice traduzione ma di un dialogo continuo e costante tra il piano reale e quello metaforico; i due punti di vista interagiscono di continuo e si influenzano l’un l’altro e in questo modo il lettore è chiamato a una continua revisione cognitiva.

Tuttavia, questo non accade solo per le metafore o per le singole figure, come si è detto, ma anche per testi interi: ne è un esempio lampante il racconto di Kafka “La metamorfosi”, in cui si racconta di un uomo, Gregor Samsa, che un giorno si sveglia e si ritrova nel corpo di uno scarafaggio. Abbiamo allora da un lato Samsa, che è a tutti gli effetti uno scarafaggio; dall’altro, provando a “sciogliere” la metafora, un uomo emarginato, umiliato e profondamente solo. I due punti di vista non si escludono l’un l’altro, ma avviene un continuo dialogo tra il testo e il lettore, tra la metafora e ciò che la metafora significa.

Dinnanzi a una lettura del genere, sarebbe senz’altro impensabile portare a grado 0 le metafore, anche perché l’intero racconto è in fondo una metafora.

Teoricamente, potremmo dire che non esiste un vero e proprio significato, così prendendo in prestito le parole di Nietzsche che spiega che non esistono fatti, ma solo interpretazioni degli stessi, e che il testo di per sé è vuoto, che ogni lettura è una chiave di lettura. Considerando però “La metamorfosi”, non si può dire che il testo sia vuoto. Di sicuro non è saturo, considerando che è un racconto basato su una grande metafora, e che quindi c’è un’alta percentuale di indeterminatezza, ma non è vuoto.

Involuzione, degradazione, esclusione, autoesclusione, autolesionismo, aggressività, sono temi che ci sono e non possono essere trascesi. Il lettore è chiamato a sviluppare le possibilità di senso, che però si poggiano su temi che il testo possiede già.

In conclusione, di fronte a un testo, che esso sia saturo di figuralità o meno, il lettore interpreta ciò che il testo potrebbe contenere in potenza.

La responsabilità del lettore è enorme, perché il testo è fragile e può diventare una vittima. La nostra responsabilità, in quanto lettori, è quella di riempire il senso con le nostre domande, con le nostre inquietudini, con il nostro vissuto e con il nostro “Io”. Interpretare un testo non è una forzatura, perché in quell’interpretazione c’è ognuno di noi: senza lettore il testo non esisterebbe. È un rapporto intimo e personale, in cui da una parte si interpreta ciò che si legge; dall’altra, però, il testo si impegna a leggere e interpretare a sua volta il lettore.

Mostra il tuo sostegno con un "Mi Piace"!
  •