Emma Dante e le nuove fiabe per bambini: le principesse che non hanno bisogno dei principi

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Quando si parla di “teatro per ragazzi” si pensa subito a spettacoli dedicati ai più giovani in cui, quindi, non può mancare il lieto fine e anche un po’ di magia che caratterizza per antonomasia la messa in scena delle favole. 

È in questo contesto che si colloca Emma Dante, drammaturga e regista palermitana, che a partire dal 2010 inizia a frequentare il territorio delle fabulae spaziando dai Grimm a Perrault a Basile. Ciò che caratterizza Emma Dante sono indiscutibilmente le origini siciliane, e il suo contributo è tale che viene definita la protagonista assoluta di una tipologia di teatro che negli ultimi anni ha fatto parlare persino di una “Scuola Siciliana”. La Sicilia rappresenta un palcoscenico di estremi che si fondono, mostrando una vitalità ostinata, ed è questo quello che viene messo in scena dalla Dante, un teatro che trova in Palermo la sua metafora. Il lavoro di Emma inizia innanzitutto a partire dalla compagnia teatrale, i cui membri vengono selezionati da lei in base a delle caratteristiche fisiche particolari, alla consapevolezza dello spazio, ai movimenti del corpo consapevoli e inconsapevoli. Il suo linguaggio teatrale, infatti, mette in ombra il teatro di parola, mettendo in luce, invece, il teatro del corpo. In questo modo, si toccano sfere emozionali a cui l’espressione verbale non può giungere.

La fiaba è il luogo privilegiato per la comparsa della magia a teatro, il famoso “C’era una volta…” trasporta lo spettatore in una dimensione diversa dal reale, dove tutto è possibile. Lo spettatore è consapevole di prendere parte a una finzione, ed è disposto a lasciarsi affascinare dalla magia, fingendo di credere a ciò che vede in scena.

Per il suo battesimo nel mondo del teatro per ragazzi, Emma Dante sceglie proprio Cenerentola. Esistono più di 700 varianti della favola, e quella di Emma Dante risulta unica nella sua tipologia.

Cenerentola è una ragazza del sud, che, dopo la morte del padre, vive con la matrigna e le sorellastre in una casa dove regna la bruttezza. Le tre donne comunicano tra loro in dialetto spesso incomprensibile, l’unica a parlare sempre in italiano è Cenerentola. Riprendendo la storia originale, Cenerentola va al ballo con il Principe e a mezzanotte, mentre fugge per tornare a casa, perde la scarpetta. Ha dunque inizio la spasmodica ricerca della proprietaria della scarpa, e dopo che il principe trova Cenerentola, la matrigna viene trasformata in un mastino napoletano e le due sorellastre in due zecche.

In questa fiaba sono presenti temi molto cari a Emma Dante, quali il disagio del nucleo familiare, l’ingiustizia, l’emarginazione e il riscatto. Non c’è il tradizionale lieto fine, perché non tutti ne meritano uno.

Ad esempio nella favola Cappuccetto rosso vs Cappuccetto rosso, non c’è un finale tradizionale. Per la sua fiaba, Emma mette in scena due Cappuccetto Rosso, una grassottella, famelica, aggressiva e mascolina, e l’altra snella, aggraziata e con un leggero accento francese. Entrambe condividono la stessa mamma, la quale non nasconde la sua predilezione per la Cappuccetto magra. Ed è questo rapporto sofferente con la madre, questo bisogno di attenzioni che spinge cappuccetto ad addentrarsi nel bosco; è il bosco che diventa il fil rouge che lega la fiaba ad altre due fiabe: sarà lei infatti a divorare le briciole di pane lasciate da Hansel e sarà lei a divorare la mela sotto gli occhi increduli di Biancaneve, costretta a mangiare il torsolo della mela per il compimento della sua fiaba. Cappuccetto rosso riesce, superando tutti gli ostacoli che le si presentano, a raggiungere la casa della nonna. Quando raggiunge l’obiettivo, l’eroina perde tutta la sua spavalderia, conquistando un pianto triste e solitario. La bambina famelica in cerca dell’affetto di sua madre diventa improvvisamente una ragazza attuale, tenace, combattiva, così forte da eliminare il “come” sua madre vorrebbe che fosse. Diventa una ragazza talmente forte ed emancipata che non supplica l’arrivo di un salvatore (nella favola tradizionale, il cacciatore). È una Cappuccetto Rosso che sotto la corazza vorrebbe solamente essere amata e accettata. Questo personaggio diventa metafora del periodo di crescita in cui ognuno deve fare i conti con sé stesso. Questo è il lieto fine della favola: l’ottenimento dell’indipendenza, dell’emancipazione, della forza che nascono dal disagio e dalla mancanza di affetto.

Un ultimo esempio di una favola in cui viene trattato un tema quanto mai attuale è quello della Bella addormentata nel bosco, che Emma rinomina “la Bella Rosaspina addormentata”. Il nome Rosaspina fa riferimento al fatto che mentre nella favola tradizionale la principessa si punge con un telaio, in questo caso il sortilegio per il suo compimento prevedeva che la principessa si pungesse con la spina di una rosa. Rosaspina è sicuramente il personaggio più innovativo perché per la regista si risveglia ai giorni nostri in una società disincantata, reduce dalle guerre mondiali, dai matrimoni gay e dai social network. Infatti la principessa si risveglierà con il bacio del vero amore, che però è il bacio di una donna. Il risveglio di Rosaspina corrisponde a una seconda nascita, in cui lei si riconosce e si accetta come donna omosessuale.

Cenerentola si sposa e non perdona chi l’ha ferita, Rosaspina vive fino in fondo la sua scelta di libertà e Cappuccetto trova una dimensione di crescita e di autonomia dentro un mondo fatto di dolore, in cui non è tutto fantastico.

Ciò che sorprende è il fatto che queste favole siano destinate ai bambini; per Emma Dante, infatti, dobbiamo fidarci della capacità di decodifica dei bambini, occorre rispettarli e non avere paura di affrontare argomenti che consideriamo difficili. Viene trattato, nei suoi spettacoli teatrali, anche il tema della morte, e in merito a questo Emma Dante dice: “il rapporto con la morte dovrebbe essere naturale per un bambino, sin dall’inizio, per non creare traumi in futuro. Se il sesso e la morte smettessero di essere un tabù, per gli adulti, forse sarebbe più facile spiegarli ai bambini”. Emma, tra gli spettatori, non vede semplicemente dei bambini, ma vede la società del futuro che si sta formando e che ha bisogno di vedere la realtà così com’è, con uno sguardo attento sulla scena contemporanea.

In un’intervista Emma dice «Nel finale ho provato a cambiare il punto di vista, a concludere la storia con i cattivi puniti d i buoni appagati affinché non tutti vissero felici e contenti». Non tutti vissero felici e contenti, dice Emma, ed è questo appunto un tratto caratterizzante del suo teatro per ragazzi. Non si parla di paradiso o inferno, che sono delle dimensioni che, per la regista, poco hanno a che fare con la realtà concreta, bensì di buona e cattiva condotta. Non tutti hanno un lieto fine, semplicemente perché non tutti lo meritano.Per Emma è importante che i bambini che assistono al suo spettacolo sappiano anche che il lieto fine non è necessariamente il trovare l’amore, sposarsi e vivere felici e contenti. Piuttosto, è un lieto fine cercare e trovare se stessi, accettarsi, superare gli ostacoli che si frappongono tra ciascuno e gli obiettivi prefissati.

In un’intervista, Simona Scattina chiede a Emma da dove è arrivata la decisione di occuparsi di teatro per ragazzi.

La regista risponde “è arrivata per gioco. In realtà, con la compagnia tanti anni fa, ad un certo punto, mi sono messa a lavorare su Cenerentola. Io e i miei colleghi ci siamo molto divertiti a riscriverla, e avevamo voglia di leggerezza, di fare una cosa partita come qualcosa che volevamo fare per i ragazzi ma che volevamo, in realtà, fare per noi. E poi è venuta fuori questa grande passione di riscrivere le favole cambiando i finali. Togliendo tutto ciò che poteva essere edulcorato, che poteva essere moralistico. Cercando, invece, una chiave un po’ più asciutta e diretta, che potesse raccontare ai bambini anche la crudeltà delle favole. […] L’importante è essere consapevoli che la magia finisce e tutto diventa reale, ecco allora che la morale della favola sembra essere necessaria. Nel finale ho provato infatti a cambiare il punto di vista, a concludere la storia con i cattivi puniti e i buoni appagati, affinché non tutti vivessero felici e contenti.”

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