Gli squarci di luce nella Napoli oscura di Saviano esistono, e meritano il tributo di Alberto Angela

Il Caravaggio napoletano che difende il divulgatore dalle critiche dell’autore di Gomorra

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A pochi passi dal Duomo di Napoli, sull’altare della chiesa del Pio Monte della Misericordia, si trova un quadro rivoluzionario che rappresenta le Sette Opere di Misericordia corporali citate nel Vangelo di Matteo, dipinte da Caravaggio “all’imbrunire in un quadrivio napoletano”, come scriverà Roberto Longhi.
Il quadrivio è “napoletano“, e non può non esserlo, impossibile com’è non rivedere nella vivacità contorta di queste figure uno spaccato della quotidianità dei vicoli che costruivano la Napoli di Caravaggio in maniera non troppo diversa da quella odierna, il risultato è uno strepitoso brulicare di corpi veri, uomini martoriati e sofferenti che sacrificano parte di loro stessi per salvarne altri ancor più martoriati e sofferenti.

L’intera scena, per quanto vivissima, emerge con fatica da un’oscurità talmente densa da sembrare in procinto di riappropriarsi da un momento all’altro dello spazio in cui si sta svolgendo, talmente fitta che renderà difficile per molto tempo ai critici riconoscerne alcune figure; eppure questo è anche l’unico quadro del pittore lombardo in cui è dipinta una fonte di luce diretta, quella torcia retta da un umile chierico in secondo piano. Non è forse un caso che il suo quadro allo stesso tempo più buio e luminoso sia ambientato proprio nei vicoli di Napoli. 

“Naturalmente, come tutte le grandi città, Napoli ha le sue luci e le sue ombre, e spesso le cronache tendono a concentrarsi sulle sue ombre, ricoprendo, in questo modo, le sue luci. Noi di Stanotte a, pur non ignorando le sue ombre, vogliamo mostrare queste sue luci, esattamente come abbiamo fatto con altre città italiane nel passato. Il risultato, come vedrete, è una città molto più luminosa e viva di quanto si creda”.Esordisce parlando di luci ed ombre Alberto Angela nella presentazione della puntata ambientata a Napoli del tour notturno alla scoperta dei suoi monumenti e della sua cultura, andata in onda su Rai1 la sera del 25 dicembre scorso. Anche stavolta è presentata “all’imbrunire” come nel quadro di Caravaggio, forse perché, per farne risplendere la struggente bellezza, non esiste modo migliore di immaginarla se non immersa nell’oscurità profonda, che qui, forse più che altrove, travalica la sua natura fisica per divenire stato ideale.
Stanotte a è un format ormai rodato, la punta di diamante di quel grande progetto di divulgazione e narrazione di massa del patrimonio culturale italiano che la Rai ha deciso di affidare al rodato carisma di Alberto Angela, forse l’unico che poteva vincere la sfida di portare in prima serata sulla rete ammiraglia programmi culturali non privi di difetti (forse inevitabili, se si vuole parlare ad un pubblico così ampio), ma capaci di interessare con un ottimo share il pubblico generalista.
E così, senza polemica alcuna, dal 2015 ad oggi il Museo Egizio di Torino, Firenze, San Pietro, Venezia e Pompei si sono presentati agli italiani nella nuova accattivante veste cucita per loro su misura dal divulgatore, attirando, si spera, un rinnovato interesse.


Poi è arrivato il momento di Napoli, e le difficoltà incontrate dagli autori, nella presentazione di un suo aspetto diverso da quello ormai entrato nella coscienza comune dominato dalla sinistra fama della criminalità, emergono plasticamente nel discorso sopra citato, che sembra quasi abbiano ritenuto necessario inserire come preambolo per giustificare la decisione di dedicare al capoluogo campano non meno attenzione di quella rivolta agli altrettanto magnifici luoghi analizzati nelle precedenti puntate.
Il motivo per cui, per esporre in prima serata su scala nazionale le bellezze di Napoli, si rendono necessarie tali giustificazioni si evince con facilità leggendo le pesanti critiche rivolte da Roberto Saviano, in un severo editoriale per il Corriere, alla scelta di presentare la città concentrandosi sulle sue meraviglie e “nascondendo con mala fede” i lati oscuri della città “per delegittimare il racconto di ciò che accade”. Per l’autore di Gomorra quel preambolo, già del tutto inedito nelle intenzioni, non è sufficiente; la critica, però, è forse fin troppo dura.
In primo luogo perché, in termini meramente quantitativi, è difficile pensare che due sole ore di girato possano offuscare la miriade di articoli, inchieste, film e documentari che raccontano (alcuni magistralmente come quelli dello stesso Saviano, altri decisamente meno) la Napoli ostaggio delle cosche e che sono ormai entrati nell’immaginario collettivo; in secondo luogo si potrebbe evidenziare che monopolizzare il dibattito sui soli (seppur maggioritari) aspetti oscuri della città rischia di innescare una spirale irreversibile di negatività che potrebbe costringere i cittadini in una mentalità sconfitta, autodistruttiva e, stavolta sì, autocommiserativa.
Inoltre, non si capisce perché un programma che si occupa di mera divulgazione storico-artistica debba impiegare a Napoli il limitato tempo a disposizione per raccontare al pubblico, oltre al Chiostro di Santa Chiara, alla Cappella Sansevero e a Capodimonte, anche le vicende criminali di cui si occupano (o si dovrebbero occupare) con dovizia di particolari altri programmi creati proprio a tale scopo; del resto mai Angela si è dedicato a parlare di Mafia Capitale, degli scandali vaticani o di quell’altrettanto pericoloso cancro che attenta alla salute del patrimonio culturale che è la gentrificazione di Venezia e Firenze, proprio perché il taglio dei suoi programmi è sempre stato, per una precisa scelta di campo, dedicato esclusivamente alla divulgazione, senza alcun accenno critico. Scelta magari opinabile in linea di principio, ma non in riferimento ad una sola puntata.

Gli autori di “Stanotte a” ed Alberto stesso hanno invece fatto una scelta lodevole e controcorrente pur restando fedeli a loro stessi, considerato che le produzioni televisive dedicate allo sconfinato patrimonio artistico napoletano sono quasi inesistenti, quantomeno a livello nazionale. Portare la loro troupe in giro per i principali monumenti di questa città significa, più che in qualsiasi altra, avere il coraggio di cambiare prospettiva narrativa, di presentare quella che è forse rimasta l’unica via d’uscita dalla prigione in cui la criminalità organizzata tiene Napoli da fin troppo tempo: ossia la Cultura


Puntualizzo: non intendo questa via d’uscita come semplice evasione dalla realtà, quell’inoffensivo “diletto privato” che per larga parte della classe dirigente dovrebbe essere il fenomeno culturale, ma un’alternativa concreta allo stato delle cose capace di “far saltare il banco” e portare la presenza dello Stato anche nei luoghi più bui.
Sembrerà paradossale, ma i camorristi che saccheggiano la Reggia di Carditello e minacciano di morte Massimo Bray per essersi impegnato da ministro a sottrarla al degrado, sembrano aver compreso molto meglio di noi il potenziale che sta dietro il nostro patrimonio, e per questo fanno di tutto per distruggerlo e foraggiarne l’incuria, un estremo segnale del potere esercitato sul territorio, finanche sul suo passato.
Ecco perché programmi come “Stanotte a“, portando nelle case dei napoletani le bellezze della loro città, possono costituire un primo passo verso il ribaltamento di fronte, sicuramente insufficiente se non supportato da un adeguato piano di più ampio respiro (tenendo comunque conto che non si può pretendere che un format televisivo si sostituisca allo Stato nelle sue funzioni), ma comunque da apprezzare, chiedere di più sarebbe scorretto.
“La Napoli raccontata da Alberto Angela esiste, ma non per nostro merito” afferma ancora Saviano, puntando forse il dito contro l’incuria in cui versa buona parte del patrimonio monumentale napoletano, senza però interrogarsi su come i napoletani possano affezionarsi ed impegnarsi a proteggere qualcosa di cui ignorano l’esistenza (o che tutt’al più hanno sempre considerato un corpo a loro estraneo da vandalizzare) se non tramite la loro conoscenza, magari acquisita grazie a programmi come questo.
Trasformare i monumenti da corpo ostile a bene di cui prendersi cura può inoltre avere effetti straordinari, “balsamici” per citare ancora le parole dell’editoriale, e non solo per chi, continua lo stesso, “può affacciarsi ai terrazzi dei piani alti”, ma anche per “chi sta sotto”, e il miglior esempio di questa pratica virtuosa sta proprio a Napoli.
Saviano apre il suo editoriale ricordando Don Peppe Diana a trent’anni dalla diffusione di quel mirabile manifesto antimafia che è “Per Amore del mio Popolo“, e proprio di un altro prete parla la storia della Fondazione San Gennaro nel tristemente noto Rione Sanità, condannato all’emarginazione dalla costruzione dell’omonimo ponte ad inizio Ottocento che lo ha tagliato fuori dal resto della città. Don Antonio Loffredo è lì dal 2001, ed è riuscito a creare un circuito di crescita sociale del Rione grazie alla gestione diretta dei monumenti lì situati, tra cui le Catacombe di San Gennaro, creando un itinerario che dai piedi della collina di Capodimonte porta decine di migliaia di turisti ogni anno fino alle viscere della Sanità. Alle risorse monumentali su cui “sono cresciute la consapevolezza e l’appartenenza a un territorio”, Don Antonio affianca quelle umane: i tanti giovani disoccupati strappati alla manovalanza delle cosche che ora hanno ripreso a studiare e ad imparare le lingue per accogliere i visitatori, “lievito per il quartiere“, li definisce orgoglioso.

«Ci sta a cuore la catacomba, perché ci presentiamo diversamente al mondo e incassiamo soldi puliti. Alcuni ragazzi dell’orchestra si sono iscritti al conservatorio. Quelli del teatro fanno tournée nei migliori teatri italiani, hanno partecipato a produzioni importanti, come La paranza dei bambini o I bastardi di Pizzofalcone»

Don Antonio è uno squarcio di luce nel buio del Rione, stimola un turismo sano, inteso come percorso di formazione culturale e non vuoto rituale di consumo, usando il patrimonio, adesso conosciuto ed elevato a simbolo identitario dai residenti, come volano per il suo sviluppo civile ed economico. 

“Le bellezze di Napoli non sono sfavillanti, ma piene di crepe e cicatrici, e la città è costantemente oltraggiata da agguati che avvengono tra i suoi abitanti, mettendone costantemente a rischio l’incolumità” continua Saviano. Vero, ma continuare a non raccontarle, non esporle come motivo di vanto e responsabilità al resto del paese, avrebbe significato continuare ad ignorare ingiustamente quei semplici cittadini che dedicano la propria vita a proteggerle, a quel vivacissimo sottobosco fatto di associazioni, parrocchie e comitati che lavorano ogni giorno per tenere in vita quella cultura napoletana di cui Alberto Angela, la sera di Natale, ha raccontato con grande rispetto gli squarci di splendore che permettono ai loro corpi travagliati ma brulicanti di vita di emergere a fatica dall’oscurità della camorra. È la conferma che per comprendere l’essenza più profonda di Napoli, per smentire chi vuole rappresentare Napoli negando alla radice l’esistenza delle luci (Saviano) o delle ombre (gli uomini in mala fede da lui citati), basterebbe far loro osservare i pochi metri quadri dell’immagine caravaggesca del Pio Monte, in cui domina ancora il buio pesto denunciato da Saviano, ma c’è anche spazio per una fortissima luce in emersione, a cui Stanotte a ha finalmente reso il giusto tributo

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Davide Scalia

Nato a Catania nel non ancora troppo lontano 1998.
Nel 2016, conseguita la maturità classica presso il "Gulli e Pennisi" di Acireale, ho pensato bene di iscrivermi a giurisprudenza.
Credo nel valore civico di una cultura non elitaria, accessibile a tutti e slegata da logiche di mercato, oltre che nella "Buona Novella".