La romana con il velo: intervista alla graphic novelist Takoua Ben Mohamed

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Ho conosciuto la graphic novelist, Takoua Ben Mohamed, qualche anno fa mentre lavoravo al bar Necci di Roma, rimanendo deliziata da un incontro che trasformò una giornata qualunque della routine pignetina in un’incredibile scoperta. Nata a Douz, in Tunisia, nel 1991, Takoua è simbolo della ricchezza culturale scaturita dal contatto fra etnie diverse.

Di origini modeste, ha trascorso la sua infanzia in Tunisia sotto la dittatura di Zine El Abidine Ben Ali, periodo che segnò indelebilmente il suo avvenire. Il generale Ben Ali prese il potere con un colpo di stato nel 1987, succedendo al presidente Bourguiba. Dopo vent’anni di abuso di potere e di repressioni cruente, il governo di Ben Ali venne rovesciato nel 2011 per mano di un movimento popolare, da cui partirono le numerose sollevazioni conosciute sotto il nome di “Primavera araba”.

Takoua studia Cinema di Animazione alla Nemo Academy of Digital Arts di Firenze, e durante l’ultimo anno di formazione viene contattata da varie case editrici interessate a collaborare con lei. Colpita dal modo in cui BeccoGiallo Editore formula la sua proposta, accetta di lavorare con loro. È autrice di quattro fumetti: “Sotto il velo”, pubblicato nel 2016, è una raccolta di fumetti in cui Takoua, attraverso una doppia visione ironica, racconta i pregiudizi delle persone nei confronti di chi decide di portare il velo. Con delle illustrazioni stereotipate conferma da una parte l’immagine cliché dell’uomo musulmano, con la barba e la tunica lunga, dall’altra quella dell’uomo occidentale, bianco con gli occhi azzurri. Takoua, il personaggio principale, si scontra con entrambi: con il primo, perché la giudica per il suo abbigliamento considerato troppo stretto per una donna con il velo; con l’altro, perché non condivide la sua scelta. Una raccolta semplice adatta a tutte le generazioni, molto variegata come la sequenza sui tremila modi di portare il velo o quella sulla questione del make-up. “La rivoluzione dei gelsomini” è un fumetto consigliato ad un pubblico adulto per via delle descrizioni di tortura dei detenuti politici. Tratta della sua infanzia in Tunisia, sotto la dittatura di Ben Ali. Nella parte iniziale delinea gli eventi a partire dalla fase postcoloniale e spiega in che modo il dittatore ha ottenuto il potere. La storia raccontata da un punto di vista infantile è incentrata sulla figura materna e arriva fino alla rivoluzione del 2011. Di tematica differente è “Un’altra via per la Cambogia”, un fumetto consacrato all’impegno quotidiano dei volontari della ONG We World in Cambogia, che ogni giorno aiutano la parte più povera della popolazione a sfuggire alla tratta di esseri umani. Nel 2019, l’autrice si è dedicata al progetto “Hijab Style”, un docufilm trasmesso da Al-Jazeera Documentary nel 2020.   

L’avvento di Ben Ali avrà sicuramente influenzato la tua vita, potresti raccontarci in che modo?

Nel 1996 il mio papà, insegnante di professione, per sfuggire alla politica di coercizione e di umiliazione del dittatore si è trasferito in Italia e ha chiesto lo statuto di rifugiato politico. La mamma si è occupata del mantenimento economico della famiglia, lavorando come sarta in casa. Per lei, moglie e sorella di oppositori politici, era impossibile inserirsi professionalmente al di fuori della sfera privata. Il fratello di mamma, docente universitario, è stato arrestato, torturato e ucciso in carcere. Sua sorella, membro di sindacati universitari, è stata duramente perseguitata dal governo. Non è stato per niente facile per noi. Se vuoi preservare le tue ideologie, devi scappare per non essere assassinato, devi reinventarti per sopravvivere. Dopo due anni, il mio papà ha ottenuto il riconoscimento e la protezione dello stato italiano. Avvalendosi del ricongiungimento familiare, è riuscito a farci venire in Italia. Il mio fumetto “La rivoluzione dei gelsomini” è una testimonianza di quegli anni.

Com’è stato il tuo incontro con la società italiana?

Quando abitavamo a Valmontone era tutto abbastanza tranquillo, si trattava di una piccola realtà dove tutti si conoscevano, quando stavo fuori casa avevo l’impressione di essere in mezzo ai miei familiari. I proprietari della casa in cui eravamo in affitto, due signori anziani che vivevano nell’appartamento al piano di sotto, mi accompagnavano a scuola e venivano a riprendermi. Era veramente una situazione diversa, era come se fossero i miei nonni… Quando ci siamo trasferiti a Roma ci siamo imbattuti nell’indifferenza e nella diffidenza dei vicini, con i quali a malapena ci scambiavamo il saluto. Il nostro processo di integrazione degenerò drasticamente in seguito all’11 settembre 2001. Tutti ci evitavano e a scuola si respirava un’aria artefatta di tolleranza. Quando arrivava il momento di commemorazione delle vittime dell’attentato che cambiò la faccia dell’umanità, chiedevano sempre a me di pronunciare il discorso rievocativo. A distanza di tempo, mi sono resa conto del valore simbolico di quella richiesta. Chi meglio dell’unica ragazzina musulmana della classe può esprimere il cordoglio per le vittime di un attentato terroristico compiuto da integralisti islamici? Gli insegnanti, che avrebbero dovuto agevolare il mio inserimento, in realtà facevano molta fatica a venirmi incontro, non cercavano di conoscermi come Takoua, ma come la ragazzina straniera che portava il velo.

Durante la dittatura di Ben Ali, la questione religiosa era spinosa a causa della confusione generata dalle differenti correnti di pensiero musulmane.

Il regime assunse una posizione ambivalente nella gestione delle vicende religiose, presentandosi come laico, secolare e moderno di fronte all’opinione pubblica estera e come custode dei valori fondamentali di un Islam moderato agli occhi dei suoi cittadini. A seguito dell’insurrezione organizzata da un gruppo armato salafita jihadista, avvenuta il 3 gennaio del 2007 a Soliman-Hammam Lif (periferia a sud della capitale), il regime di Ben Ali iniziò la caccia ai colpevoli, additando spesso e volentieri come tali persone che non avevano nulla a che fare con l’attentato. Con la prospettiva di riaffermare il monopolio dello stato nell’amministrazione della vita religiosa, viene annunciata la creazione di una stazione radio finalizzata a divulgare la parola divina 24h/24 sull’80% del territorio tunisino. Il governo, incurante della reazione che tale azione avrebbe potuto scatenare, rincara la dose ripristinando la circolare n°102 del 1896, in cui si vietava alle donne che lavoravano nelle istituzioni pubbliche di portare l’hijab [il velo, N.d.A.], privando di fatto le donne tunisine della libertà di scelta.

La tua scelta di portare il velo è stata condizionata in qualche modo?

No, si tratta di una scelta personale, i miei genitori non erano d’accordo perché ero molto piccola e inesperta quando ho deciso di indossarlo. Ho iniziato in prima media, quando ancora non ne conoscevo i significati religiosi, ma vedendo come reagivano le persone di fronte alle mie sorelle che già lo mettevano, ho deciso di velarmi anch’io in segno di sfida. Con il tempo si matura, i significati cambiano e con essi anch’io, la ricerca della mia identità continua…

In questo periodo stai lavorando a nuovi progetti, ti andrebbe di svelarci qualche dettaglio del fumetto “Il mio migliore amico è fascista”?

Edito da Rizzoli, è la storia della mia adolescenza, in particolare del rapporto di odio con il mio compagno di banco fascista. Un avvenimento che non menzionerò per non spoilerare ci cambiò entrambi e trasformò il nostro risentimento in amore. Ispirata dal contesto sociale e politico in cui sono cresciuta, ho voluto raccontare l’ambiguità che si cela dietro alcuni movimenti. Infatti, con il passare degli anni, mi sono amaramente resa conto che all’interno dei movimenti e delle associazioni che si dichiarano di sinistra, non esiste un reale dibattito. Affermazione valida anche per la destra italiana, non ci si confronta, ci si insulta e basta. Non si discute in maniera costruttiva, le opinioni divergenti non vengono ascoltate e io mi estranio di fronte a questi atteggiamenti. Una volta sono stata invitata da un collettivo universitario di centro destra per presentare i miei fumetti “Sotto il velo” e “la rivoluzione dei gelsomini”. Ovviamente mi sono ritrovata a discutere con loro sulle questioni legate alla cittadinanza, e sono rimasta stupita dal loro interesse nell’ascoltarmi. Anche se le nostre posizioni erano estremamente differenti, siamo riusciti a scambiarci delle idee e ad ascoltarci. Tuttavia, la maggior parte delle presentazioni sono organizzate da persone che hanno un orientamento politico di sinistra. Più volte ho battibeccato con delle femministe vecchio stampo convinte che io non fossi nella posizione di parlare dei diritti delle donne, dal momento che portavo il velo. C’è una mentalità molto esclusiva, una concezione di femminismo occidentalocentrico che fortunatamente non riscontro nelle nuove generazioni, emancipate da questi schemi. Per tale motivo, ho voluto raccontare questa storia, per dimostrare l’opportunità che il dialogo ci offre di cambiare. 

Takoua Ben Mohamed vive in Italia da più di vent’anni, padroneggia la lingua e arricchisce il patrimonio culturale nazionale con il suo impegno ma, nonostante ciò, non gode dei diritti di cittadinanza. Il cittadino medio italiano la considera e la considererà sempre tunisina, anche perché, da che mondo e mondo, si è mai vista una romana con il velo? Lo Stato finge di essere cieco di fronte a quella grande fetta di popolazione che costantemente viene privata dei suoi diritti, condannata di fatto al silenzio, a interminabili cavilli burocratici, a discriminazioni continue. I lavori della graphic novelist, incentrati su tematiche forti, sono trattati con leggerezza e sarcasmo. Privata della libertà quand’era bambina, volge il suo impegno verso un mondo migliore, in cui i diritti umani sono inalienabili, concepiti per tutti indipendentemente dall’appartenenza etnica, religiosa o di genere.

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Sabrin El Amrani

Di origini marocchine, Sabrin è nata e cresciuta in Sardegna. Ha ricevuto un’educazione musulmana tra le mura domestiche mentre all’esterno si è impregnata degli usi, dei costumi e della lingua italiana. Fin da bambina ha convissuto con il senso di non appartenenza dovuto alla difficoltà di condividere a pieno le sue esperienze sia con i marocchini che con gli italiani: in Italia è la marocchina e in Marocco l’italiana. La volontà di fare di questa debolezza un punto di forza l’ha condotta a ricercare le sue radici, ad esplorarne la bellezza e a trovare un modo per promuoverle e diffonderle. Da lì nasce il suo progetto finalizzato alla divulgazione in Italia della cultura marocchina e di quella Nord Africana, in particolare delle discipline legate al genere e all’etnia.