La doppia faccia del flusso di coscienza

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Il lavoro effettuato da Freud nel tardo Ottocento sulla psicoanalisi e dunque sulla vera e propria scoperta dell’inconscio dell’uomo, se da un lato poteva risultare affascinante, poiché forniva una spiegazione prima di tutto delle dimensioni oniriche prodotte dall’inconscio ed anche dei lapsus, dei cosiddetti “vuoti di memoria” e dimenticanze di ogni genere, d’altra parte avrebbe inevitabilmente fatto sì che un’introspezione del singolo facesse riemergere verità piacevolmente e comodamente rimosse. Tanto che Svevodecise di sfruttare la psicoanalisi come un vero e proprio espediente letterario, separandola dall’ambito medico-sanitario. E nonostante con Svevo non si possa parlare di un vero e proprio stream of consciousness, pari a quello proposto da Joyce nell’Ulysses, Svevo struttura un monologo interiore in cui è il protagonista a mettere ordine nella vagonata di pensieri e considerazioni, svelando quasi un fil rouge che risulta essere prezioso per la comprensione totale del personaggio. Nell’Ulysses, il protagonista dell’opera si lascia travolgere appunto da questo flusso di coscienza che guida il lettore in un viaggio sensoriale, quasi disorientandolo perché non fornisce alcuna spiegazione sulle modalità e sulle motivazioni per cui egli pensa delle cose, ma vengono snocciolati dei pensieri contenuti nella testa del protagonista senza ordinarli.

In che modo allora un persistente flusso di coscienza in movimento, esente da eventuali interruzioni dettate da atti comunicativi e stimoli provenienti dal mondo esterno, porta al deterioramento psicologico del singolo individuo?

Chiara esemplificazione di questo pericoloso processo ci è fornita comodamente da Bergman in una delle sue più grandi e rinomate opere: “Persona” (1966). La storia ruota intorno alla vita di due donne: Elisabeth Vogler, attrice che durante la rappresentazione dell’Elettra interrompe la recitazione generando un agghiacciante silenzio che segnerà l’inizio del suo mutismo consapevole ed arbitrariamente adottato, e la sua infermiera Alma, donna molto insicura ed apparentemente introversa, schiava di una gerarchia sociale convenzionalmente imposta. Alma si occupa quotidianamente di Elisabeth con dedizione e cura, dapprima nell’ospedale psichiatrico in cui l’attrice venne rinchiusa, e successivamente in una casa in riva al mare, raggiunta con lo scopo di trascorrere un periodo di riposo in totale isolamento nella speranza che possa essere quasi terapeutico per Elisabeth. D’altra parte, come diceva qualcuno, cinque mesi di pace sono proprio quello che ci vuole!

Quando Alma si ritrova da sola con Elisabeth è costretta a dover solo parlare, parlare ed ancora parlare e scoprirà che Elisabeth è un’ottima confidente; le svela che nessuno l’ha mai ascoltata come l’attrice stava facendo, passano intere notti a parlare, durante le quali Alma, talvolta accecata dai fumi dell’alcol, confessa i suoi più intimi segreti, le racconta i suoi peccati, meravigliata dal fatto che una donna tanto celebre come Elisabeth non solo la stesse ascoltando, ma che lo stesse facendo senza giudicarla, o così credeva… Seppur all’inizio quella tra le due donne sembrava essere una convivenza piacevole, addirittura la nascita di una grande amicizia, a lungo andare quello di Alma nei confronti di Elisabeth crescerà in un affetto quasi amoroso ed inevitabilmente tossico e morboso.

Alma non riesce più a farsi bastare il silenzio di Elisabeth; infatti, la pregherà in tutti i modi di parlarle, di pronunciare anche una singola parola, una singola sillaba, ma l’attrice non cederà; successivamente anche l’infermiera scoprirà un amaro segreto di Elisabeth e questo porterà ancor di più alla confusione delle identità delle due donne in quanto ormai diventate una lo specchio dell’altra, in cui la corporeità si dissolve esaltando essenzialmente le loro anime in tutta la loro spiritualità. Le due cercheranno di accusarsi a vicenda per non addossarsi direttamente dei “peccati” che in realtà gli appartengono, per liberarsi dalle loro terribili colpe senza effettivamente affrontarle; tutto ciò destabilizzerà tanto Alma, la quale alternerà momenti in cui riuscirà a ricoprire il suo ruolo in maniera del tutto professionale, e momenti in cui riverserà tutta la sua feroce rabbia sull’attrice, rivelando una forte instabilità emotiva; quanto Elisabeth, che invece si chiuderà ancor di più nel suo mutismo senza riuscire ad affrontare se stessa.

L’assenza di una comunicazione bilaterale, un eccessivo overthinking, manifesto per Alma e latente per Elisabeth, ha dato come risultato l’identità tra le due anime, nonché dunque un totale smarrimento e perdita totale della soggettività delle percezioni ed è, inoltre, degenerato in uno stream of consciousness durante il quale l’infermiera ha dato voce a tutte le sue frustrazioni, le sue problematiche, a tutte quelle parole non dette che finirono per divorarle l’anima e dunque, nel momento in cui sono emerse, ad entrambe sembrarono quasi estranee, come se non fossero più loro.

Quanto un uomo possa essere, da se solo, nocivo per la propria persona è inimmaginabile; ancor più, poi, quanto la mente umana possa inaspettatamente raggiungere dei livelli che alimentino il malessere fisico e conseguentemente quello psichico. La comunicazione, elemento portante della vita dell’uomo nonché espediente per sfuggire al vorticoso flusso di pensieri, considerazioni, giudizi e molto altro, risulta molto spesso carente se non qualche volta totalmente assente dal regolare trascorrere della vita di un uomo; spesso la comunicazione, intesa nello specifico  nella sua accezione interna alle relazioni interpersonali, viene sottovalutata e dunque ritenuta anche insufficiente per un parziale raggiungimento di una tanto auspicata serenità, seppur conoscere se stessi e possedere una buona consapevolezza di sé collabori ancor più attivamente alla totale conquista dello scopo proposto.

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